Jill Soloway, autrice di Transparent, è nata a Chicago, laureata all’UW Madison, padre transgender. Dopo le difficoltà iniziali ha trovato una propria voce, complice Amazon.

“Voglio ringraziarti, caro Jeff Bezos, perché hai cambiato il mondo, e mi hai invitato a fare questa cosa che questa gente chiama televisione, ma io chiamo rivoluzione”. Ma chi è dunque questa donna che è appena salita sul palco per ritirare il secondo Emmy consecutivo come miglior regista in una comedy? Si chiama Jill Soloway, è l’autrice di Transparent, una delle serie più acclamate del decennio, e io non la riconosco. Non assomiglia alla Jill Soloway che ho visto in decine di filmati e interviste. Non è solo l’aspetto fisico. È la postura, il tono di voce, il modo in cui dice le cose che dice. È, come dire, cambiata. Mentre fisso lo schermo della tv, mentre lei conclude il discorso di ringraziamento con un messaggio ripetuto ben due volte (“Topple the patriarchy! Topple the patriarchy!”), e io sorrido alla battuta di Jimmy Kimmel (“I’m trying to figure out if ‘topple the patriarchy’ is a good thing for me or not. I don’t think it is”), intuisco cosa sia successo. In un’America che ancora non sa che tra poco si sveglierà nell’ennesimo incubo (o sogno, a seconda dei punti di vista), la nuova Jill Soloway mi sta dicendo che proprio adesso, negli anni Dieci che stanno già finendo, dopo tutto il cinismo e le battute, forse è giunto (tornato?) il momento di chiamare le cose con il loro nome.

Come trovare la mia voce

È un racconto a lanciare la carriera di Jill Soloway. Courteney Cox’s asshole (quando si dice la tv nel destino) attira l’attenzione di Alan Ball, che la chiama nel team di scrittura di Six Feet Under. Fino a quel momento Jill è una giovane autrice brillante con tanta gavetta alle spalle (The Oblongs, teatro, sketch, lavori non accreditati). Lavora poi come showrunner in United States of Tara e, quando la serie finisce, malgrado il curriculum, Jill si pianta. All’ultimo momento sfuma la possibilità di scrivere per Glee (“Ryan Murphy had heard that Soloway was difficult”), mentre Shonda Rhimes non la vede tagliata per Grey’s Anatomy. Il mainstream non fa per lei. Soloway comincia a proporre idee ai vari network cable, senza successo. La vera botta arriva però quando scopre che al posto suo Hbo ha scelto di puntare su una certa Lena Dunham, grazie anche a Tiny Furniture, il film che Lena ha realizzato qualche tempo prima (“They can see her voice. All I am is that girl who used to write on Six Feet under”).

Per colpa di Dunham, Jill si mette dunque a cercare la propria voce. E la trova, anche lei, realizzando il suo primo film. Afternoon Delight racconta la storia di una donna in crisi (Kathryn Hahn) che si trova a ospitare in casa una spogliarellista (Juno Temple) che il marito (Josh Radnor) le aveva fatto conoscere per ravvivare la routine del loro matrimonio. Amori. E altre catastrofi. Con Afternoon Delight Soloway vince il Directing Award al Sundance del 2013, ma soprattutto può esibire una sorta di manifesto espressivo a partire da un tema che influenzerà i suoi lavori futuri: il rifiuto dell’opposizione binaria “donna santa”/“donna poco di buono”. Un biglietto da visita per tornare in tv, dalla porta principale.

Here I am. This is me

Il protagonista di Eccomi, il romanzo di Jonathan Safran Foer, si chiama Jacob e da dieci anni lavora di nascosto alla serie tv della sua vita (“la cosa che sono nato per scrivere”), ma la tiene chiusa “nell’ultimo cassetto della scrivania” per paura delle conseguenze sulla sua famiglia, data la natura in parte autobiografica (“non è la mia vita, ma sono io”). Anche Jill ha la serie della sua vita nel cassetto, ma ancora non lo sa. Transparent nasce nel corso di una telefonata tra Jill e suo padre, che la chiama per fare coming out e dichiararsi transgender. Jill chiude la telefonata e capisce che deve aprire quel cassetto e dedicarsi alla storia di suo padre, della propria famiglia e non solo (“Non è la mia vita, ma sono io”). Scrive il pilot e trova un interlocutore privilegiato in Joe Lewis, capo della divisione comedy di Amazon, alla ricerca di un titolo forte per il nuovo corso di produzioni originali del gruppo.

La strategia di Amazon è quella di mettere online diversi pilot, farli valutare dagli utenti e poi decidere se e come andare avanti. Soloway si fa trovare pronta. Ha le spalle coperte dal suo film e sente di avere il diritto di poter raccontare questa storia. Gira una scena improvvisata con Gaby Hoffman (la prima attrice a entrare nel cast) per mostrare a Lewis di cosa è capace, e ottiene il via libera. Il mondo sta per conoscere la famiglia Pfefferman: Mort/Maura, protagonista transgender, i tre figli Sarah, Josh e Ali, l’ex moglie Shelly. La serie si muove in quel territorio chiamato dramedy (quello che vuole farci piangere e ridere allo stesso tempo), e si caratterizza sin da subito per la capacità di scavare in profondità e andare alla radice degli sbagli (e dunque dei conflitti), mantenendo il senso della commedia (e dei dialoghi). Transparent racconta non una ma tante transizioni. Oscilla in continuazione tra un “prima” (una vera e propria indagine su “come siamo arrivati fin qui”, nell’ideale solco tracciato da Middlesex di Eugenides) e un “durante” fatto di prove ed errori come in tutte le famiglie infelici che si rispettino (“noi, sta parlando di noi”). Arrivano successi, premi. E polemiche.

Come riconoscere i miei errori

Le critiche più dure verso Transparent giungono proprio dalla comunità transgender, e non riguardano il modo in cui sono trattate le vicende della serie ma la scelta di Jeffrey Tambor, un attore cisgender per interpretare una donna transgender. Mancanza di sensibilità? Enorme sottovalutazione della posta in gioco? Soloway potrebbe ribattere che Tambor è un attore meraviglioso (anch’egli vincerà due Emmy consecutivi per l’interpretazione di Maura), o che nessuno aveva finora trattato la comunità transgender come lei. Invece ammette il proprio errore e la propria ignoranza (dirà in seguito: “I really didn’t understand anything with the trans civil-rights movement when I created the show”), e da quel momento capisce che non si tratta più solo di fare intrattenimento ma di portare sulle sue spalle il ruolo politico del proprio lavoro. Inizia dal set di Transparent: assume persone transgender in ogni reparto della macchina produttiva; adegua i bagni degli studi in modo da evitare discriminazioni; regala a tutti i membri del cast una copia di Whipping girl di Julia Serano. Gesti non scontati.

In un mondo in cui il corretto uso dei pronomi e delle vocali può fare la differenza, Soloway comprende che bisogna partire dal linguaggio. Nominare le persone nel modo giusto, passando anche dagli sbagli e dalle convinzioni un po’ goffe. L’intento nemmeno troppo velato è di educare un pubblico sì illuminato e progressista (chi guarda Transparent è perché ha scelto di farlo), ma con le idee ancora confuse. È come se la nuova Soloway avesse deciso di prendere a campione del suo spettatore la versione ingenua di se stessa, quella che presumeva di poter affrontare questa storia solo perché “ho un padre transgender e tanti amici queer”. Malgrado un certo schematismo di fondo (i personaggi maschili di solito sono portatori di una visione più ingenua, mentre i personaggi femminili sono più complessi) nella serie i messaggi passano come devono passare, e ognuno ne fa quel che vuole.

Ma la tv non basta, e Soloway decide di potenziare e dare maggiore visibilità al suo sito Wifey, attraverso anche webseries originali come This Is Me, realizzata “dalla transgender community per la transgender community”, e che riprende certi codici di Transparent, dalla musica al titolo: “This is me” è la frase che Maura pronuncia quando si rivela alla figlia Sarah nella prima puntata. Ecco, dal pilot è passato un tempo enorme. Soloway oggi non sceglierebbe più Tambor come protagonista. Si è liberata dal proprio senso di colpa. Ha affrontato di petto il tema della legittimità risolvendolo a modo proprio e non avendo paura di criticare anche mostri sacri come Louis C.K. per la scrittura di un personaggio transgender. Ha intrapreso un viaggio di consapevolezza che parte dai suoi protagonisti e arriva fino alla sua audience: è un viaggio che stiamo facendo assieme.

The female gaze

In quest’ottica, non sorprende la decisione di realizzare, sempre per Amazon, una serie tv tratta da I Love Dick, libro del 1997 della scrittrice Chris Kraus, esploso sul mercato anglosassone solo nel 2015 fino a diventare un pamphlet imprescindibile per molte lettrici e autrici. Il libro sfugge a ogni precisa classificazione (romanzo epistolare, autofiction, critica culturale) e racconta la storia della filmmaker Chris Kraus, che rimane affascinata da Dick, un collega del marito. La prima parte segue l’ossessione di Chris per Dick, ma a poco a poco emerge la vera forza del testo. Kraus mette il suo vissuto, la sua soggettività, i suoi desideri, in sintesi il suo pensiero al centro di un racconto complesso, pieno di sfumature, ma tenuto assieme dalla sua “eccezionale peculiarità”. Scrivendo a Dick, facendo di lui un interlocutore ma di fatto rendendolo oggetto, Chris trova la sua strada artistica, senza passare dall’autorizzazione di nessuno.

Praticamente il libro perfetto per chi, come Jill Soloway, da tempo cerca di definire i contorni del suo percorso e ne ha trovato la sintesi nel concetto di female gaze, ovverothe ability to express who we are without interference”. Jill coglie la forza della voce di Kraus (“Chi ha il diritto di parlare e perché?”, si chiede a un certo punto a caratteri cubitali la Chris del libro) e decide di condividerla con una nuova generazione di donne con il mezzo che conosce meglio, la tv. La serie (firmata a quattro mani con Sarah Gubbins) semplifica il racconto di base partendo dal triangolo amoroso. L’azione si sposta in Texas, a Marfa (grazie a un consiglio della nuova compagna di Soloway, la poetessa Eileen Myles, cui peraltro è ispirato un personaggio di Transparent); la dinamica tra Chris e Dick, interpretati dall’attrice feticcio di Soloway, Kathryn Hahn, e da Kevin Bacon, acquista un peso più equilibrato; è introdotto un altro livello narrativo con il personaggio di Devon. L’imperativo è uno solo: per raccontare questa storia, bisogna che siano delle donne a scriverla e a realizzarla, perché la vera posta in gioco è sapersi situare all’interno del corpo e dello spirito femminile, e non solo osservarli in maniera meccanica dall’esterno. L’esempio perfetto arriva dal pilot, nella scena del ristorante raccontata in “terza persona” con la protagonista Chris trattata come oggetto da Dick e dal marito (i due uomini si mettono a parlare come se lei non ci fosse) e poi raccontata una seconda volta in “prima persona” attraverso il female gaze di Chris, che prende letteralmente la parola e osa esprimere la natura del proprio desiderio senza filtri.

Transparent e I Love Dick hanno in comune la specialità della televisione di Jill Soloway: prendere le premesse (intense, sofferte, politiche) e renderle con leggerezza tramite vettori inaspettati. La tartaruga della famiglia Pfefferman o la maglietta bianca indossata da Dick/Kevin Bacon valgono più di mille battute. È ciò che le riesce meglio, perché è ciò che conosce perfettamente. In un’intervista ha dichiarato di non poter scrivere storie di draghi, crime o medical, ma di voler solo scrivere “about somewhat unlikable Jewish women having really inappropriate ideas about life and sex”. Se guardiamo alla sua carriera fino a ora, è andata esattamente così. Soloway ha avuto la fortuna di scampare alle maglie del mainstream-di-montaggio e di incontrare sulla propria strada uno come Joe Lewis. E ci hanno guadagnato tutti. Amazon ha trovato la showrunner ideale, in grado di far brillare un catalogo meno ricco della concorrenza ma forse superiore in valori assoluti. Soloway si è conquistata sul campo la libertà di seguire le proprie ossessioni senza freni o di salire su un palco a urlare slogan discutibili ma necessari per riportare l’attenzione sulle enormi ingiustizie che devono ancora essere riparate. E poi ci abbiamo guadagnato noi spettatori, che ogni tanto ci mettiamo a guardare una serie di Jill Soloway e ci ricordiamo che la vita non è solo quello che ci hanno detto di dover essere, ma anche tutto il resto.