Autocoscienza di una scrittrice alle prese con l’enorme successo della telenovela spagnola. Per scoprire le legittime ragioni di una fascinazione profonda.

“Quelle cagne non sono esseri umani, partoriscono i figli come fanno le bestie che espellono cuccioli, se perde questo ne farà un altro, dammi il figlio della levatrice, me lo devi”, urla Elvira al marito, Carlos Castro. Sta parlando di Pepa, la levatrice, con cui Carlos l’ha tradita, e ha appena messo al mondo il figlio. E già qui, nella prima puntata, io mi trovo d’accordo. Da una parte Pepa, giovane e bellissima – bellezza sfrontata –, dall’altra Elvira trentacinquenne, forse quaranta portati bene, sfiorita e tradita. Distesa sul letto, aspettando Uomini e donne, penso: che mondo meraviglioso. Mi identifico con Elvira, attraverso i suoi insulti classisti placo la mia frustrazione, e la rabbia verso voi giovani. Maledette giovani che ci rubate i mariti…

Oltre l’identificazione

Non voglio certo ridurre il successo de Il segreto alla sola identificazione. I motivi del trionfo sono più complessi e misteriosi. Qui mi limito a ipotesi, partendo dall’effetto che fa su di me, riflettendo sul perché ogni giorno alle 16.20 mi sintonizzo su Canale 5 (in realtà già ci sono, arrivo da Uomini e donne, ma questo è un altro discorso). Partiamo dall’inizio: Il segreto, telenovela trasmessa in Spagna senza particolare successo, è comprata da Mediaset (5.000 euro a puntata) per sostituire CentoVetrine. Trasmessa in Italia dal 10 giugno 2013, succede l’inaspettato. Ascolti record: 2.500.000 spettatori ogni giorno. Fan club, discussioni sui forum. Merchandising: album di figurine, album fotografico, calendario, poster dei personaggi, mazzo di carte, magazine di novanta pagine in edicola.

Un successo del genere non può essere spiegato con la sola identificazione, io che scelgo per mia figlia la tata più brutta affinché non ci sia pericolo in casa, affinché la famiglia rimanga unita. Certo non possiamo sminuire l’effetto liberatorio che produce questo dare sfogo alle rivendicazioni più basse in una cornice ottocentesca, abiti castigati, tutti che si danno del voi, dove siamo noi, ma non proprio. Insomma, l’unione tra confezione rassicurante di castità e contenuto scabroso (per una telenovela pomeridiana) è di certo motivo di successo. Scabroso nel senso che il racconto non si pone limiti etici: tutti possono innamorarsi di tutti, tutti possono fare l’amore con tutti e generare figli, tutti possono morire, e tornare. Come è confermato nella seconda stagione che Mediaset si affretta a comprare, e a mandare in onda.

Salto temporale di sedici anni, siamo nel 1918, stavolta ad amarsi sono Don Gonzalo (che si scoprirà essere il piccolo Martin, figlio di Pepa, rapito anni prima) e Maria Castaneda. Il loro amore è ostacolato soprattutto dalla perfida Donna Francisca. Ma alla fine ce la faranno. Maria rimane incinta, e Gonzalo abbandona il sacerdozio. Insieme scappano a Cuba con la figlia appena nata, Esperanza. I telespettatori italiani aumentano: 4 milioni. Il segreto non stanca il pubblico, ne conquista di nuovo. Crescono le discussioni sui forum, la tifoseria (meglio Tristan o Gonzalo?), e anche le polemiche.

Realtà e finzione

“I padroni della televisione si sono dimenticati di alcuni principi etici e sociali. Pare che l’informazione e lo spettacolo possano godere di esoneri etici che scardinano allegramente la coscienza e la crescita sociale di ognuno di noi […]. Confondere il prete vero con uno di cartone, protagonista disonesto di relazioni para-amorose, maneggiate con malizia e morbosità dalla regia televisiva, mi fa schifo”. Sono le parole di Don Mazzi dalle pagine di DiPiù, in una lettera aperta a Don Gonzalo, personaggio immaginario. Don Mazzi lo sa bene e infatti, precisa, se la prende con l’attore, Jordi Coll: come si sente ad aver messo la faccia e l’anima al servizio di un messaggio tanto diseducativo? Un tema come la vocazione non deve essere banalizzato così. Una vergogna, chiosa Don Mazzi, che con questa lettera vuol far capire alla gente che il prete è una figura importante nella vita di tutti, e di certo una “soap-operetta”, come la chiama lui, non può minare tale certezza. Tempestive le risposte dei fan sui forum: “lascia stare Il segreto e vai a fare la morale ai preti veri!”, “Lele Mora e Fabrizio Corona invece sono esempi etici! Ma per favore!!!” “Occupati di Padre Graziano e del coniglio!”.

Proprio in questo ultimo commento potrebbe nascondersi la spiegazione, una delle tante, al successo de Il segreto. Facciamo un’ipotesi: Il segreto è il prodotto più vicino alla cronaca nera trattata a Pomeriggio Cinque. “Vengo da te, cucino il coniglio, poi facciamo l’amore”, scrive Guerrina Piscaglia a Padre Graziano, che risponde: “Vieni! La porta della canonica è aperta”. Ca’ Raffaello (Arezzo), Guerrina, 50 anni – sposata, con figlio disabile – scompare. Dopo mesi di indagini è arrestato il prete, Padre Graziano, congolese. Accusa: omicidio e occultamento di cadavere. Pare che i due avessero una relazione. E Padre Graziano ammette: “Guerrina mi tormentava… diceva: sono incinta, e tu sei il padre del bambino”. Il racconto di questi fatti ricorda appunto le tecniche di narrazione de Il segreto: disvelamento graduale della verità, colpi di scena, torbido, suspense. E anche: digressioni, e scavallamento continuo da cronaca nera a rosa, da dramma a melò.

Gabriele De Filippi che uccide la professoressa Rosboch, e la fidanzatina Sofia che da Barbara D’Urso sbattendo le ciglia dice: “ti odio”, rivolta a Gabriele che di certo la sta guardando dal carcere, “ti odio perché mi hai illusa”. Spostando il fuoco della storia su di sé e sulla delusione amorosa, dove l’omicidio della professoressa è solo uno sfondo. Con la D’Urso – perfetta – che asseconda lo spostamento: “e tu da fidanzatina innamorata, siccome non ti rispondeva al telefono, hai preso il treno e sei andata sotto casa sua… tenera”. O anche: Ester Arzuffi, madre di Massimo Bossetti (accusato di aver ucciso Yara Gambirasio), che afferma: “non ho mai tradito mio marito, lo giuro, la scienza si sbaglia”, quando il DNA dice che il padre di Massimo è Giuseppe Guerinoni.

E dunque le modalità di racconto sono le stesse della telenovela: gli stessi tempi, le stesse sospensioni (ben diverso invece il racconto del medesimo fatto di cronaca ricostruito da Chi l’ha visto, che non si perde mai in digressioni, mai cambia tono, mai scava nel torbido). Allora Il segreto è questo, forse: la provincia italiana, il quartiere, la famiglia, finalmente esplosa senza conseguenze reali. Non c’è etica: ma imitazione del reale. È la vecchia telenovela che incontra la cronaca nera da programma pomeridiano.

Di più: l’immagine non è mai censurata. Prendiamo la scena di Pepa che partorisce (fine prima stagione). Nel bosco, all’interno di un grotta, Pepa ha un’emorragia: deve partorire, nasce così la piccola Aurora, ma mentre Aurora nasce, Pepa esala l’ultimo respiro. Appena Tristan si allontana con la neonata, Pepa, in un lago di sangue, riprende i sensi, respira, agonizza, ecco sono questi gli ultimi istanti di vita, la telecamera indugia sul volto, occhi, bocca… e invece no, non è la morte, neanche questa, sono le doglie. In pancia c’è un altro bambino, erano due. Così Pepa partorisce il secondo figlio, un maschio, e con le poche forze rimaste prende un coltellino e taglia il cordone ombelicale (primo piano). Stavolta però sono davvero gli ultimi istanti di vita, stavolta Pepa muore davvero.

Il segreto è la telenovela brasiliana che incontra la cronaca nera da programma pomeridiano che incontra i programmi di Real Time (24 ore in sala parto, Vite al limite, Malattie misteriose).

Il senso prodondo

Ipotesi, tentativi per trovare un motivo a questo grande successo. In realtà è impossibile teorizzare. Aldo Grasso sul Corriere della sera prova a spiegare così: “Il segreto è un fenomeno per due altre ragioni. La prima: il suo pubblico è sì molto femminile, ma anche trasversale alle generazioni. Piace, insomma, a madri, nonne e figlie (oltre il 25% di share nei target da 25 a 65 anni e più), un po’ come ai gloriosi tempi di Dallas o Uccelli di rovo. E, infine, costa poco, vero asset in tempi di crisi”.

Nell’impossibilità di trovare una spiegazione sociologica e culturale, meglio tornare a me sul letto davanti alla televisione. Torniamo alla famiglia borghese, a noi donne dei Parioli con lo spettro della tata o cameriera che ti entra in casa e poi ti ruba il marito (“Quelle cagne non sono esseri umani, partoriscono i figli come fanno le bestie che espellono cuccioli, se perde questo ne farà un altro, dammi il figlio della levatrice, me lo devi”, ci troviamo d’accordo con Elvira nella raffigurazione del nostro incubo). Da qui la scelta di tate e donne di servizio in base ai requisiti fisici. Come ho fatto io, l’ho già detto, scegliendo Svetlana, 25 anni, moldava, obesa. Succede però che mentre mia figlia viene svezzata, mette il primo dentino, e poi il secondo, mentre il mio angioletto inizia a gattonare – oh l’emozione! – Svetlana dimagrisca. In un anno perde trentadue chili, e io vado nel panico. Ogni motivo è buono per creare conflitto, per lasciar intendere a mio marito quanto questa ragazza sia inadeguata, come vada licenziata.

In realtà Svetlana è perfetta, questo è il problema. Lava la bimba, le prepara da mangiare, con particolare attenzione a una dieta bilanciata (“Teresa no, non l’ovetto Kinder dopo cena, accidenti!”), la porta a scuola, la porta a danza, l’addormenta, le dà delle regole, cosa che noi genitori siamo incapaci di fare. E quando la gente mi dice: che bambina educata, io – ipocrita – ringrazio, ma dentro di me so che il merito non è mio, ammettilo Teresa.

Così oggi – salto temporale di cinque anni – che Svetlana partorisce, oggi che noi – io, mio marito e mia figlia – andiamo a trovarla al Fatebenefratelli, e no, guardando il neonato – biondo, occhi azzurri – non posso dire che sia di mio marito, ma effettivamente di Svetlana e suo marito, ebbene oggi vedendo mia figlia che si allunga per toccare il piccolo – “posso tenerlo in braccio, ti prego?” – ammetto che il mondo si è ribaltato: qui è mia figlia a essere un po’ figlia di Svetlana. In questa casa siamo tutti figli di Svetlana, senza di lei noi siamo finiti, e quindi prendo in braccio il nuovo arrivato, e sorrido felice, benvenuto Matteo.