La selezione di una nicchia è il primo passaggio nella costruzione di una storia. Cosa stiamo mettendo a fuoco? Perché? Cosa hanno di speciale queste persone?

In un periodo storico in cui viene filmato quasi tutto, l’offerta televisiva obbedisce alla necessità di proporre contenuti inediti attraverso un formato già familiare: il docu-reality (o docu-series), con il suo miscuglio di interviste, scenette e confessionali. Le nicchie, per i docu-qualcosa, funzionano sempre, perché il principio è sempre uno: vi mostreremo qualcosa di cui ignoravate l’esistenza… fino a qui. La selezione stessa, però, comporta una relativa perdita di umanità, nel creatore della storia, nel consumatore che la segue da casa e nelle persone messe in scena. La nicchia prevede un noi e un voi, e la linea che separa noi e voi non può essere varcata facilmente. Da un lato c’è il diverso, dall’altro c’è chi è come tutti quanti. Da un lato ci sono mondi speciali – per questioni di nascita, classe sociale, religione, gusti sessuali, scelte familiari, corpi imbarazzanti, handicap, consumi aberranti o giudicati tali. Dall’altro c’è lo spettatore, capace di empatia ma anche di incredulità e compiacimento nel proprio disgusto – la classica furia da divano. La domanda non è più “fino a dove è possibile spingersi nella rappresentazione?”, ammesso che lo sia mai stata.

La domanda è “esiste un momento in cui scatta una scintilla di comprensione reale verso il mondo rappresentato, oppure la distanza di sicurezza viene sempre fatta rispettare?”.

Ciao sono Luis della BBC

Louis Theroux è un bravo ragazzo inglese. Ostenta buone maniere, non alza quasi mai la voce, e se non capisce quello che ha davanti fa delle facce perplesse. Oppure ripete wow. Oppure comincia a martellare l’interlocutore con la richiesta di chiarimenti: fammi capire bene… questo non è strano, per te? Questo non ti sembra un po’ strano? Eh? Eh? Che dici? Non è assurda, la tua vita?

Le docu-serie di Louis Theroux vanno in onda – di solito – tre volte all’anno, sempre sulla BBC(1)Alcuni episodi sono andati in onda in Italia su Dmax con il titolo Louis Theroux: Mondi sommersi. Quasi tutti sono reperibili online gratuitamente. Basta cercare. Louis mette in scena se stesso come personaggio-guida, che anticipa le domande dello spettatore medio: un eterno nuovo arrivato in tanti piccoli mondi a parte, mondi che spesso (almeno fino al passato recente) desiderano presentarsi come la normalità. Che siano culture di minoranza createsi intorno a un interesse fatuo ma innocente, o gruppetti di freak rifiutati da chiunque altro. E quindi: i militanti della supremazia ariana in Louis and the Nazis (2003) ci tengono a dire “noi abbiamo ragione, siamo i buoni”, compresa una donna che vuole plasmare le figlie in popstar reginette del Potere Bianco. (E Theroux incalza: “signora, per lei disegnare una svastica sulle piastrelle della cucina… è normale? Non è un po’ strano?”).

A cambiare le cose intervengono due fattori: la curiosità soggettiva della guida e il passaggio oggettivo del tempo. Il lavoro recente di Theroux è un esercizio sui confini dell’empatia. Le nicchie che va a filmare oggi sono mondi su cui un occhio documentario è utile, se non necessario, perché qualcosa di molto reale e imprevedibile ha tagliato i ponti tra quella comunità e noi. I protagonisti diventano i genitori di ragazzi autistici (Extreme Love: Autism), gli uomini e donne condannati per reati sessuali che tentano il reinserimento nella società (Among the Sex Offenders), i pazienti di un ospedale psichiatrico giudiziario (By Reasons of Insanity): il montaggio lavora su spezzoni di interviste molto più lunghe, dove semmai sono il silenzio e la pausa a creare disagio. Mettiamo a confronto i due episodi, realizzati a 14 anni di distanza, sugli uomini nell’industria della pornografia. Il Theroux del 1998 è un intervistatore sarcastico, quello del 2012 è un outsider dubbioso ma capace di simpatizzare: misura il tempo mostrando non tanto i corpi dei personaggi, ma le loro nuove aspettative di longevità professionale e l’impatto del lavoro sulla vita emotiva. Cose sottili, cose umane. E Theroux precisa: “ormai mi sono messo a cercare i mondi in cui non verrebbe ambientato un reality show”. Però il reality, in qualche modo, è una dimensione che lui all’inizio ha frequentato. Ha giocato con le stesse dinamiche: la distanza, l’ironia, il tormentone. E il suo successo è l’unica ragione per cui sostiene di aver avuto, con il tempo, maggior fiducia dalla BBC: come se deridere i fissati degli UFO fosse stato un passo necessario a guadagnarsi finalmente il rispetto del proprio datore di lavoro.

Documentari sugli animali

L’unico senso esplicito del dedicare numerose docu-serie alle “misteriose comunità gypsy” sta racchiuso nella parola “mistero”. È una delle parole che questi programmi infilano ovunque, insieme a “segreto”, “nascosto”, “tradizioni”. Le comunità gypsy, ci viene ripetuto, non hanno l’abitudine di mostrare se stesse al nostro sguardo… fino a oggi. Le immagini che ci vengono presentate, poi, non sono nulla di così estremo: gusti esuberanti in termini di abiti, feste e cerimonie, presunti rituali fidanzativi che gli attivisti della comunità si affannano a smentire. Rimuovendo la parola gypsy dai titoli e riscrivendo qualche scambio di battute, avremmo solo un altro format sul matrimonio, condito di litigate tra genitori e figli, magari con qualche personaggio minore più vivace della media. Ma loro sono diversi, sono eccentrici, sono etnici. Sono l’unico gruppo non bianco che non ha una voce forte e consistente già emersa nei media convenzionali, a controbattere, a rispondere, a spiegare che non tutti loro danno fondo ai risparmi per pagare il vestito da sposa alle figlie bambine.

Nella prima versione inglese (Big Fat Gypsy Weddings, Channel 4), l’equivoco furbamente non chiarito dagli autori era proprio l’origine del molto, molto denaro che veniva speso dai protagonisti, tanto per rafforzare il più grosso pregiudizio sulla comunità nel Regno Unito (zingari = ladri). Ma la differenza chiave tra la versione inglese e le numerose varianti realizzate in altri paesi (primo tra tutti l’America) è la voce fuori campo, che commenta ogni scena con lo stesso tono di scherno. Quale tono? Questo: due adolescenti sono intervistate a proposito di matrimonio, la voce inglese le introduce con un “sentiamo cosa pensano queste ragazze, dall’alto dei loro quindici anni e della loro saggezza”. Ed ecco la frase che noi dovremmo deridere, per la cronaca: “beh, vorrei sposare un ragazzo che mi tratta bene e vuole stare con me”. Una frase assolutamente normale, un’osservazione improntata a un vago buon senso è fatta passare per uno schizzo di malattia mentale, un sogno impossibile o una combinazione tra le due cose. Le persone in campo sono trattate come se fossero cani e gatti nei filmati di Paperissima; respinte verso il basso, bocciate come “altre” e indesiderabili nello stesso momento in cui sembra venir dar loro una dignità di rappresentazione: bassa classe, bassa educazione, basso rango. Animali.

Siamo come voi! (forse)

All’opposto di Gypsy Weddings e simili – e forse per reazione a loro – ci sono docu-serie che mettono in primo piano la dichiarazione di intenti: lo scopo del programma è educare il pubblico a casa su come funziona davvero la vita di un gruppo minoritario. New Girls on the Block (Discovery) porta in scena cinque amiche transessuali a Kansas City, Missouri, che si sono conosciute grazie a un gruppo di sostegno per persone LGBT. Sono cinque donne scelte con estrema cura, per avvicinare gli spettatori al “mondo transgender” senza inimicarsi gli attivisti della comunità stessa: le donne fanno mestieri lontani da qualsiasi illegalità e dalle luci di qualsiasi ribalta, hanno problemi ordinari (la ricerca di un appartamento in affitto, il fidanzato che trascina i piedi rispetto alla convivenza) e gioie comuni (fare shopping, andare dal parrucchiere o in palestra). Ma hanno anche problemi di nicchia: è giusto dire “sono transgender” durante il primo appuntamento? Dove si va a comprare le scarpe, e come si può reagire al commesso che ti dice “hai piedi da uomo”? La transizione ha portato alla luce le donne che loro sono sempre state, è vero. Ma questa vita, a noi, viene raccontata come “il nuovo normale”. Vengono mostrati vecchi filmini familiari e foto delle protagoniste nei loro primi corpi maschili: qui ci si gioca tutto sull’informare per creare tolleranza in chi guarda. Ci si rivolge al grande pubblico, sperando di fare leva su un’empatia elementare (“tutti abbiamo il diritto a cercare la felicità, tutti vogliamo la libertà di essere noi stessi”), sperando di non giocarsi l’empatia di chi affronta quella identica realtà a casa propria, ogni giorno.

La peggior madre di sempre

Effetti non previsti del cercare una nicchia a scopo educativo: si trasforma la vita di una minorenne in un percorso a ostacoli, o in una vasca piena di squali. Il piatto forte del genere “madri single” sono due docu-serie di Mtv, 16 anni incinta (ragazzine alle prese con gravidanze non previste) e Teen Mom (le stesse ragazzine, dopo il parto). Vanno in onda in tutto il mondo, ne vengono realizzate edizioni locali, anche in Italia(2)La versione italiana fa il doppio lavoro come arma di propaganda pro-life: aborto e adozione non sono contemplati, mentre l’originale americano ha portato in scena entrambi. Nell’arco di pochi anni, diverse tra le protagoniste tentano il suicidio, finiscono in prigione, sono mandate a disintossicarsi. Chi schiva la super-tragedia subisce regolari linciaggi di opinione quando prende decisioni impopolari – dal girare un film porno al mettere online una foto del figlio che gioca chiuso dentro una gabbia per cani. Vengono invocati i servizi sociali, Erode, un po’ tutti e due. Chiunque, si dice, saprebbe crescere quei figli in maniera migliore. I produttori si difendono: dicono di svolgere un servizio pubblico, mostrando la realtà di una decisione quale “non ho ancora finito il liceo, però mi tengo il bambino”. Non importa, sapete? 16 anni e incinta si muove sulla linea empatica della speranza, perché mette in scena ragazzine ottimiste che dicono “le cose in un modo o nell’altro si sistemeranno… ce la caveremo!”. Le stesse ragazzine quando arrivano a Teen Mom sono diventate madri ambivalenti o distratte: non accettano i limiti della loro nuova vita, sono deluse dai compagni, litigano con i genitori, non vanno a scuola, faticano a trovare lavoro, restano di nuovo incinte. A mettere a dura prova l’empatia, qui, non è il giudizio verso la maternità accidentale, ma la decisione delle protagoniste di lasciarsi filmare, ancora e ancora, pur sapendo, dopo la prima stagione, che il montaggio non è affatto indulgente, che verrà portato in scena ogni loro singolo passo falso e che la vita reale delle madri adolescenti, per come va in onda sui nostri schermi, è una sequela di giornate orribili interrotta ogni tanto da una corsa in ospedale.

Catfish e l'arte del finale tragico

Catfish. False identità (Mtv) è un programma dedicato agli imbrogli su Internet. Tutto ruota intorno a una serie di casi di puntata, divisi per coppie: da un lato c’è chi teme di essere stato ingannato, dall’altro c’è il probabile mentitore; tra loro si è creato un legame online. Con il passare delle stagioni entrano in campo questioni di soldi, e un artista della truffa è messo di fronte alla sua vittima, ma il grosso degli episodi riguarda comunque quello che una volta si chiamava “amore virtuale”. Il fine ultimo del programma è portare le due metà della coppia a incontrarsi dal vivo. Dovrebbe essere un momento catartico per tutti. Non lo è, almeno: lo è, ma non per le ragioni semi-nobili che ci vengono offerte.

Catfish è considerato più “sincero” rispetto alla media, perché porta in scena corpi imperfetti e volti dimenticabili, e perché li filma con pochi filtri, insistendo sul presunto realismo delle GoPro montate nell’abitacolo dell’auto con cui vanno in giro i due conduttori, o delle video-chiacchierate su Skype. Ora: la realtà dei fatti portati in scena è stata già ampiamente smontata(3)Per un riassunto: Here’s How Mtv’s Catfish Actually Works, Vulture.com, maggio 2014, tanto quanto era accaduto all’omonimo documentario per il cinema. Sulla carta, però, Catfish è il perfetto punto d’incontro tra noi e voi, tra empatia pura e voyeurismo canagliesco. In fondo, pensiamo, chi tra noi non è mai stato preso in giro da qualcuno? E chi non ha, in misura meno drammatica, cercato di abbellire la propria identità? Però allo stesso tempo pensiamo: Dio santo, esiste una nicchia di umanità più brutta, rispetto a chi si fabbrica da zero una dramatis persona via Internet, magari inventandosi un sesso, un’età, una razza, un orientamento romantico, e porta avanti il gioco per mesi, per anni? Alzi la mano chi, dopo cinque minuti di una puntata media di Catfish, non sta gridando “siete dei deficienti, vi meritate tutto”. Poi arriviamo all’incontro faccia a faccia tra vittima e imbroglione, e ai conduttori che esorcizzano l’imbroglione, spingendolo a raccontare in favore di camera perché lui o lei ha messo in piedi la truffa. E qui parte il monologo del cattivo, a volte reticente, a volte pronto a confessare. “Sì, ho sbagliato, lo so… Non so perché l’ho fatto… Cercavo una fuga dalla mia realtà di tutti i giorni… Volevo essere una persona diversa…”.

È la parte più vulnerabile di noi che si ritrova incollata a Catfish. Non la parte più sana e responsabile, che riesce benissimo a vedere quanto sia sceneggiato il programma, quanto siano artificiosi gli incontri. L’empatia è ridotta a un fatto matematico; confessioni, grandi scuse, determinazione a “mettere le cose in ordine” e ad “assumersi le proprie responsabilità”. Chi combina un pasticcio orribile, con un po’ di aiuto, può sempre tornare sulla retta via. Messaggio ricevuto. Ma intanto, a volte, proviamo una forma di empatia più profonda, perché anche noi abbiamo commesso errori, e perché anche noi vorremmo, un giorno, mettere un bel punto e a capo sopra le maschere che abbiamo indossato, le versioni dei fatti che abbiamo offerto agli altri per dovere o per convenienza. Oppure anche noi vorremmo sparire, nasconderci dentro una nuova identità, ma lo fanno già tutti. Lo fate già voi.