Da Stieg Larsson a Wallander, passando per le serie cardine, ecco una piccola mappa di un genere ormai consolidato. Il dramma nordico sta diventando scontato?

Toni grigi e azzurri, lividi o saturi, e in alcuni casi tanto tanto bianco. È la caratteristica immagine del Nordic Noir, replicata anche qui, nel Sud Europa, da serie che imitano quel modello sperando di ripeterne la complessità. Tipo Non uccidere (su Raitre), che ha cercato di fare di Torino la nostra Stoccolma. È la riprova che il racconto televisivo dell’aerea scandinava ha ormai una grossa influenza, al pari delle serie americane o inglesi. Uno stile visivo chiaro, cui si abbina la capacità di mettere in scena conflitti etici e di raccontare la società contemporanea.

Il fenomeno televisivo non nasce isolato. È connesso al romanzo giallo scandinavo, e al suo successo. Secondo alcuni però il fenomeno esplode con la trilogia Millennium di Stieg Larsson (2005-2007): l’autore unisce analisi sociale in stile reportage a una solida narrazione, regalando anche un personaggio femminile unico, Lisbeth Salander. Il primo film Uomini che odiano le donne (Män som hatar kvinnor, 2009) è un successo internazionale. C’è anche la versione americana diretta da David Fincher, eppure nella memoria resta la prima trasposizione scandinava. In realtà, Millennium è una produzione a cavallo tra cinema e tv: sfrutta il primo per moltiplicare il suo successo e propagarsi internazionalmente, ma in Svezia la miniserie va in onda in edizione integrale (sei puntate) nel 2010 su SVT, il servizio pubblico.

Già, il piccolo schermo. È qui che conosce diverse trasposizioni un altro romanziere scandinavo di successo, Hennigen Mankell, il cui personaggio più famoso è Kurt Wallander. Molti film e serie per la tv, e persino una trasposizione per BBC del 2008, in cui l’ispettore è interpretato dall’inglesissimo Kenneth Branagh. Eppure tutto è ambientato in Svezia, e la complessità del racconto sociale svedese si unisce bene a certo realismo britannico. Un segno del successo del genere e del riconoscimento delle sue peculiarità. Perché intanto, nel 2007, la tv danese aveva già creato la serie spartiacque: Forbrydelsen.

Forbrydelsen, la scoperta

Un canale nascosto tra i boschi. E una macchina che pian piano emerge dall’acqua grazie al lavoro della polizia. Intanto un padre sta cercando sua figlia scomparsa, e arriva nei presi del canale mentre è al telefono con la moglie. Scende per controllare, ma viene bloccato dagli agenti. Si dibatte, ma non lo fanno passare. Il bagagliaio della macchina però si apre: l’acqua che cade fa emergere i piedi legati della vittima. La detective incaricata del caso si avvicina all’uomo disperato: “Avete trovato mia figlia?”. Lei fa un cenno affermativo. Il padre urla e piange. La madre all’altro capo del telefono pure.

Era dai tempi della scoperta dell’omicidio di Laura Palmer da parte di sua madre di che non si assisteva in tv a una scena così straziante. Chi ha ucciso Nanna Larsen? Durante il suo ultimo giorno di lavoro prima di trasferirsi in Svezia, la detective della omicidi di Copenaghen Sarah Lund si trova a investigare sul delitto della giovane. La famiglia della ragazza è distrutta, e il caso pare coinvolgere lo staff del candidato sindaco della città. Creata da Søren Sveistrup, Forbrydelsen (The Killing) è un thriller psicologico dai risvolti sociali e politici, ed è il ritratto del dolore provato dopo la perdita di una persona cara. L’omicidio di una ragazza permette di sviscerare i segreti dei personaggi, scegliendo un realismo cupo e freddo e, proprio per questo, capace di donare alla vicenda un fascino inquietante. Ogni puntata racconta un giorno d’indagine, il ritmo è lento e meditativo. I personaggi hanno volti tanto affascinanti quanto atipici, e tra tutti spicca Sarah Lund (Sofie Gråbøl), complessa e sfuggente.

Così Forbrydelsen, pur importando un certo stile narrativo dalle serie Usa, appare un prodotto diverso e nuovo. Proposto su BBC4 nel 2011 con tanto di sottotitoli, diventa un fenomeno di culto in molti paesi europei e vince numerosi premi. Il Nordic Noir televisivo è ufficialmente nato. Nasce un suo fandom, si moltiplicano siti e studi sul fenomeno. Forbrydelsen prosegue per tre stagioni fino al 2012, e intanto nel 2011 arriva Brön/Broen (The Bridge), creata da Hans Rosenfeldt. Durante un blackout, il corpo di una donna tagliato a metà è trovato sul ponte che collega Svezia e Danimarca. Metà appartiene a una politica svedese, l’altra metà a una prostituta danese. A indagare, e confrontarsi, due poliziotti, una donna e un uomo: Saga, single svedese, e Michael, danese e padre di famiglia. La serie è coprodotta da Svezia e Danimarca e rafforza l’idea della potenza di fuoco della Scandinavia. Il Nordic Noir è ormai un genere consolidato, che si esprime con serie high-concept: per questo gli americani si danno al remake tanto di Forbrydelsen quanto di Brön/Broen. Eppure la forza degli originali prevale. E si moltiplicano le influenze: un tocco nordico si vede in serie inglesi come The Fall, Broadchurch, Happy Valley. Ma la ricetta scandinava non si applica però solo al genere crime, come dimostra Borgen.

Borgen, non solo crime

Borgen è una favola di Andersen ambientata nel mondo della politica: la principessa, inizialmente un po’ ranocchia, Birgitte Nyborg (sì, un’altra donna “atipica”) deve conquistare e mantenere il castello del potere (borgen significa castello, e così viene definito il Christiansborg Palace, sede dei tre poteri dello Stato). Per una serie di circostanze, tanto politiche quanto mediali (i due ambiti nelle democrazie moderne sono inscindibili), tanto pubbliche quanto private (i due aspetti sono altrettanto inseparabili nel mondo contemporaneo), Birgitte si ritrova a essere non più l’ago della bilancia in parlamento ma primo ministro. Leader dei moderati (una sorta di social-liberali di centro), ora è comandante supremo, ma con una maggioranza variabile da ricompattare di volta in volta.

Non ama i compromessi Birgitte (Sidse Babett Knudsen), ha ideali puri, non vuole giocare sporco. Eppure impara presto che per arrivare al potere e gestire la cosa pubblica ci vogliono molta furbizia, ricatti, lunghi negoziati. È una donna normale, con marito e figli fin troppo splendidi, prodighi a rassicurarla anche quando lei non entra nei tailleur perché durante la campagna elettorale ingrassa sempre dal nervoso. Poi però abolisce i dolci dalla sua scrivania e inizia a indossare magnifici vestiti: non è vanità, non è dieta a tutti i costi, ma è l’acquisizione di una nuova sicurezza di sé che passa anche per questi gesti. Ecco il potere: passare dalla bici a un’auto blu. È ovvio, non scandaloso. In onda dal 2010 per tre stagioni su DR, Borgen racconta la maturazione di una persona che improvvisamente si trova al vertice, e inizia a giocare il gioco della politica cercando di non perdersi, pur sapendo che il potere non ti lascia immacolato. È anche la storia di una donna alle prese con il comando, e questo permette uno sguardo differente, un approccio inedito al tema, linee narrative piegate maggiormente alla vita privata. Rispetto alle serie americane a tema politico, Borgen ha una cadenza molto più realista, fatta di piccoli tocchi e giochi politici più sottili. Non è un’accusa al potere che corrompe, e nemmeno un inno all’idealismo, bensì una via moderata tra i due estremi.

Il creatore Adam Price aveva ben chiaro l’obiettivo: “Non volevo che Birgitte fosse troppo idealista, ma allo stesso tempo non volevo che perdesse di vista i suoi principi. Spera di migliorare le cose, ma è anche una politica professionista, consapevole del fatto che il compromesso è necessario. Perché è così che la vera politica funziona, specialmente in un paese come la Danimarca, con otto diversi partiti. Non volevo che Birgitte diventasse una politica corrotta, non era questa la sua storia. È corrotta come lo è ogni essere umano. Volevo rappresentarla in chiave realistica, come una persona onesta, per quanto lo si può restare al vertice del potere… E volevo che poi perdesse tutto per diventare di successo. Questa è una delle traiettorie principali della storia: la serie prosegue trasformandosi quasi in tragedia”.

Tv nordica, eccellenza a rischio cliché?

Tra il 2013 e il 2016, Svezia e Danimarca hanno ospitato per ben tre volte l’Eurovision Song Contest, il festival della musica europea. Il baraccone trash, come spesso descritto, in quegli anni lascia il posto a una messa in scena spettacolare e sofisticata. Quando nel 2015 la manifestazione si trasferisce a Vienna, causa vittoria del fenomeno Conchita Wurst, la differenza si vede. Sì, gli scandinavi sanno pure costruire un varietà televisivo capace di fare invidia agli americani. Non è solo la fiction a primeggiare, ma il cambiamento pare molto più generale.

Intanto il Nordic Noir va avanti. Nel 2015 il romanziere Jo Nesbo scrive Okkupert (Occupied) per Tv2, tv privata norvegese. La Norvegia decide di darsi all’energia pulita e non rifornire più di gas le altre nazioni. L’Unione Europea opta per le maniere forti, ma invece di intervenire direttamente appoggia in segreto la Russia, che occupa il paese. Gli Stati Uniti lasciano fare. Insomma, la tv scandinava non cessa di interpretare il reale attraverso i suoi romanzieri e i suoi thriller, anche se “fanta”.

Senza dimenticare che lassù ci sono terre ancora più a Nord. Come l’Islanda, che ha prodotto Trapped. Una bufera di neve intrappola un assassino in una remota cittadina, e al poliziotto locale tocca una caccia all’uomo che fa emergere un traffico di clandestini. Presentata nel 2015 al festival Tous Ecrans di Ginevra, non ha ahimè vinto: ero in giuria quell’anno, ho provato a difenderlo, ma i miei colleghi lo trovavano “troppo simile agli altri Nordic Noir”. Che il genere sia già a rischio cliché?