La fine di Letterman e di Jay Leno, l’ascesa di Jimmy Fallon, le innovazioni di John Oliver: fermenti e rivoluzioni della comicità americana di seconda serata.

Comedy is about timing, son”. È questa la battuta con cui un David Lynch particolarmente fuori dal tempo, nei panni dello stravagante producer televisivo Jack Dahl, tormenta il povero Louis C.K., alle prese con lo sforzo immane di “allenarsi” per la puntata pilota di un late night con cui potrebbe prendere il posto di David Letterman. Siamo tra l’agosto e il settembre 2012, e su FX va in onda, quasi alla fine della sua terza stagione, una trilogia di puntate di Louie che sembra quasi fantascienza. Dopo un’esibizione particolarmente fortunata da Jay Leno, tra mille paranoie e accordi di riservatezza, il capo di CBS convoca Louis C.K. nel suo ufficio e annuncia: “David Letterman vuole ritirarsi. Sarà il suo ultimo anno alla conduzione del Late Show. Sono vent’anni che è qui alla CBS. Ma è finita. Devo cercare un sostituto. Ti ho convocato per chiederti se potrebbe interessarti prendere il suo posto”. Seguono raccomandazioni e patemi d’animo, l’invidia dei colleghi, le intimidazioni del “rivale” Jerry Seinfeld, la registrazione dello show di prova. E poi più nulla, Letterman cambia idea e resta al suo posto.

Questione di tempismo, o meglio ancora di tempismi. Certo, quello che si deve avere nel porgere ogni battuta per ottenere la risata del pubblico. Ma pure la centralità di quel timeslot preziosissimo, ambito da tutti. O la capacità di trovarsi al posto (o al punto di carriera) giusto al momento giusto. E, perché no, anche l’abilità di toccare un nervo scoperto prima che il resto del mondo se ne accorga, pensando di proporre scenari impossibili che poi…

Basta dare un’occhiata alle date. Nell’aprile 2013, Louis C.K. si siede per davvero alla scrivania del Late Show, con tanto di siparietto sul finale di quel ciclo di episodi, un liberatorio “Fuck you!” urlato dal protagonista ormai sconfitto verso l’iconica entrata dell’Ed Sullivan Theatre. Fin qui tutto bene. Esattamente un anno dopo, 3 aprile 2014, proprio Letterman stupisce tutti e annuncia, con largo anticipo, la sua intenzione di abbandonare quel palco. La realtà, finora in svantaggio, torna a superare la finzione. Passa meno di un mese, e il 2 maggio Louis C.K. torna al Late Show, non per un passaggio di consegne ma quasi in omaggio al conduttore, per un “ultimo (o penultimo)giro” di promozione, battute e pubbliche manifestazioni di stima reciproca e affetto un po’ disfunzionale.

Rivolgimenti

Basta questa storia tra mille altre, questo intrico di richiami e rimbalzi, a dare un’idea della posta in gioco. Sembra passato un secolo, e non solo una manciata d’anni: ma intanto tutto è cambiato, o sta cambiando. Perché Letterman è un’istituzione. Un cardine del panorama televisivo americano, e non solo di quello. Una tradizione, un’abitudine, e insieme un rito che si rinnova ogni volta, e che ora giunge alla sua artificiale conclusione. Il suo sguardo furbo, il sorriso quasi sornione, l’entusiasmo sempre misurato, il cazzeggio indagatore, ma anche il distacco, la ritrosia, la reticenza, persino la cattiveria rispetto ad alcuni suoi ospiti sono il suo marchio di fabbrica, un banco di prova rispetto al quale chi vuole far ridere in tv deve inevitabilmente confrontarsi. La “comicità dell’imbarazzo” con cui non si fa problemi a demolire i meccanismi della celebrità, e a volte le celebrità stesse, così come il ruolo di  “conformista strambo e monello”, sempre un po’ laterale rispetto alle cose che pure entusiasticamente presenta, saranno difficili da riprodurre in toto. Meglio cambiare strada, forse.

Dalla prospettiva miope, obliqua, inevitabilmente parziale dello spettatore italiano, poi, la potenza di un solo uomo al comando, Letterman, risalta ancora di più. Non è un’istituzione tra altre, ma un simbolo in qualche modo totalizzante. Tra passaggi televisivi, visioni su YouTube, rapide comparse nei boxini morbosi dei quotidiani online, Letterman è la punta dell’iceberg di un intero sistema altrimenti ignoto ai più. Peggio ancora, inserito nella programmazione prima di un paio di reti satellitari e ora di Rai 5, il Late Show diventa una chicca per spettatori che la sanno lunga, che si sentono parte di un’élite. La forma più cristallina dell’entertainment in chiave americana diventa cultura (!), forma d’arte (!!), elemento di bourdieuiana distinzione (!!!). Logico quindi che da lì ci arrivi solo il meglio, il “fior da fiore” adeguatamente selezionato per noi. Chissà se il successore designato si rivelerà all’altezza di queste aspettative dissonanti…

Sempre dal nostro punto di vista parziale possiamo poi solo immaginare quanto Letterman si inserisca in un sistema complesso, in un gioco di domino dove ogni tassello va messo con attenzione al suo posto, per non rischiare di far cadere tutto.

Il late night è infatti il coronamento della lunga giornata televisiva americana, magari non eccezionale negli ascolti ma fondamentale per il prestigio della rete (è la tv to talk about, e alle volte se ne parla per anni…). In una tv fatta tutta di moduli fissi e ripetuti di un’ora o di mezz’ora, la sequenza degli spettacoli di seconda serata è un blocco compatto, che in assenza di imprevisti o di voragini di ascolto tende a restare stabile per anni, o persino per decenni. L’host, il conduttore ed entertainer che dà il nome o almeno una sua parte al programma, il “comico ma non troppo” che ne sa tenere le redini e che dà ritmo ai monologhi, alle interviste con le celebrities e alle performance di comici e musicisti, entra nelle case degli americani ogni sera e contribuisce a definire (e tirare a lucido) l’identità dei network maggiori – sono NBC, CBS e la più defilata ABC a giocare la grande partita, più qualche innesto temporaneo. Non stupisce quindi che negli anni proprio questo tipo di programmi, e di spazio in palinsesto, sia stato al centro di scontri cruenti, persino sanguinosi, con strascichi pluriennali e ferite da sanare. Dietro le luci della ribalta, non si fanno prigionieri. C’è persino chi si è messo a tratteggiare una storia di questi rivolgimenti, dei lunghi periodi di pace e poi delle guerre senza quartiere: the late night wars, secondo un’espressione divenuta proverbiale, almeno tra addetti ai lavori.

Prima guerra, intorno al 1992: anno in cui il veterano Johnny Carson lascia il Tonight Show di NBC, ci si aspetta che il suo posto vada all’erede designato Letterman, la rete sceglie invece Jay Leno e il buon Dave ripara su CBS, dando vita a un Late Show concorrente (1)B. Carter, The Late Shift. Letterman, Leno, & the Network Battle for the Night, Hyperion, New York 1994. Il libro è diventato anche poi un tv movie, trasmesso nel 1996 da HBO.. Il sistema più o meno resta in piedi per anni, fino alla seconda guerra nel 2010: ancora una volta il perno della vicenda è Jay Leno, che NBC prova ad anticipare con un The Jay Leno Show alle 10 di sera per sparigliare la line up della sua serata (e risparmiare un po’, cosa che non guasta), lasciando il posto al Tonight Show a Conan O’Brien; l’esperimento però fallisce subito, Leno riprende il suo posto, e O’Brien si ritrova senza una poltrona, per approdare infine al quasi-network TBS (2)B. Carter, The War for Late Night. When Leno Went Early and Television Went Crazy, Plume, New York 2011..

Intanto, in anni più o meno recenti, in questi giochi di rilevanza e di potere si sono aggiunte le reti cable, che complicano ulteriormente il panorama sia rosicchiando gli ascolti, sia offrendo spazi ad altri late night (come, appunto, quello di O’Brien), o ancora tentando la strada alternativa del comedic journalism. Le premesse qui non potrebbero essere più diverse: da un lato, lo show promozionale, fatto di chiacchiere, gossip, siparietti comici ed esibizioni musicali; dall’altro, invece, la rilettura satirica dell’attualità, e soprattutto di come questa è stata presentata dai media, l’impegno civile, lo slancio democratico (anche nel senso del partito). I risultati non sono però così distanti: anche Jon Stewart o Stephen Colbert diventano volti riconoscibili, fanno ridere di testa e di pancia, si impongono grazie a monologhi, gag ricorrenti, momenti di discussione e di intervista, lasciano aperta la possibilità di molteplici letture.

Il sistema è fluido, i giochi più o meno scoperti si moltiplicano, e così – è storia recentissima – la pax televisiva seguita al 2010 è destinata a durare poco, molto poco. Tra il 2013 e il 2015, più che di un’altra guerra, è il momento di una sorta di “rottamazione”, un ricambio stilistico e anche generazionale destinato a cambiare in modo radicale lo scacchiere di gioco del late night, e con esso le abitudini del pubblico. La vecchia guardia al centro delle battaglie precedenti abbandona i suoi fortini: Jay Leno lascia il Tonight Show a Jimmy Fallon, stavolta senza strappi, e a cascata al posto di Fallon nello show ancora più tardi approda Seth Meyers, direttamente dal Saturday Night Live di casa NBC; David Letterman annuncia il ritiro, e a stretto giro si comunica che il rimpiazzo di lusso è Stephen Colbert, che dopo il cable di Comedy Central tenterà la strada dei network generalisti. Jon Stewart lascia intravedere segni di stanchezza, con una pausa prolungata dalle scene per girare un film, fino all’annuncio che abbandonerà il Daily Show a fine 2015. Nella sua ultima stagione celebrativa, Letterman è persino in trattativa per un’ospitata di Jay Leno, a sotterrare un’ascia di guerra levata da decenni. E intanto ABC si rafforza grazie a un Jimmy Kimmel in crescita; e persino HBO si lancia nella partita del comedic journalism con John Oliver…

Panta rei. Tutto scorre, tutto si muove. Le rendite di posizione maturate lungo decenni perdono valore in uno scenario televisivo profondamente mutato, e allora forse è meglio lasciare quando si è (ancora?) all’apice. Forse è più saggio rinnovare, o almeno rinfrescare, la formula stessa del late night, sviluppatasi e sedimentatasi in un mondo che ancora non conosceva i gattini su YouTube e le webstar. Si impongono due strade, due modi di intendere oggi questo tipo di programmi. Due percorsi per certi versi molto simili ma, a ben guardare, sotto la superficie, radicalmente contrapposti.

Il virus e il vaccino

Da una parte, c’è il remake dello spettacolo comico di seconda serata che passa (anche) attraverso la rete, sia come sorgente di idee almeno in teoria fresche, sia come sbocco che prolunga e moltiplica la vita dei contenuti televisivi. Se internet sposa la logica della viralità, del contenuto che si sparge e si amplifica di bocca in bocca, e di bacheca in bacheca, alla tv di late night non resta altro che abbracciare appieno questa tendenza, a volte mettendosi in coda, altre invece riuscendo a fare da traino. È questa la strada intrapresa dai due Jimmy, Kimmel e Fallon, ma pure da O’Brien e persino da Meyers, con il rifacimento dal vero delle vignette del New Yorker. Diversamente dai tempi lunghi e dalle ritualità costruite in tutta calma da Letterman e dagli altri host tradizionali, ora “il vero obiettivo della tv di late night sembra essere creare la batteria di clip di YouTube che vedremo la mattina seguente”: così il programma si frammenta in tanti pezzetti, subito diffusi e messi in circolazione da mille altre fonti, pronti per essere cliccati, visti e rivisti, condivisi, vampirizzati. E, talvolta, diventare un meme.

Jimmy Fallon, al timone del Tonight Show di NBC, si è staccato così dalla pesante eredità di Carson e di Leno, confezionando uno spettacolo costellato di momenti isolati, tutti memorabili. Il conduttore si mette in gioco totalmente, è generoso, alla mano, mai serioso e sempre entusiasta, sorridente, felice di ciò che sta facendo e degli ospiti con cui si intrattiene, ancora incredulo di essere arrivato fin lì. È “il nipote più promettente della nazione”, e il suo perenne buonumore deriva dalla combinazione di “due strati di nostalgia: il rimpianto per i talk show degli anni Sessanta e i ricordi della pop culture più stupida degli anni Novanta”. Ogni puntata è una sequenza di spezzoni fatti apposta per stupire, per spostare sempre un po’ più in là il limite: le interviste con le star contano poco, perché quello che davvero interessa è ciò che sta per arrivare, il coinvolgimento assurdo ma prevedibile del famoso in sketch comici e situazioni di gioco. Non soltanto canzoni, ma remake dei brani di maggiore successo in chiave inedita, mettendo insieme la resident band The Roots e Miley Cyrus o gli One Direction. Non siparietti, ma gare di ballo e di lip-synch. Contaminazioni, improvvisazioni da copione: partite a Pictionary o gioco dei mimi con gli ospiti, match di beer pong con Diane Keaton, gare a carte e scontri che finiscono a gavettoni. Tutto nuovo, tutto bello, tutto spreadable. E tutto sempre adorabile, come nelle corde di Fallon. Pronto per questo a invadere le news online e i profili dei social media, nuova metrica del successo tv.

Dall’altra parte, stavolta sul versante delle reti via cavo, si colloca invece un tentativo organico di rinnovare la formula del comedic journalism, che sempre più mostra segni di stanchezza. Al virus di Fallon si può contrapporre qui, calcando un po’ la mano, il vaccino costituito da John Oliver e dal suo Last Week Tonight, su HBO alla domenica sera. Se i network inseguono sempre più la rete e l’indistinto rilancio dei contenuti di tanti spazi online, informativi e non, la cable e Oliver “colpiscono con gioia proprio una delle mani che li nutrono”(3)Si veda anche I. Crouch, “John Oliver, Charming Scold”, in The New Yorker, 7 maggio 2014., ironizzando esplicitamente, e senza pietà, su Buzzfeed e simili, sulle logiche del successo online, sulla stupidità del tutto (non sempre, ma quasi). Al di là delle prese di posizione esplicite però, come sempre, c’è molto di più. Il programma di HBO è infatti libero da molti vincoli delle sue controparti: è privo di pubblicità, e questo consente margini di manovra più ampi; ed è settimanale, perciò sganciato dalla stretta attualità e da cicli ininterrotti dell’informazione always on – un titolo di lavorazione era addirittura Breaking News on a Weekly Basis. John Oliver, già inviato di Stewart e maldestro professore di psicologia in Community, adotta nel programma la prospettiva dell’outsider, con un marcato accento british e un fare esplicativo, quasi professorale: è host e commentatore insieme, ma si pone sempre, per così dire, “di lato”. Tutto così si può mettere in discussione.

Il risultato è che, proprio nell’era della viralità totale, elemento distintivo di Last Week Tonight diventano i servizi principali, di durata compresa tra i dieci e i venti minuti. Lunghi segmenti dedicati a temi di cui si parla troppo poco, per ignoranza o disinteresse: il carcere, la pena di morte, il debito studentesco, la militarizzazione della polizia, il funzionamento della Fifa, gli zuccheri nell’industria alimentare, la net neutrality e il native advertising, e così via. Argomenti seri e persino seriosi, affrontati con un peculiare mix di profondità e leggerezza, di descrizioni precise e punch line formidabili, di inchiesta reale ed elementi parodici, fino alla call to action finale, spesso ridicola ma sempre con un fondo di verità. Pezzi lunghi, dal ritmo sostenuto, che “prendono un tema apparentemente complicato, rimuovono i luoghi comuni e il bagaglio culturale che gli stanno intorno, lo rompono in parti comprensibili – e poi lentamente lo ricostruiscono”. Il late night diventa una forma giornalistica, una sorta di investigative comedy, che riesce persino nell’intento di inserire una simile antimateria nel circuito dell’informazione virale: e il ciclo ricomincia. Si può ridere di tutto, intanto però dedicandogli un po’ di tempo.

Insomma, Jimmy Fallon cerca in ogni modo di approdare su YouTube, mentre John Oliver se ne prende gioco (ma questo non gli impedisce comunque di diventare virale). Sono due strade differenti ma non prive di sovrapposizioni, e di contraddizioni, per aggiornare il late night, e per cercare nuovi modi di mantenerlo rilevante: un appuntamento da non perdere o comunque da recuperare anche a pezzi, un esempio della perdurante capacità del piccolo schermo di restare una macchina cruciale di narrazioni e di star, di notizie e di semplici chiacchiere, di sorrisi a denti stretti e di risate difficili da contenere. E sono solo due tra le possibili strade, aperte da un cambiamento tuttora non concluso.

Un’ultima data: 18 dicembre 2014. È quando va in onda su Comedy Central l’ultima puntata del Colbert Report, l’addio al suo pubblico del conduttore che andrà a sostituire (lui sì, lui davvero) David Letterman. Nell’ultimo segmento, canta una canzone, prima con il suo maestro e amico Jon Stewart, poi con una massa confusa e indistinta di gente famosa di ogni tipo: cantanti, attori, politici, giornalisti. Il brano è We’ll Meet Again, ci rivedremo ancora. Nella continua tensione tra la ritualità eterna e gli improvvisi ribaltamenti di sistema del late night, stavolta è una certezza. Ci rivedremo, rideremo ancora.