Altro che morta, altro che sconfitta: la televisione è qui per restare. E questo è dovuto a ragioni tecniche, come lo schermo. E a un gigantesco ruolo sociale, di racconto condiviso.

Siamo così abituati a guardare contenuti video da molteplici piattaforme e non solo da un televisore piazzato in salotto, che abbiamo dimenticato il tempo in cui non era così, e internet significava solo la posta elettronica, i portali da consultare e qualche blog. Questa modalità che ora sembra ovvia, accessibile anche a bambini e persone non alfabetizzate, ha iniziato a palesarsi solo dopo il 2006. È allora che hanno fatto il loro ingresso device e pratiche impensabili prima come gli smartphone, il Wi-Fi e i social. Prima lo streaming video era impossibile a meno di non rassegnarsi a imbarazzanti interruzioni, rotelline che giravano, la linea che saltava. C’era stata anche una falsa partenza: l’idea che il download fosse la strada per usufruire dei video che circolavano in rete. Ma non si poteva guardare un video come si legge un libro, estraendolo da uno scaffale, occorreva aspettare che il film fosse scaricato, e intanto la curiosità e l’impegno emozionale, così importanti per la visione, si vanificano.

Non si tratta di determinismo tecnologico. La tecnologia si è mossa nella direzione che i consumatori volevano ardentemente: usufruire di contenuti video tramite internet come ormai, dagli anni Novanta, si poteva fare con la musica, eliminando definitivamente un supporto materiale da comprare o noleggiare come il dvd; e rendendo la fruizione più volatile e personale. Volevano farlo in casa, con un grande schermo piatto al posto del vecchio televisore che integrava funzioni televisive e home cinema, ma anche in ufficio, in auto, muovendosi sui mezzi pubblici. Ovunque vi fosse un po’ di attenzione disponibile, anche nella sala d’aspetto della Asl, con la speciale privatezza che le cuffie assicurano anche nello spazio pubblico. A sua volta la programmazione tv tradizionale si è moltiplicata, e la fruizione di questa grande offerta ha cominciato a diventare personale e a uscire dalle case.

L’impatto sulla società e sui media è stato forte, per molti versi spiazzante. Se il paesaggio mediale è stato profondamente modificato dal digitale e da internet, non tutti i media lo sono stati allo stesso modo. La stampa per esempio (con giornali e riviste) ha fatto molta fatica ad adeguarsi e a proporre nuove forme di diffusione dei propri contenuti; si può dire che c’è abbastanza riuscita, ma è ancora alla ricerca di un’efficace remunerazione dei contenuti digitali. Anche la televisione ha dovuto cambiare, e parecchio, ma con un successo maggiore rispetto ad altri media. La mia tesi è che la sua centralità nel sistema mediale, conquistata nella seconda metà del secolo passato, non è stata offuscata né sostituita, anzi in misura crescente si è affermata anche nella sfera social in cui i contenuti tv navigano ampiamente. È un processo globale e l’Italia non è un’eccezione, anche se con caratteri originali. Per argomentare questo punto di vista (controcorrente rispetto a una certa retorica oggi di moda, e fortemente spinta dagli over-the-top) non intendo ricorrere a motivazioni di retroguardia: l’Italia rimarrebbe televisiva per la poca diffusione della banda larga, per l’abitudine degli anziani alla visione domestica, per il condizionamento dato dalla tv stessa. Le motivazioni sono di contenuto, di pratiche sociali, di immaginario.

Quattro considerazioni preliminari

Screen based. La televisione, in quanto dispositivo, è screen based. Ha una consonanza nativa con dispositivi che come lei hanno un’interfaccia visiva e audiovisiva: computer, tablet e smartphone. E sullo schermo cosa si può guardare, se non le immagini? La cultura alfabetica diventa un paratesto del video. La moltiplicazione degli schermi, del resto, non è una minaccia: è un modo per aumentare i tempi di visione. Adesso il tempo in metropolitana o in treno è un viewing time, mentre prima la tv era solo “stare in casa” e “tornare a casa” (“in tutta fretta….”, come recitava un claim degli anni Ottanta).

Un palinsesto aumentato. La tv, come è ampiamente noto, non è solo “diffondere i programmi” ma “costruire i palinsesti”. E tv non è, anzi non è più, il solo televisore. Fino a quindici anni fa una sola parola (appunto televisione) definiva i contenuti (“guardo la televisione”) e il device domestico (“accendi la televisione”). Adesso non più. E non solo perché il nostro schermo è piatto, ha dimensioni ragguardevoli, ma perché è di fatto un computer travestito da televisore, che propone contenuti di provenienza tv insieme a quelli che viaggiano sulla rete, o da altre fonti. L’utente è indifferente al tipo di delivery; allo stesso modo quando riceviamo un pacco per un acquisto online ci è abbastanza indifferente se il pacco ha viaggiato su un camion o su un treno. L’importante è se è arrivato puntualmente, non è danneggiato, ed è quello che avevamo scelto. O se dobbiamo pagare qualcosa oppure no.

Un medium predisposto al modello di business digitale. Il modello di business della stampa (ma anche quello della sala cinematografica) è stato completamente sconvolto dall’avvento del digitale. Il primo perché fondato sulla vendita di oggetti materiali (le copie dei giornali) oltre che sulla pubblicità; il secondo perché dipendente dai biglietti staccati per entrare in un ambiente di visione (la sala) che oggi ha molti concorrenti. La televisione all’avvento del digitale non solo disponeva già di un modello di business fondato unicamente sulla pubblicità nelle sue varie forme, ma si era organizzata in più livelli, il primo gratuito e generalista, e i successivi di nicchia e a pagamento in varie forme compatibili con l’avvento del digitale, anzi da esso potenziati. Il video on demand si avviava a essere una grande teca di contenuti sempre disponibili per collocarsi nel palinsesto che ciascun consumatore poteva formarsi.

Il superamento della visione lineare. “Visione lineare” comporta la visione di un contenuto solo in un appuntamento fissato da altri. Se lo spettatore arriva tardi mancherà all’appuntamento; se qualcuno gli telefona durante la trasmissione non recupererà mai il frammento trasmesso in sua assenza. In ambiente digitale mettere in pausa un programma, rivederlo dall’inizio, addirittura vederlo al ralenti (come in moviola) rappresentano possibilità gradite al consumatore. Il programma perduto può essere facilmente recuperato. Questa nuova libertà può essere usata in forma di binge watching. Tecnologie e pratiche sociali nuove si intrecciano e rincorrono continuamente, al servizio della passione e dell’emozione, non solo della praticità.

 

La fornace sempre accesa della narrazione

Queste importanti considerazioni non devono farci perdere il punto principale: la televisione, nella sua versione attuale a più livelli, è la principale fornace popolare in cui oggi è fusa la narratività, lo storytelling, una grande narrazione condivisa. Può farlo perché è intrinsecamente multiformato: fatta di finzione e di factual, di news e di entertainment, di contenuti brandizzati e non, di un insieme di culture in continua evoluzione. Assomiglia così tanto alla vita da confondersi con la vita stessa. Oltre a essere fruibile su device diversi, ha un collegamento costante con l’attualità in una forma morbida e gradita alle persone comuni. Tale collegamento non avviene infatti solo tramite le news e gli approfondimenti informativi, ma perché il palinsesto tiene conto di quello che accade, anche all’ultimo momento. Se è la vigilia di Natale, oppure d’improvviso arriva un’alluvione, o il capo del governo tiene un importante discorso, il palinsesto ne tiene conto, prende atto dello spirito pubblico e in qualche modo lo determina. Una serie tv on demand è sempre la stessa, qualunque cosa accada.

La televisione è lunga. Un contenuto on demand (il film, la serie, la partita di calcio, il format di intrattenimento) ha comunque una fine. È come una corsa in taxi rispetto alla nostra automobile che aspetta nel garage di casa. La tv è un accompagnamento costante della quotidianità e dei suoi momenti festivi, senza bisogno di specifici atti di acquisto. Questi aspetti la avvicinano ai social network più che agli altri media del Novecento. Non per caso molta televisione si fruisce in forma social, e molto di ciò che circola sui social è in realtà di estrazione o di cultura televisiva. C’è però una grande differenza rispetto ai social e alla loro capacità, algoritmica, di aderire alle nicchie più diverse e minuscole: la tv è coesione sociale. Certo, la “cultura di massa”, i “mass media” e le pratiche sociali “di massa” così narcisisticamente descritte dalle letterature del secolo scorso si sono in gran parte dissolti, frazionati, segmentati, trasformati in nicchie. Ciascuno di noi appartiene a diverse nicchie, alcune delle quali sono fragili e temporanee. Trovare un senso comune nella nostra epoca è più difficile, ma non impossibile; però qualcuno ci sta provando, ed è proprio la televisione.

I social network sono l’espressione più evidente delle nicchie (culturali, politiche, di fandom, di scopo ecc.). Tuttavia la segmentazione ha un limite. La società richiede la coesistenza, la dialettica, la reciproca vibrazione di due concetti, individuazione e appartenenza, coralità e spirito di scissione, condivisione e differenziazione. Internet e i social contribuiscono potentemente alla segmentazione, dandole legittimità e forza. Ma alla coesione chi pensa? A questo pensa la televisione. Un dispositivo che, legittimamente, cerca di riunire grandi pubblici. Questo è il motivo della sua centralità che, pur messa in discussione da internet, non ne è poi scalfita più che tanto, perché la rete batte prevalentemente su un altro tasto. È il tasto dell’individuazione: così importante per scrollarsi di dosso il conformismo delle masse, ma anche potenzialmente divisivo nelle società occidentali, con cui una parte dei cittadini dà segni di non riuscire più a identificarsi.

Solo la televisione è in grado di proporre un grande storytelling e quindi, attraverso la narrativizzazione della realtà, aiutare processi di identificazione, integrazione, condivisione sociale. A chi crede che lo storytelling sia solo la narrativa di finzione, occorre pazientemente ricordare che si tratta piuttosto di un amalgama di formati e di generi non monolitico, ma modulato sui gusti degli spettatori, coeso ma plurale. Lo storytelling non è un genere, è l’amalgama che unisce esperienze e visioni diverse collegandole in modo che abbia un senso riconoscibile. La televisione è il principale strumento per questa esperienza sociale, e in questo può essere aiutata dalla radio. Sono ormai lontani i tempi in cui si pensava che la radio fosse annullata e sostituita dalla tv; la sua vitalità e longevità ha un ruolo di crescente importanza.

Centralità dell’immaginario

La televisione sta dunque riconquistando la sua centralità, che probabilmente non ha mai perduto. La crisi che ha colpito il Paese negli anni scorsi, lasciando pesanti conseguenze, non ne è il motivo principale. Di fronte all’arrivo degli over-the-top la televisione nazionale rappresenta una forte alternativa soprattutto in termini di storytelling condiviso. Anche se è sempre corretto guardare con interesse a tutte le forme che aumentano le facoltà di scelta dello spettatore, il tasto debole degli Ott è il rovescio della loro rapida mondializzazione. Per loro la produzione nazionale è un frammento della programmazione, una forma di domesticizzazione dell’offerta per essere meglio accettati sui nuovi mercati. Al di là delle quote di produzione, la loro offerta non contiene un obiettivo di coesione sociale ma quello di un efficace perseguimento di plurime nicchie di pubblico. Il carattere multiformato della televisione è restituito debolmente, perché non ci sono tutti i formati, ma prevalentemente finzione e sport. Quel che più conta, i modelli sono altrove, oltreoceano, rispettabili ma non sempre trasferibili nella vita quotidiana. Per difendersi da un supposto “buonismo” della tv generalista, c’è una enfatizzazione dei lati più dark della società, avvincente ma con limiti evidenti.

Solo la tv consente oggi uno storytelling condiviso, come radicamento sociale e come immaginario. Essa si conferma un elemento fondamentale per plasmare – ma soprattutto per mantenere – l’immaginario, influire sull’agenda sociale, trasformare il vissuto in grandi narrazioni. È importante per questo, per ogni network televisivo, essere presenti nell’intera filiera generalista, tematica, on demand. La vita dei prodotti di cui si detengono i diritti può essere giocata così prevalentemente nelle varie forme della propria offerta. È un vantaggio posizionale, ma soprattutto la possibilità di avere uno sguardo più complessivo e necessariamente plurale. Se un Ott è un soggetto che fa (e/o vende) la televisione con apparati ridottissimi e una forte curvatura sulla vendibilità locale dei contenuti, questo può consentire snellezza imprenditoriale e forti guadagni iniziali, ma non garantisce quel radicamento e quella coesione che nel medio periodo assicurano continuità. I principali brand nazionali hanno tesaurizzato questi radicamenti, che costituiscono una sorta di “avviamento”, di prezioso capitale immateriale.

Il tema di conservare stretta a sé la propria readership e contemporaneamente guardare al futuro non è tanto una necessità commerciale ma un’esigenza editoriale: la capacità di proporre un ventaglio di narrazioni condivise modulate su pubblici plurali, che accedono a vari capitoli dell’offerta. La tv può farlo, con crescente consapevolezza (e il coraggio) di saper provvedere alla fornitura di grandi narrazioni, di forme di socializzazione, di immaginari condivisi innovativi.