Odori e sapori che non si sentono e non riusciremo a riprodurre: qual è il segreto del cibo nei programmi di cucina? Cosa c’entra la tensione erotica?

Non sono l’unica, ammettiamolo, a passare buona parte delle proprie giornate guardando in stato di trance tutti i cooking show in tv, sfogliando affascinata libri di cucina illustrati, scandagliando il web alla ricerca della ratatouille perfetta. Là fuori c’è un esercito di peccatori. Il cibo, ormai, è l’oggetto del desiderio dei nostri sguardi lascivi: abbiamo sviluppato una dipendenza e la nostra droga si chiama food porn.

Di cosa parliamo quando parliamo di food porn

Anthony Bourdain – chef, scrittore, per anni volto televisivo di Travel Channel – sostiene che, a un certo punto, le persone hanno cominciato a destinare al cibo le stesse attenzioni, l’interesse e l’entusiasmo un tempo riservati al sesso. Non si può negare che nella nostra società il cibo si sia evoluto da bisogno primario, necessario per sopravvivere, a esperienza sensoriale, estetica ed estatica. C’è sicuramente qualcosa di viscerale nel guardare – prima ancora che nel mangiare – torte ricoperte da colate di cioccolato fuso e panna montata: è l’esaltazione del cibo, ammiccante, seducente, sul quale macchine fotografiche e telecamere indugiano con zoom e close-up. I piatti che vediamo in tv, cucinati da chef professionisti o da dilettanti alle prime armi, hanno nella presentazione, e quindi nell’apparenza estetica, il loro punto fondamentale: perché si consumano solamente con lo sguardo e sono, letteralmente, da mangiare con gli occhi. Lo spettatore può solo immaginare il sapore di un arrosto cucinato da Jamie Oliver, ma tanto basta per appagare i nostri sensi. D’altra parte, ritrovarsi a fissare estasiati la bacheca di Pinterest non è poi così diverso dal passare ore a guardare filmati su YouPorn. E se il cibo è il nuovo sesso, la lussuria della nostra epoca è senza dubbio il food porn.

Proprio come per la pornografia, non è semplice darne una definizione: c’è chi fa risalire l’origine di questo concetto al 1977, quando Alexander Cockburn scrisse di gastro porn sulla New York Review of Books; oppure al 1979, quando Micheal Jacobson usò per la prima volta il termine food porn contrapponendolo al cibo buono e salutare; o, ancora, al 1984, con la critica femminista Rosalind Coward che identificò un certo tipo di fotografia culinaria come atto di sottomissione della donna. Personalmente ritengo che Roland Barthes nel suo Miti d’oggi (datato 1957) avesse descritto perfettamente il food porn – pur senza nominarlo – parlando della rivista Elle: pura cucina della vista, cibi da sogno, ornamentali, la cui consumazione può benissimo compiersi con il solo sguardo.

Oggi il concetto di food porn è talmente diffuso e mainstream da essere diventato una vera e propria moda. Un’ossessione, per alcuni. Un flusso ininterrotto di immagini tentatrici e millemila siti internet dedicati: il solo gruppo Food porn su Flickr ha superato i 40.000 utenti, e poi ci sono Pinterest, Taste Spotting, Food Spotting, Food Porn Daily, Food Gawker e chi più ne ha più ne metta. Un esercito di foodie, tutti intenti a documentare le proprie esperienze gastronomiche su Instagram prima ancora di assaggiare quello che c’è nel piatto, non a caso diventati oggetto di parodie: una su tutte, la canzone Eat it, Don’t Tweet it (basta il verso “A sick addiction to Ramsay’s kitchen/I can’t stop lickin’ my television” per rendere l’idea), ma anche il tumblr che raccoglie in una divertente mise en abîme immagini di persone colte nell’atto di fotografare un piatto. E che dire di quell’episodio di South Park in cui Randy sviluppa una certa passione per Food Network?

Riassumendo: voyeurismo, eccesso, estetizzazione del cibo. Non c’è comunque bisogno di darne una definizione esatta o di tracciarne i confini per capire di cosa si tratta: così come accade con la pornografia, riconosciamo il food porn quando lo vediamo.

Food porn/Real porn

“Non può sfuggire che ci siano curiosi parallelismi tra i manuali dedicati alle tecniche sessuali e quelli sulla preparazione del cibo; c’è la stessa enfasi sulle lunghe preparazioni, gli stessi apostrofi sugli ultimi, paradisiaci piaceri”. Così scriveva Alexander Cockburn nel 1977 a proposito dei libri di cucina e delle evidenti analogie tra preparazione dei cibi e sesso. Quasi trent’anni dopo, il giornalista gastronomico Frederick Kaufman, intervistando la porn still photographer Barbara Nitke per Harper’s Magazine, ha dimostrato che la rappresentazione del cibo in tv deve molto ai film a luci rosse. A partire dal fatto che, come la migliore pornografia, le immagini di food porn presentano il cibo in modi che mai avremmo immaginato e che, con buona probabilità, noi comuni mortali non riusciremo mai a copiare: “Guardi il porno e dici ‘Sì, potrei farlo anch’io’. Sogni di essere lì, ma in fondo sai che non è possibile […] Il sesso, naturalmente, è impossibile da replicare”. Buona parte del fascino esercitato dal food porn sta proprio nel suo essere irraggiungibile e irreplicabile. Senza piatti sporchi, senza fatica: pura estasi culinaria. E poi la messa in mostra delle abilità: il momento in cui gli chef si esibiscono nel taglio delle verdure – velocissimi, precisi, quasi ipnotici nella loro gestualità – secondo la Nitke non è altro che il corrispettivo gastronomico del “sesso-appesi-al-candeliere”, quella cosa che lascia tutti noi a bocca aperta, consapevoli che non ne saremo mai capaci. Le fasi della preparazione, quelle più noiose e meno interessanti, spesso ci vengono nascoste – ma d’altra parte, avete mai visto preliminari in un film porno? Wham, bam, thank you ma’am. C’è un pollo già pronto nel forno, ed ecco il money shot dei cooking show: il momento della presentazione del cibo, l’assaggio dei giudici. E proprio come nei film hard, la trama non conta e il concetto di replica svanisce: rivedremmo le stesse immagini all’infinito, in loop, senza nemmeno accorgercene.

C’è però una sottile linea tra pornografia ed erotismo. Umberto Spinazzola, regista della versione italiana di Masterchef, mi ha confessato che preferisce considerare altri cooking show come pornografia, mentre il suo Masterchef, continuando la metafora, potrebbe essere un film erotico, ricercato, intrigante: “La nostra non è pornografia, perché abbiamo una grande cura della narrazione, dell’impaginazione, di tutta la mise en scène. Definirei l’immagine dei nostri piatti come fortemente appetizer, ma mai porno. Perché quando fai il porno non ha più importanza nulla, se non che si vedano i genitali. In Masterchef invece c’è più cura, c’è un grande rispetto per il cibo. Lo si abbellisce, lo si rende appetibile, senza mai alterarlo”. Già. Alterarlo. Masterchef si fa vanto della naturalezza e genuinità dei piatti preparati dagli aspiranti chef: “Non c’è nessun artificio – continua Spinazzola –, i piatti che vedete sono proprio quelli preparati dai concorrenti in gara. Abbiamo organizzato una macchina infernale che ci consente di fare i beauty shot alla velocità della luce, dedicando pochissimi secondi a ogni piatto. Però quei pochi secondi sono un format, provati all’infinito, ben illuminati. Devono essere perfetti, certo, ma i piatti sono sempre veri”. Non sempre è così, anzi. Il cibo, in tv come sui set fotografici, spesso, viene truccato. C’è chi lo fa per professione: i food stylist.

Non è tutto burro quel che gocciola

In sostanza: com’è possibile che certe immagini del cibo siano tanto belle da farci salivare come cani di Pavlov? Provate a pensare alla volta in cui avete cercato di replicare quella meringa al limone vista su un magazine: non è venuta così bella, vero? Qui entrano in scena le competenze dei food stylist, capaci di rendere straordinario e appetitoso qualsiasi piatto. Roberta Deiana lavora da anni in questo campo e mi racconta che “il food stylist è un po’ come il make-up artist: il suo lavoro può andare dall’esaltazione del lato migliore del cibo fino alla falsificazione più completa”. Per rendere più luccicante una pasta al sugo basta aggiungere un po’ d’olio, mentre una bistecca può diventare di un bel colore rosato con una pennellata di succo alla barbabietola. Con altre pietanze, però, il lavoro si complica. I salumi, per esempio, non possono passare indenni ore sotto i riflettori, ma vanno trattati con sostanze chimiche perché non perdano il loro colore originale. Un altro grande classico è la ciotola di latte e cereali: a volte viene riempita con panna e yogurt, oppure, per dare l’impressione di maggiore consistenza e morbidezza, colla vinilica. Non solo questi cibi spesso non sono commestibili, ma a volte sono proprio finti, dei mock-up: crediamo di vedere dei golosissimi gelati nelle pubblicità ma, cattiva notizia, sono solo delle riproduzioni. E quelle fettine di roast-beef disposte così elegantemente nel piatto da portata? Tenute insieme da una colla tossica. Dalla chiacchierata con Roberta imparo che un set fotografico può essere un luogo molto pericoloso per chi è soggetto ad attacchi di fame.

Sotto i riflettori il cibo è abbellito, esaltato, replicato. Costruito anche nella sua imperfezione: superando le immagini patinate della pubblicità – troppo belle per essere vere – si cerca talvolta di rendere il cibo più autentico. L’imperfezione che diventa bellezza. Roberta la chiama “estetica delle briciole”, una verosimiglianza cercata e costruita che mima il food porn amatoriale, quello delle immagini domestiche, delle fotografie scattate in fretta e furia prima che qualcuno addenti una fetta di torta. Ma è in realtà un lavoro certosino, fatto di precisione e pazienza, in cui le briciole vengono disposte ad arte sul piatto e le sbavature non sono certo lì per caso. Anche la cucina di casa sa essere, a suo modo, lussuriosa.

Splendore, autenticità, verosimiglianza, perfezione: in fondo è solo questione di gusto. La verità è che basta che ci faccia venire fame.