It è un romanzo di Stephen King, una miniserie del 1990, ora un film. E soprattutto un fenomeno che mette in scena le generazioni e al tempo stesso le attraversa.

“Una volta qualcuno mi disse: ‘Il tempo è un cerchio piatto’. Ogni cosa che abbiamo fatto o che faremo, la faremo ancora, e ancora, e ancora…”. Una frase tra le più citate di una serie molto celebrata negli ultimi anni, True Detective, mi risuona in testa dal momento in cui sono uscito dal cinema alla fine di It (Capitolo 1, a esser pignoli). Perché se c’è qualcosa di nuovo da dire su questo remake-non remake della miniserie tv del 1990, su questo nuovo adattamento dell’epocale romanzo di Stephen King, credo sia impossibile farlo senza tirare in ballo il tempo, e i loop temporali. Per cui: procediamo.

Primo loop. La storia è sempre la stessa

It è la storia di un eterno ritorno: ogni (circa) 27 anni la cittadina di Derry precipita in un delirio di violenza e terrore, che sfocia in un grande ultimo rito violento collettivo. Lo dicono la storia della città, i suoi giornali ingialliti e la memoria selettiva dei cittadini. I sette ragazzini del Losers’ club, che scelgono di schierarsi contro il pagliaccio Pennywise e le sue molte forme, riusciranno a spezzare il ciclo infinito?

Sì e no. Perché non basta la prima battaglia, nell’estate 1958. La piccola storia dei Losers sembra in questo replicare e contenere la grande storia della città, e dell’umanità intera. Perché nel romanzo in fin dei conti si racconta due volte la stessa storia: 27 anni dopo i Losers dovranno tornare da adulti a sconfiggere It una seconda volta, reimparando da capo ad avere paura come la provano i bambini. Solo con quella purezza potranno di nuovo, una volta per tutte, cancellare la paura dalla faccia della terra.

Ma è davvero così? Che cosa ci fa pensare che tra altri 27 anni It non tornerà a colpire? È questo il grande non detto del romanzo, il terrore più grande e allo stesso tempo la più grande speranza che ci dà King: a un primo livello ci dice che la paura si può sconfiggere una volta per tutte, ma a un secondo livello, più implicito, ci lascia aperta la possibilità di tornare ancora a provarla sulla nostra pelle e proprio per questo sconfiggerla ancora. E ancora. E ancora. Perché in fin dei conti diventare adulti, liberarsi del pensiero magico dell’infanzia, fa molta più paura che sconfiggere un mostro sghignazzante.

Secondo loop. Il romanzo e il suo tempo

Il romanzo di Stephen King esce nel pieno dell’età d’oro della Amblin di Spielberg, un’epoca di ragazzini, biciclette, walkie talkie, bulli, perdenti, tesori favolosi e avventure incredibili appena fuori dalla porta di casa, dove il bosco lambisce l’ultima veranda con sedia a dondolo annessa, l’ultimo alimentari a conduzione familiare della sonnolenta cittadina di provincia, grande quanto l’America intera.

Tutti noi abbiamo presente quel mondo, perché è l’immaginario con cui siamo cresciuti. C’era Indiana Jones, c’era Ritorno al futuro, c’erano i Ghostbusters, certo, ma di quegli anni bambini ci è rimasto addosso soprattutto il sogno di far parte, anche solo per un giorno, di una delle bande coraggiose di ragazzini che popolavano l’immaginario dell’epoca. Tra tutte, i Goonies (1985) e il glorioso Losers club di It, appunto (1986, il romanzo, e 1990, la miniserie). Da una certa distanza è facile cogliere le somiglianze, data anche la coincidenza cronologica, ma sono più interessanti le differenze. Perché quel mondo di ragazzini targati Amblin era un’illusione: Richard Donner, Chris Columbus, Robert Zemeckis, Joe Dante, George Lucas e Steven Spielberg mascheravano sotto la sgargiante superficie anni Ottanta il loro passato, l’infanzia ruggente degli anni Cinquanta. D’altra parte si sa che ogni autore, e soprattutto ogni autore di letteratura fantastica, non fa altro che raccontare e mitizzare la sua infanzia.

Nel romanzo, Stephen King smaschera quest’illusione con una semplice mossa, spezzando il tempo della narrazione in due: il presente degli anni Ottanta è il tempo degli adulti, degli yuppies e del grigiore che intorpidisce la memoria; il passato avventuroso dell’infanzia torna invece al suo posto, negli anni Cinquanta di un’America ancora in qualche modo selvaggia e ingenua, che credeva ai mostri e alla possibilità di sconfiggerli. Se i film di Spielberg e compagnia ci illudevano di poter vivere un presente fantastico, un’infanzia eterna, il romanzo di King ci ricorda che nella vita esistono due tempi separati, l’infanzia e l’età adulta. E se nell’infanzia la violenza degli uomini può essere trascesa e identificata nel ghigno di un clown, nell’età adulta non dovrebbe restare più spazio per sciocchezze del genere. Ma, come sappiamo bene, è lo stesso King a negare questa linearità del tempo: gli adulti tornano bambini (e balbuzienti, asmatici, miopi), gli anni Ottanta trascolorano di nuovo nei Cinquanta, il babau risorge e, di nuovo, viene sconfitto. Ed è così che It sembra voler cristallizzare per sempre l’immaginario fantastico degli anni Ottanta e prenderne le distanze allo stesso tempo. Assomiglia incredibilmente ai Goonies, e ne è l’esatto contrario. Allo stesso tempo.

Terzo loop. Il film e il nostro tempo

A trent’anni dalla pubblicazione del romanzo, e proprio mentre le serie cinematografiche (Marvel a parte) sembrano mostrare la corda, la New Line Cinema e Andrés Muschietti scelgono di adattare finalmente per il grande schermo le quasi duemila pagine del romanzo di King, dividendole però in due film distinti: il primo incentrato sulla parte infantile della storia, il secondo sulla parte adulta. La divisione segue ovviamente logiche commerciali e forse di pragmaticità narrativa, ma sta di fatto che, mentre il romanzo procedeva alternando i due piani temporali, qui la separazione è più netta che mai, tanto che arrivati alla fine del film viene da chiedersi come potrà essere il seguito se non completamente diverso per temi e toni, e come sarà possibile far funzionare quell’inversione di rotta temporale (da bambini ad adulti, da adulti a bambini) che era al cuore del romanzo.

Ma non è l’unico inghippo temporale dell’operazione. Nel film di Muschietti, complice probabilmente il revival retromaniaco di questi anni, le vicende del Capitolo 1 sono spostate in avanti, dal 1957-58 al 1988-89. Ed è così che It, nell’anno di grazia 2017, finisce per incappare nello stesso processo di “sovrapposizione temporale” che colpiva l’immaginario per ragazzi degli anni Ottanta, rispetto al quale It era stato l’eccezione. Già Cary Fukunaga, regista di True Detective (toh!), mentre nel 2014 stava lavorando a una prima sceneggiatura del film (prima di lasciare il progetto in favore di Muschietti), aveva detto: “I am in the midst of rewriting the first script now. We’re not working on the second part yet. The first script is just about the kids. It’s more like The Goonies meets a horror film […]. We’re definitely honoring the spirit of Stephen King, but the horror has to be modernized to make it relevant”. Non è curioso? La modernizzazione di It passa attraverso i Goonies, un film uscito un anno prima del romanzo!

E comunque sì, Capitolo 1 ricorda inevitabilmente per mood e look i Goonies, i Gremlins e tutto il repertorio di storie e personaggi di cui It era in origine fratello maggiore (per gravitas) e oggi sembra invece figlioccio o nipote. Con un’aggravante: abbiamo detto che i registi e gli sceneggiatori degli anni Ottanta attingevano alla propria infanzia contrabbandandola al loro giovane pubblico per il racconto di un presente possibile. Qua invece un regista nato nel 1973, che quegli anni Ottanta ha vissuto davvero, racconta non tanto la sua infanzia reale, ma la sua infanzia passata a consumare libri e film. I ragazzini che mette in scena non assomigliano ai suoi vecchi compagni di scuola o di giochi: assomigliano ai Goonies. Corto circuito. Anche complice la presenza di un attore in comune, allora, è davvero difficile non collegare questo It con operazioni come Stranger Things, piene di ammicchi e ruffianerie. D’altra parte, non assomiglia un po’ a Molly Ringwald l’attrice che fa la piccola e cazzuta Bev?

Ma, a ben vedere, questo It si smarca dall’effetto revival e con un carpiato si ricollega alle origini: riesce stranamente a essere più demodé che alla moda, anche perché esteticamente e narrativamente è molto più “arretrato” di Stranger Things, che incorporava elementi da young adult (il ménage tra i tre ragazzi più grandi, Steve-Nancy-Jonathan, in odor di Twilight) e manteneva un lieve distacco ironico tipico di tutte le operazioni nostalgia. Per molti aspetti, It sembra invece davvero un film anni Ottanta misteriosamente rimasto sepolto in una cava come il famigerato gioco di E.T. dell’Atari. Si tratta davvero di “The Goonies meets a horror film”, come nei progetti del povero Fukunaga defenestrato.

Basti una differenza, su tutte: nella prima stagione Stranger Things non si sognava neanche per un attimo di assegnare ai ragazzini protagonisti una funzione davvero risolutiva, relegandoli da un certo punto in poi in un ruolo quasi da comprimari sballottati qua e là, mentre i ragazzi più grandi e gli adulti prendevano a mazzate mostri e agenti cattivi. In questo nuovo It, invece, sono sempre i Losers a sconfiggere il mostro, giù nelle fogne. Per quanto incredibile, sette bambini riescono ancora una volta a fermare un mostro soprannaturale millenario. La magia resta intatta. E così anche in questo caso, la sovrapposizione dei tempi è perfetta e imperfetta insieme. Il loop sembra rompersi per sempre mentre invece finisce per rinsaldarsi.

Quarto loop. Di quale It abbiamo paura?

C’è un’ultima questione, un ultimo loop, e ci riguarda da vicino. Intorno a questo film c’è stata molta attesa, a tratti fiduciosa, a tratti sospettosa. Come osano rifare il film di It, ci dicevamo. Eppure, e Andrés Muschietti per primo ci ha tenuto più volte a sottolinearlo, non esiste nessun film di It. Questo è, strano a dirsi, il primo It cinematografico della storia. Sì, certo, c’è stata la miniserie tv del 1990, il profilo inquietante di Tim Curry che sbucava da ogni inquadratura. Ci sono stati mesi se non anni di incubi e inquietudine diffusa nei confronti dei clown, a seguito di quella visione (più o meno completa). Ma forse anche proprio per non rivivere il trauma, quasi nessuno ha avuto il coraggio di rivederla da adulto, quella miniserie, e chi l’ha fatto si è trovato davanti un prodotto abbastanza mediocre, scritto maluccio e girato con pochi soldi ma, c’è da dire, qualche guizzo. Tutto qua.

Eppure, per chi era bambino o poco più tra gli Ottanta e i Novanta, It è un un fantasma che aleggia senza una forma ben precisa nel nostro inconscio: qualcosa a metà tra il romanzo, la miniserie tv, una vaga forma di pagliaccio con i denti aguzzi e il sovraccarico di suggestioni che provocò in noi, per tutti gli anni a venire. E allora, che cosa vogliamo difendere, quando critichiamo questo film più che onesto, divertente e ben fatto? Che cos’è che ci fa dire che questo nuovo Pennywise tutto sommato non fa neanche paura, a differenza di quello di Tim Curry?

Ammettiamolo, la paura che ci faceva quel Pennywise là è oggi inarrivabile, perché all’epoca eravamo noi stessi le sue prede ideali, e infatti ce lo immaginavamo nascosto sotto il letto, o dentro l’armadio. Se Tim Curry era stato davvero incredibile, sempre sul crinale tra semplice clown e mostro, la paura che ci incuteva era però principalmente dovuta al fatto che nel 1990 eravamo, anche noi, bambini. Non avremmo mai più avuto quella paura lì, cristallina, e non ci saremmo mai più identificati con i Losers di Derry con quello struggente trasporto. Era inevitabile, per Muschietti, aggiornare la finestra temporale della storia, perché come abbiamo detto nel sistema del romanzo la vita adulta è il presente grigio, e l’infanzia è il passato eroico. E non è possibile mantenere questa scissione allegorica se entrambi gli archi temporali si svolgono nel passato, gli anni Cinquanta e gli anni Ottanta. Serve un presente da cui parlare, e un passato da rievocare.

Ma così facendo, questo nuovo It ci ricorda che abbiamo varcato la linea d’ombra: ai tempi della miniserie del 1990 era la prima parte della storia a parlare di noi; in questo 2017, sarà nella seconda parte che potremo più facilmente rispecchiarci. Quegli anni Ottanta, vissuti o visti nei film, assomigliano non al nostro presente, ma ai nostri ricordi. Quei ragazzini non siamo noi: lo eravamo. E così Pennywise, d’improvviso, non ci fa più paura.

Insomma, il motivo per cui siamo così diffidenti nei confronti di questo nuovo It è perché abbiamo l’impressione che questo tal Andrés Muschietti sia venuto a scipparci l’infanzia e a riconsegnarla alle nuove generazioni di ragazzini, che infatti a quanto pare stanno imparando a memoria le scene di Bill Skarsgård come abbiamo fatto noi all’epoca, tremando di fronte agli sberleffi di Tim Curry. D’altra parte, tra la miniserie e questo film è passato esattamente il lasso di tempo che ci mette It a uscire dal suo letargo, circa 27 anni. Adesso potrebbe essere sveglio, e affamato.