C’è un filo sottile che unisce Stranger Things, Lorella Cuccarini e Bim Bum Bam. Perché la generazione degli anni Ottanta e Novanta è ora al centro dell’immaginario.

Lorella Cuccarini è la Mina degli anni Ottanta e Novanta? Per l’uso vintage che ne ha fatto la tv in questi mesi, forse sì. La Mina di oggi sarà pure sparita dalle scene, ma quella di ieri, quella in bianco e nero, vive costantemente sul nostro schermo, spesso protagonista di Techetechetè e non solo. La Cuccarini è invece è un po’ più sbiadita, e non per suo volere. A dicembre però è tornata alla ribalta, su Raiuno con Heather Parisi e NemicAmatissima, omaggio palese ai ricordi televisivi dei trenta-quarantenni. Gli anni Ottanta paiono vivere di perenni citazioni, anche in ambito musicale, ma adesso tocca anche al decennio successivo, i Novanta. E negli ultimi due anni il revival è arrivato potente pure in tv. Anzi, la messa in onda dello show sul primo canale del servizio pubblico ha sancito definitivamente l’emergere di una generazione. Che non solo può essere rappresentata sullo schermo (È arrivata la felicità) ma ha diritto a veder omaggiata la sua infanzia. Sarà pure che Andrea Fabiano, direttore di Raiuno, è del 1976.

A differenza di Mina, però, la Cuccarini ha anche un repertorio a Cologno Monzese. Così, forse sulla scia del programma di Raiuno, domenica 15 gennaio è andata in onda una “maratona Lorella Cuccarini” su Mediaset Extra, rete tematica dedicata al meglio della programmazione del Biscione, e quindi anche al meglio del suo passato. Tutto è cominciato il 16 giugno 2016 con la “maratona Non è la Rai”, fin dal titolo un programma simbolo dell’alterità di Cologno. Si festeggiavano allora i 25 anni del programma che lanciò Ambra, i vestitini aderenti colorati e Please don’t go. Sulle cui note ho ballato qualche settimana fa: era sabato sera, avevo sbagliato locale, ma ho scoperto che la “mia” musica, quella che un tempo mi vergognavo di ballare, è adesso revival per ragazzini di oggi. Non significa questo, forse, essere la generazione dominante?

Tocca a noi (tocca a me)

Intanto, nel 2016-17, Mediaset Extra ci ha preso gusto: ecco la maratona Casa Vianello, quella Paolo Bonolis, e poi Bim Bum Bam e Fantaghirò (si chiude il cerchio con la showgirl mora della mia infanzia, Alessandra Martinez). Non più episodi sporadici come i 20 e 30 anni di Drive In o il poco riuscito Studio 5 con Alfonso Signorini, ma un’idea costante di recupero dell’archivio che andrebbe valorizzata ancora di più. La questione è strategica, economica, estetica: gli archivi sono preziosi da sempre per il sistema televisivo. Mediaset deve investire in questo campo, anche perché è il suo momento: per evidenti fattori storici, è l’azienda che meglio può cullare i ricordi della generazione anni Ottanta e Novanta. Certo, per me la questione è anche sentimentale: ho l’età giusta perché la mia giovinezza televisiva sia ri-proposta e ri-rappresentata. Avete avuto Anima mia, adesso tocca a noi.

Non vi ho detto però tutta la verità. Per omaggiare Bim Bum Bam mi hanno infatti chiamato come autrice: per me la questione quindi non è solo sentimentale, ma anche strategica, economica, estetica. Ho l’età giusta, fatemi lavorare. Nessun amico o collega mi ha mai invidiato tanto come per l’intervista a Bat-Roberto, alias Roberto Ceriotti. Non faccio mai foto con i personaggi che intervisto, mi pare poco professionale (sono antica), ma con Debora e Carlotta, conduttrici del programma e mie compagne di infanzia, ho deciso che sì, valeva la pena (e no, non vedrete mai la foto, niente esposizione su Twitter).

Intrattenimento generazionale e per famiglie

Non è certo una novità: la riscoperta del passato prossimo per colpire la generazione di nuovi adulti è tecnica conosciuta dell’industria dell’intrattenimento. Forse gli anni Ottanta e gli anni Novanta stanno però per essere sfruttati in maniera più sistematica rispetto a quanto accaduto in precedenza, grazie alla possibilità infinita di citazioni, remake, rimandi, reboot, sequel, prequel, come dimostrano le industrie più evolute della nostra. Ecco allora i nuovi X Files e Twin Peaks, e pure Stranger Things. Che fare di fronte a tutto questo? Ci si culla nella nostalgia, nostalgia canaglia (a proposito: nel 2017 quella canzone compie 30 anni), pur notando che qualcosa non torna (perché la scrittura non regge più, e manco i volti degli attori). O ci si sente irrimediabilmente troppo cresciuti (dentro, sempre e solo dentro) per assistere a film-copia annacquati in episodi (Stranger Things è questo, per me). O ancora, terza via, ci si porta dietro in quel passato il proprio futuro, cioè i propri figli. Un’opzione redditizia per la tv, ma anche per il cinema, si vedano Star Wars e i cine-comics. È la vecchia cara regola dell’intrattenimento per famiglie, liberata nel 2002 da Peter Krämer da ogni eccezione negativa: è entertainment per tutti, capace di soddisfare in maniera diversa differenti spettatori di ogni età. Lucas e Spielberg, così omaggiati oggi, furono proprio i padri negli anni Ottanta di una rinascita riveduta e corretta di questa impostazione cara alla vecchia Hollywood. Mentre la tv –soprattutto via cavo – negli ultimi anni ha cercato un pubblico adulto e spesso di nicchia, il cinema ha portato all’estremo tale tendenza unendola al meccanismo del blockbuster e allo strapotere dei mega-brand (come con Disney-Marvel-Star Wars).

Le generazioni collassano, il passato dei genitori diventa il presente dei figli, e viceversa. Perché tutti vediamo tutto, le distanze d’età a livello fruitivo si fanno più brevi (che target hanno oggi I Simpson?). Così storie, personaggi, brand paiono non avere mai fine. Senza contare che quello che una volta era nicchia ora è mainstream. Stili, generi, gusti una volta minoritari sono diventati maggioritari. Si pensi alla serialità della golden age, salutata negli anni Ottanta e Novanta come atipica e che ora è la regola (venuta per questo pure un po’ a noia, data anche la quantità di titoli sviluppati). Succede, è l’evoluzione storica di un’arte. Solo che adesso è diventato di massa anche un gusto mediale indissolubile da un certo atteggiamento di consumo. Adesso infatti è mainstream il nerd. Anche in amore, come cantano J-Ax e Fedez in Cuore nerd: la femmina oggi vuole il maschio nerd, mica quello alfa (non ho ben capito però se lui, il nerd, vuole comunque sempre una “lurida doc, calda come un uovo alla coque”).

Passione nerd

Il luogo deve la nicchia è diventata massa è la magica Lucca Comics and Games: nel 2016 ha raccolto 271.000 visitatori paganti in tre giorni (gli inviati dei giornali e tg servono lì, non soltanto a Venezia; e sull’economia della città legata alla fiera ci vorrebbe uno studio serio). Fumetti e videogiochi sono il punto di partenza per un festival che ingloba tutti i media: la convergenza è questo, mondi narrativi e mediali che adesso si fondono tra di loro, in un eterno presente. Ho provato a dare corpo a tale mutamento nel documentario Galassia Nerd, in onda su Sky Generation, canale aperto in occasione di Lucca e che ha voluto dare voce a questo nuovo mainstream.

Siamo tutti nerd. Se prima il nerd era l’emarginato, l’asociale, lo strano, ora il nerd è sinonimo di successo: Steve Jobs, Mark Zuckerberg, Sheldon Cooper. Se prima il nerd si perdeva in immaginari ritenuti marginali, fantasy, fumetti, telefilm, videogiochi, anime eccetera, ora quegli stessi mondi inondano ogni aspetto dell’industria dell’intrattenimento. La galassia nerd è la nostra galassia. Il nerd non è solo, è una massa. Eravamo emarginati un tempo, ora siamo cresciuti e andiamo a comandare. E spendiamo – cioè facciamo fare soldi agli altri.

La nostra generazione è stata la culla dell’immaginario nerd attuale (anime, telefilm, manga, film fantastici). Ora l’immaginario ci è esploso tra le mani, anche perché serve a un’industria che vuole catturare vecchi e nuovi adepti, per un concetto davvero intergenerazionale di intrattenimento familiare (la famiglia nerd!). Certo, non tutti i nerd sono uguali, perché quando un gruppo diventa dominante per forza di cose contiene anche adepti impuri, meno eruditi, non della prima ora. Ma poco importa. Tutti condividiamo uno spirito nerd: la smisurata passione per i prodotti mediali. Il nerd è un tifoso (lo è pure il cinefilo, ma si crede più raffinato). La passione è passione, non è l’oggetto a elevarla. Tu sei la tua passione, questo conta. E la febbre emotiva di quando eravamo ragazzini, giustificata perché appunto eravamo ragazzini, ce la siamo portata dietro. È fantastico. O forse no.

Sindrome Limiti

Di fronte a un’industria culturale che recupera la nostra infanzia, rende mainstream le nostre passioni una volta segrete, ci spinge a vivere tutto come esperienza emotiva, il rischio è la mancanza di senso critico, personale visione e interpretazione lucida. Tutto è BELLIZZIMO o ORRIBBBILE: è il trionfo delle fazioni senza argomentazioni, che contagia ogni ambito culturale. Tanto più che il dibattito attuale (sia talk in tv o editoriale su carta) cerca la semplificazione per ben adattarsi allo stile web di hype ed hate, di  like e grrrr (e ai tweet sopra le righe che fanno sempre un po’ influencer). Fa più click un pezzo dal titolo “Il nuovo Star Wars: una ri-scrittura tra luci e ombre” o “Star Wars: i 10 motivi per cui lo abbiamo amato/odiato”? Siamo al potere – certo, solo a livello di immaginario (almeno questo, dirà qualcuno, visto che per il resto contiamo ben poco). Ma tale potere ci sta dando alla testa. Assomigliamo sempre più alla parodia di Paolo Limiti. E talvolta pure a quella cagnaccia spelacchiata di Floradora.