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The White Lotus, le musiche, il racconto

Scontro di classe alle Hawaii, cosa mai potrà andare storto? E buona parte di questa tensione arriva anche dai brani originali della colonna sonora, perfetto contrappunto di una suspense hitchockiana.

Una delle serie tv più amate nel 2021 è stata The White Lotus di Mike White che, come in Enlightened, ha firmato sia la regia sia la sceneggiatura ed è anche ideatore e produttore. L’autore californiano classe 1970 ha ambientato in un resort di lusso delle Hawaii un’amara satira sociale in cui l’upper class finisce per opprimere puntualmente la working class: un conflitto presentato come inesorabile e senza via di scampo per chi non può mai abbassare la guardia sul suo conto in banca. In questo brillante dramma corale spiccano le interpretazioni, tanto che Murray Bartlett e Jennifer Coolidge sono candidati a premi del Critics’ Choice Television, Golden Globe e Independent Spirit. Ma uno degli elementi narrativi imprevisti e che dà più forza alla sei puntate, determinando spesso il climax delle scene, è la colonna sonora originale. Il compositore è Cristobal Tapia de Veer (1973) che, dopo aver passato la prima parte dell’infanzia con la madre in Cile sotto il regime di Pinochet, ha poi trovato rifugio politico in Canada, dove ha studiato musica classica al Conservatorio del capoluogo del Québec specializzandosi in percussioni. Dopo i primi passi con una pop band, gli One Ton, con cui, grazie alla contaminazione di più stili, ha ottenuto buoni riscontri, negli anni Dieci ha prima partecipato alla produzione artistica di The Garden, il quarto album dei montrealesi Bran Van 3000, e poi, da solista, ha firmato varie musiche per cinema e tv, affermandosi in particolare nel 2013 con quella per la prima stagione di Utopia, serie britannica complottista di culto il cui tema musicale è tuttora il suo brano più ascoltato sulle piattaforme streaming. Da qui in avanti ha realizzato in media una colonna sonora all’anno e, nel 2021, per The White Lotus ha composto una suite con un’atmosfera che lui stesso ha definito, nel contempo, hawaiana e hitchcockiana, due aggettivi, per come intesi nell’immaginario collettivo, che rendono perfettamente l’idea del conflitto delle vicende messe in scena.

Colonna sonora

Anche senza l’ausilio delle immagini, basta ascoltare i 28 brani musicali, composti da Tapia de Veer dopo la lettura della sceneggiatura e prima delle riprese, per essere trasportati subito nei toni del racconto. Se la sesta traccia, Dinner, per esempio, ha una struttura ritmica che sembra fare da preludio a qualche evento che da un momento all’altro può sconvolgere i piani, scombinare il flusso ordinario delle cose, Meds, con i suoi giochi sinistri di voci, fa immergere nel pieno dell’azione, mentre Sabotage suggerisce bene un mix di caos, ansia e tensione anche grazie a due caratteristiche presenti in molti degli altri brani: ritmi tribali e suoni che rimandano a versi di animali selvaggi o notturni. Anche nei passaggi meno nervosi come Wake Up! o Mahalo (parola hawaiana che significa gratitudine), alla fine compare sempre qualche elemento che dà un tocco oscuro all’atmosfera. 

Per The White Lotus Cristobal Tapia e Veer ha composto una suite con un’atmosfera che lui stesso ha definito, nel contempo, hawaiana e hitchcockiana, due aggettivi, per come intesi nell’immaginario collettivo, che rendono perfettamente l’idea del conflitto delle vicende messe in scena.

Se ci si limita al solo ascolto, però, chiaramente si perde il contesto. Sin dalla scena iniziale, grazie al primo dialogo, che dura appena un minuto, lo spettatore della serie sa che in questa vacanza c’è stato qualcosa che è andato molto storto: nel White Lotus resort è morta una persona di cui, con il beneplacito della suspense, non è svelata l’identità. Subito dopo, con un flashback, si torna indietro di una settimana e si vedono gli ospiti su una piccola imbarcazione, pochi minuti prima di toccare la terra dell’isola e iniziare il soggiorno: i volti sono molto più sereni e i look molto più casual rispetto a quelli dei protagonisti di Shutter Island, qui è estate e non c’è nebbia, risplende il sole, ma quando si capisce che intorno al resort non ci sono altri segni di presenza umana e in ogni episodio si assiste a una puntuale degenerazione degli equilibri nei rapporti tra i personaggi, la mente porta a quella prima scena del film di Scorsese. Insomma, un’ambientazione che dovrebbe restituire sensazioni paradisiache appare sempre più soffocante e lo confermano altri fattori: se chi va via dal resort scompare nel nulla (come capita all’inizio a una delle impiegate portata all’ospedale per partorire), chi rimane in quel microcosmo non sembra in grado di perdere di vista i pesi del mondo ordinario da cui proviene, anche per colpa di smartphone e computer. Mike White ha dichiarato a Vulture “Si va in questi posti a caccia di evasione ma c’è questa sensazione di terrore esistenziale che permea l’esperienza”, e ha aggiunto che il ruolo della musica è proprio questo, montata in modo che dia la sensazione di una disgrazia imminente.

Anche quando le cose sembrano procedere a favore degli oppressi – con cui si è portati a identificarsi –, infatti, la speranza puntualmente si spegne e a questo contribuisce molto la musica. Sì, perché tra una percussione e l’altra può capitare di sentire urla umane, sospiri o suoni che rimandano a riti misterici o liturgici, quell’immaginario che di solito si sente nelle colonne sonore dei film horror. Ma ad alimentare il conflitto c’è il fatto che The White Lotus parla di una vacanza che si divide tra mare e piscina, mostra un paesaggio solare e luminoso e strappa anche qualche risata, per lo più grazie al protagonista interpretato da Murray Bartlett, il manager del resort, con un look che a molti ha rievocato Magnum P.I.: si tratta di un simpatico bugiardo che sbandiera una finta disponibilità, un genuino casinista amante dei vizi, utili anche per sopportare capricci e pressioni dei clienti alla ricerca del “paradiso”.

Anche quando le cose sembrano procedere a favore degli oppressi, con cui si è portati a identificarsi, infatti, la speranza puntualmente si spegne e a questo contribuisce molto la musica. Sì, perché tra una percussione e l’altra può capitare di sentire urla umane, sospiri o suoni che rimandano a riti misterici o liturgici, quell’immaginario che di solito si sente nelle colonne sonore dei film horror.

Hanno, invece, dei tratti tipici dell’horror sia La ragazza che sapeva troppo (2016) sia Black Museum (2017), musicati sempre da Cristobal Tapia de Veer, rispettivamente il primo film a cui ha lavorato e l’episodio finale della quarta stagione di Black Mirror: in entrambi i casi la colonna sonora è più eterea e misteriosa ma decisamente meno protagonista e meno ansiogena rispetto a questa della serie, apparentemente più leggera, di Mike White. Il ruolo della musica in The White Lotus è simile a quello di Ubriaco d’amore (Punch-Drunk Love), il quarto lungometraggio di Paul Thomas Anderson, con la colonna sonora di Jon Brion. Difficile trovare un’altra serie tv con cui fare un parallelo, con interventi musicali così influenti, cruciali per la narrazione, capaci di guidare con grande precisione le percezioni dello spettatore. 

Musica dappertutto

Il tema musicale della serie, che contribuisce ad animare i titoli di testa, si intitola (ironicamente) Aloha! e suona come una sintesi delle qualità dei brani già descritti con l’aggiunta di un tocco pop e, oltre ad avere superato in fretta un milione di stream solo su Spotify, negli Stati Uniti ha conquistato varie personalità: la scorsa estate, mentre la serie andava in onda, su Twitter Finneas (il producer fratello di Billie Eilish) lo ha definito “pazzesco”, aggiungendo che forse è il suo preferito di sempre, ricevendo l’approvazione di Perfume Genius, e qualche giorno dopo è stata la volta dell’attrice Sarah Paulson, che ha rivelato “I miei giorni e le mie notti sono interamente scanditi dal tema musicale di The White Lotus”. A loro si è accodata la stampa, per esempio il Los Angeles Times che ha parlato del tema definendolo tanto “ipnotico” da far sudare i palmi delle mani e correre il cuore degli spettatori. Cristobal Tapia de Veer ci ha messo il carico, generando una serie di lanci di news, quando, circa due mesi dopo, ha rivelato al Broken Record Podcast che la prima genesi di queste musiche e in particolare il lavoro sulle voci sono avvenuti quando Kanye West lo aveva chiamato per collaborare a un progetto della Nike: dopo una settimana, il lavoro è saltato per problemi legati alla nota stravaganza di West e quelle voci hanno preso una nuova direzione, passando dalla possibilità di fare da commento musicale di un prodotto di una multinazionale a prendere la forma della colonna sonora di un’opera che, grazie all’estro di Mike White, appare come una sorta di esperimento sociale per mettere in risalto gli squilibri di classe. 
In The White Lotus ci sono anche musiche non originali, per lo più canzoni tradizionali hawaiiane, utili a stemperare la tensione causata da quelle di Tapia de Veer. Ma alla fine si è quasi dipendenti dalla sua suite in cui si incontrano percussioni, voci e versi animali perché, come titola il Los Angeles Times, non si riesce a toglierla dalla testa. Così l’autore clieno-canadese, nonostante abbia già vinto un Bafta nel 2017 e ottenuto ottimi riscontri prima del lavoro, si è detto stupito dal clamore che sta suscitando questa colonna sonora, tanto che non ha ancora accettato di musicare la seconda stagione della serie perché vuole avere il tempo di fare le cose bene, “al mio ritmo”, ha detto, evidentemente meno incalzante di quello dei brani di The White Lotus.


Luca Gricinella

Ha scritto due saggi per Agenzia X: il primo, Rapropos (2012), esplora il legame tra la società francese e il rap, il secondo, Cinema in rima (2013), ripercorre la storia della presenza dell'hip hop nei film, con qualche accenno alle prime serie tv in cui ci sono tracce di questa cultura. Ha collaborato con varie testate e attualmente scrive soprattutto su Rumore, Alias (Il Manifesto), CheFare e WU magazine. Lavora anche da ufficio stampa in campo musicale.

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