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Giornalismo digitale

Snowfalling: cosa resta del nuovo reportage multimediale

Online si sono sperimentati nuovi modelli di racconto, di cronaca e d’inchiesta. Ma, dopo qualche anno, qual è la strada maestra? Dall’eccezione alla norma, anche pubblicitaria.

Se mai a qualcuno venisse l’idea – per qualche ragione – di chiedermi quando il giornalismo digitale è entrato nell’età adulta, pretendendo non una risposta generica ma l’indicazione di una data precisa, probabilmente risponderei senza pensarci troppo: il 20 dicembre 2012. Ovvero la data di pubblicazione di Snow Fall, l’inchiesta del New York Times che ricostruisce la tragedia nel passo di montagna del Tunnel Creek adottando tecniche di storytelling multimediale. Una pietra miliare nel giornalismo di questi anni, la dimostrazione della sua capacità di essere “complesso” anche nella dimensione digitale usando tutti i mezzi che le nuove tecnologie mettono a disposizione. Un reportage monumentale – 16 mila parole divise in sei capitoli, una profusione di kilobyte per supportare immagini a tutto schermo, inserti video che riproducono vedute aeree dell’area interessata, infografiche e mappe interattive – realizzato da uno staff di oltre una decina di persone e gratificato da 3,5 milioni di visualizzazioni nelle sole prime settimane di pubblicazione e da un premio Pulitzer nella categoria “Feature writing”.

Anche se, a dirla tutta, Snow Fall non è privo di una certa macchinosità che può rendere pesante la lettura: “ha raccontato una grande storia, ma sembra che fartela leggere sia l’ambizione secondaria dell’articolo” è stata una delle prime critiche ricevute. Non ci sono dubbi però che rappresenti davvero una svolta da cui è partita la spinta a realizzare una lunga serie di lavori in ambito giornalistico che ne hanno raccolto e rinnovato la sfida: definire un formato nativo digitale in campo giornalistico capace di fornire un’esperienza di lettura “evoluta” quanto quella dei grandi quotidiani e magazine di carta.

Le forme standard

A dire il vero, i giornali su digitale hanno poi continuato a pubblicare, perlopiù, quello che hanno sempre fatto prima di allora: articoli dal formato standard a imitazione di quelli della loro versione su carta o video più o meno identici a quanto è trasmesso dai canali televisivi. Perfino i primissimi elementi – come i collegamenti ipertestuali e i commenti agli articoli – capaci di differenziare i formati del giornalismo su digitale dai loro omologhi su carta, dopo qualche decennio dalla comparsa, possono ancora essere percepiti nelle redazioni come elementi da maneggiare con estrema cautela se non, addirittura, elementi di disturbo da eliminare completamente.

In effetti, “l’articolo di 800 parole è ancora la forma dominante di notizie online nella maggior parte degli editori”, ha scritto Tristan Ferne, che a Bbc è responsabile della ricerca e sviluppo, in un articolo dove illustra il suo progetto “Beyond 800 words”, dove il formato che si è evoluto da Snow Fall è solo uno dei diversi formati digitali utilizzati per superare e reinventarsi l’articolo giornalistico. Anche uno studio condotto dalla rivista Quartz nel 2014 ha messo in evidenza che l’articolo compreso tra le 400 e le 800 parole (2.500/5.000 battute se preferite questa unità di misura), pur essendo il più diffuso, è il “luogo dove nessuno vuole stare veramente”, perché privo della messa a fuoco e dell’invito alla condivisione che ha un pezzo breve, come del valore aggiunto e dell’approfondimento di un articolo più lungo. A cosa è servito, allora, Snow Fall? A cosa serve dimostrare a tutti l’enorme potenziale che il giornalismo su digitale avrebbe nel raccontare storie?

A distanza di diversi anni, Snow Fall può resistere come modello, anche se non necessariamente per realizzare – sempre e comunque – lavori di quella complessità, ma per ricordare “quello che si può fare”, o meglio “quello che si deve fare” con gli strumenti a disposizione.

Cercare di distinguersi

Devono essersi fatti la stessa domanda anche i sette giornalisti chiamati a formare il “Gruppo 2020” che hanno redatto Journalism That Stands Apart, il report-manifesto pubblicato dal New York Times nel 2017, che detta le linee strategiche per il futuro (sempre più digitale) del giornale: “Abbiamo definito lo storytelling multimediale per l’industria delle notizie, eppure non abbastanza del nostro reporting utilizza questo formato che consente un giornalismo più ricco e coinvolgente. La maggior parte degli articoli meno letti sono spesso quelli più ‘formali’, con poco contesto aggiunto, senza elementi visivi e che, in gran parte, non si differenziano dalla concorrenza. Non danno quindi al lettore una ragione per pagare per quell’articolo quando può trovarne altri simili gratuitamente”.

È interessante notare che per spiegare concretamente questo concetto il report faccia riferimento a un episodio tutto sommato marginale e assolutamente nella routine del lavoro di redazione: “Un esempio: quando abbiamo pubblicato un articolo nel 2016 su una polemica in merito a un nuovo piano di traffico della metropolitana di New York, un lettore ci ha deriso nei commenti per non aver incluso una semplice mappa della linea ferroviaria al centro del dibattito”. Nel giornalismo “che vuole distinguersi” e che pensa se stesso come subscription-first, gli elementi multimediali (anche solo una singola mappa ben fatta) non devono essere pensati come qualcosa da aggiungere, dopo aver scritto il testo, eventualmente e se ce n’è tempo, ma sviluppati già al momento della scrittura perché ne sono parte integrante. Così allora, a distanza di diversi anni, Snow Fall può resistere come modello, anche se non necessariamente per realizzare – sempre e comunque – lavori di quella complessità, ma per ricordare “quello che si può fare”, o meglio “quello che si deve fare” con gli strumenti a disposizione.

Un ottimo esempio in questo senso, tra i lavori più recenti, è il reportage multimediale che il New York Times ha dedicato al crollo del ponte Morandi di Genova. Pubblicato (sia in inglese sia in italiano) quasi un mese dopo il tragico evento è, probabilmente, la migliore ricostruzione giornalistica di quanto avvenuto quel 14 agosto 2018, distinguendosi per completezza e chiarezza dagli altri giornali, in gran parte intenti a inseguire dichiarazioni e controdichiarazioni all’interno del mondo politico che poco o nulla contribuivano alla comprensione dei fatti. Il reportage si basa su decine di interviste fatte a soccorritori, tecnici ed esperti, enfatizza tutti gli elementi tipici dello snowfalling – formato longform, layout a piena pagina con foto e infografiche che occupano tutto lo spazio, scorrimento in parallasse – per descrivere quanto accaduto e guidare il lettore tra testimonianze dirette e pareri di esperti e tecnici.

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Semplicità e approfondimento

Una foto a tutto schermo “animata” in apertura a sorreggere il titolo e un’altra gif a segnare la chiusura del servizio (entrambe una visione aerea che incede lentamente sul ponte dopo il crollo), una ricostruzione in 3d del ponte che, scorrendo verso il basso, mostra un’animazione con testo per punti a illustrare le fasi del disastro, secondo la ricostruzione del Times, e un’altra decina di immagini, tra foto descrittive, di archivio e disegni: sono questi gli elementi aggiunti al testo (circa 3.500 parole), insomma lo stretto necessario – e niente più – per spiegare bene cosa è successo e dare leggibilità al tutto. Una struttura quasi “semplice” (ma semplice è una parola da usare con molta cautela in lavori come questi, realizzati da staff di una decina di persone).

Rinunciando a molta della (eccessiva?) complessità di “Snow Fall”, il reportage non perde d’impatto sul lettore, anzi: è il trionfo della narrazione per scorrimento verticale (è nato anche un neologismo per indicare questo formato: scrollytelling) utilizzata oggi da molte testate giornalistiche, non solo in occasione della copertura di importanti fatti di cronaca legati alla stretta attualità, ma per “raccontare” un set dati, come in questo lavoro di Bloomberg sul riscaldamento globale, o concentrandosi su aspetti decisamente meno drammatici come narrare la vita all’interno di un food truck come ha fatto il Washington Post, o per uno “spiegone” sul mondo degli influencer realizzato dal Visual Lab del gruppo Gedi o uno “storico” del mercato dei cellulari in questo lavoro de Il Sole 24 Ore. O, ancora per fare un’analisi critica dello sviluppo urbanistico di un’area di New York come in “Is This in The Neighborhood New York Deserve?”, dove troviamo un altro passo avanti nell’integrazione degli elementi multimediali e del testo, come ha fatto notare un’autorità in materia di design editoriale come Mario Garcia: “Ciò che è interessante qui sono le tecniche utilizzate, una combinazione di grafica animata da varie angolazioni, la narrazione che lascia il passo a un testo per punti specifici della storia. La scrittura è superba, ma lo è anche il coinvolgimento consentito attraverso lo storytelling lineare: leggiamo e vediamo”.

Questione di soldi

Resta però il problema della scalabilità economica di un formato che ha bisogno di risorse e di tempo (anche se ormai non più i sei mesi occorsi a Snow Fall) per essere realizzato. Per aumentarne il ritorno economico il reportage multimediale con la sua capacità di fare engagement e dare più contestualizzazione è stato usato anche come formato pubblicitario, proprio mentre molti editori davano vita a divisioni interne per gestire direttamente sia a livello creativo sia di pianificazione il native advertising e creare un rapporto più diretto con gli investitori pubblicitari. Il primo a pensarci, ancora una volta, è stato il New York Times nell’estate 2014 con un reportage realizzato dall’allora appena nato T Brand Studio che raccontava la vita nelle carceri femminili degli Stati Uniti, utilizzato (e finanziato) da Netflix per promuovere la seconda stagione di Orange is the New Black: un modo perfetto per raccontare il contesto in cui è ambientata una delle sue produzioni di punta. A dimostrazione che Snow Fall per il Times può anche essere stato, come molti hanno sostenuto da subito, una dispendiosa prova muscolare, realizzata con l’unico scopo di dimostrare a tutti di essere i migliori al mondo, ma è altrettanto vero che è anche stata l’occasione, più concretamente, per pianificare la messa a punto di tecnologie, processi e competenze professionali interne capaci di produrre (anche) un nuovo formato pubblicitario digitale “evoluto” e di maggiore pregio economico.

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Da allora lo snowfall advertising è diventato uno standard per i contenuti sponsorizzati, dando vita – solo per fare qualche esempio – a lavori come “Cocainenomics”, realizzato dal Custom Studio del Wall Street Journal, anche questo finanziato da Netflix per promuovere la serie Narcos, fino ai più recenti “The Story of Palm Oil”, un reportage interattivo sull’olio di palma realizzato da Guardian Labs, “The Tower next Door”, realizzato dal Guardian in un progetto sostenuto economicamente dalla Ford Foundation, o anche “Keeping Your Mind” del WP Brand Studio sulle conseguenze e cure dei danni cerebrali (un paid content finanziato da una clinica privata), o ancora nella bellissima serie di longform multimediali realizzata dalla rivista italiana L’ultimo uomo. Poi certo la narrazione per scorrimento verticale, riprendendo il design grafico del reportage multimediale, ma privata di ogni ambizione di fare inchieste giornalistiche, oggi è spesso utilizzata nei paid content anche per pubblicizzare l’ultimo modello di uno smartphone, esclusivi luoghi turistici o promuovere un’agenzia immobiliare.

Quindi, oggi

Cosa rimane dunque di Snow Fall, oggi che anche il termine snowfalling per indicare “quel tipo di reportage” sembra caduto completamente in disuso? Rimane la promessa di poter essere un formato funzionale per le nuove esigenze degli editori, sia per puntare ai ricavi da abbonamento sia per aggiungere valore al native advertising. Probabilmente, sopra ogni altra cosa, rimane però la sfida, ancora tutta da giocare, di potersi pensare complessi anche in un ambiente come quello digitale, dove ancora l’idea più diffusa è che bisogna essere sempre più rapidi e di poco ingombro.

“Ciò che è interessante sono le tecniche utilizzate, una combinazione di grafica animata da varie angolazioni, la narrazione che lascia il passo a un testo per punti specifici della storia. La scrittura è superba, ma lo è anche il coinvolgimento attraverso lo storytelling lineare: leggiamo e vediamo”.

Eppure, rivisto e corretto per adattarsi anche alle esigenze di lettura dello schermo verticale di uno smartphone, a questo modello si guarda ancora. Magari facendo a meno di certe ridondanze, integrando il multimediale con il testo scritto e non relegandolo a solo elemento illustrativo. In alcuni casi privilegiando l’elemento video e alleggerendo il più possibile la parte scritta – come in questo lavoro del Washington Post sulle conseguenze del cambiamento climatico in alcune aree degli Stati Uniti o per raccontare storie come “Sindrome Italia, nella clinica delle nostre badanti” del Corriere della Sera, che difficilmente potrebbero essere raccontate altrimenti. Ma anche, perché no, assecondando fino in fondo quel desiderio di complessità – quell’ambizione di essere un meraviglioso marchingegno che spende tutto se stesso anche per sorprendere il lettore – come in questo eccellente reportage di Reuters sui campi di detenzione di prigionieri musulmani in Cina.

Resta ancora una considerazione da fare: se da una parte gli strumenti digitali ci hanno abilitato a fare qualsiasi cosa in qualsiasi momento, trasformandoci tutti in (potenziali) giornalisti multimediali “one-man-band” – capaci di realizzare video, infografiche, inserti audio oltre che di gestire direttamente le piattaforme di pubblicazione –, al contrario, dall’altra parte, quello che ci dicono i nuovi formati come il reportage multimediale, ma anche nuovi “generi” come il data-journalism o le grandi inchieste come i Panama Papers – che senza strumenti digitali non esisterebbero – è che anche un singolo articolo oggi, ancor più che in passato, ha bisogno di essere pensato, dall’inizio, in forma collaborativa, integrando diverse e nuove competenze professionali. È sul secondo aspetto che, forse, gli editori dovranno puntare per convincere i lettori che ha valore sostenere (anche economicamente) il loro giornalismo.


Lelio Simi

Giornalista, scrive principalmente di innovazione, tecnologia e industria dei media (lo ha fatto su il Manifesto, Pagina 99, Eastwest tra gli altri). È tra i fondatori del gruppo di lavoro DataMediaHub nel quale si occupa in particolare dell'analisi delle strategie e dei modelli di business editoriali.

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