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Festival

Sanremo shocking!

L’appuntamento nazionalpopolare per eccellenza è anche un formidabile termometro del costume e della moda. Con sempre maggiore consapevolezza, e tanto lavoro, tra conduttori, cantanti e influencer.

Sono a Parigi, devo fare delle interviste, ma girovagando per la città mi imbatto in Shocking!, una monumentale mostra dedicata a Elsa Schiaparelli. Negli anni Trenta, Schiaparelli tradusse in abiti il fermento intellettuale e surrealista del periodo, collaborando con artisti come Cocteau, Dalì, Ray, vestendo personaggi come Wallis Simpson, Marlene Dietrich, Greta Garbo, Vivien Leigh, Mae West. Mentre passeggio tra bozzetti, vestiti, gioielli, mi arrivano alcuni messaggi. Tema: Sanremo. Notizia: Chiara Ferragni vestirà, stando alle indiscrezioni, alcune creazioni della Maison Schiaparelli. Puoi provare a sfuggire al nazionalpopolare del tuo Paese scappando a Parigi, ma non serve, non funziona, vince lui. Inizio a immaginare allora Elsa e tutti gli altri, quelli che Woody Allen racconta nel suo Midnight in Paris: cosa mai avrebbero detto di Chiara Ferragni vestita Schiaparelli che scende le scale dell’Ariston? Cosa avrebbero detto dell’influencer che gioca con i frammenti della sua vita reale per costruire il suo immaginario da ammirare e comprare? Beh. Schiaparelli era un genio del marketing: nel 1937 si era inventata la tonalità rosa shocking, abbinata al suo profumo, la cui boccetta era modellata sul torso di Mae West. E Dalì era Dalì, e non disdegnava di fare qualche spot pubblicitario.

La giacca di Modugno. Gialla, non azzurra

“La data cardine è il famoso 1958: l’organizzazione del festival decide che le donne vestiranno tutte abiti dell’atelier delle sorelle Fontana e gli uomini avranno tutti una giacca a doppiopetto giallo. Molte cantanti però hanno le loro toilette e si lamentano”, mi spiega Eddy Anselmi, giornalista e storico del Festival, autore del libro dedicato alla manifestazione edito da DeAgostini. Gli uomini si adeguano alla regola, le cantanti meno, e in qualche serata indossano l’abito che vogliono. Nilla Pizzi vorrebbe portare un abito romboidale detto “tuta spaziale”, ma è ritenuto troppo audace dalla Rai per via degli spacchi sui fianchi. “Da allora si parlerà sempre di moda al Festival. Prima c’era stato qualche commento sui giornali a qualche vestito, ma dal 1958 si comincia a parlarne esplicitamente. Iniziano anche i servizi speciali su Sorrisi: Gli abiti delle cantanti”. Il 1958 cambia tutto perché è anche l’anno di “Nel blu dipinto di blu”: Modugno vince rivoluzionando il modo di cantare aprendo le braccia avvolto in una giacca… gialla, come da regola del Festival. Giacca gialla, che però gli spettatori vedono in bianco e nero. Giacca gialla, che però tutti credono azzurra: “Quella azzurra è dell’anno dopo”, spiega ancora Anselmi. Un errore di memoria storica che persiste.

Pellicce di ghepardo e pantaloni a zampa

“Si va a fasi, ovviamente. Nel 1970 Nada con Patty Pravo indossa alle prove una pazzesca pelliccia di ghepardo, nel 1974 Emanuela Cortesi, giovanissima cantante, alle prove indossa una maglietta della Pescheria il Gambero di Lugo: siamo già in un altro clima”, dice sempre Anselmi. Nel suo libro La tv alla moda. Stile e star nella storia della Rai, la giornalista Fabiana Giacomotti spiega che i primi anni, dal 1951 al 1958, si segnalano per una sorta di autogestione da parte dei partecipanti: chi può veste chic, chi non può “con la maglietta di lana e le medagliette votive appuntata alla spallina”, come ricorda Iva Zanicchi. Le sorelle Fontana però hanno già intuito tutto, e lo dimostra la svolta del 1958: erano solite partire da Roma per Sanremo cariche di abiti e allestire uno showroom per le cantanti. Negli anni Sessanta il Festival diventa sinonimo di eleganza, dunque. Tutto cambia però, come dimostra l’esempio citato, negli anni Settanta, gli anni della contestazione: il look si fa informale, vincono pantaloni a zampa, maglioncini misto lana a collo alto, stivali col tacco basso. E poi arriva Anna Oxa.

Il 1958 cambia tutto perché è anche l’anno di “Nel blu dipinto di blu”: Modugno vince rivoluzionando il modo di cantare aprendo le braccia avvolto in una giacca… gialla, come da regola del Festival. Giacca gialla, che però gli spettatori vedono in bianco e nero. Giacca gialla, che però tutti credono azzurra.

Oxa, ed è subito act

“È una creatura del Festival, i suoi grandi successi sono su quel palco. Lei è anche la prima a cercare l’act con un abito, cioè a rendere l’esibizione unica grazie al look, a completarla. E lo farà sempre”, spiega Marta Cagnola, giornalista esperta del festival. È il 1978, Oxa si presenta sul palco con un abito “punk”, o quello che allora all’italiano medio pareva punk: completo maschile, trucco vistoso, cappelli a spazzola o quasi. È il 1978, i giornali iniziano a raccontare il mondo delle discoteche, e sulla prima pagina del Corriere appare una lettera dal titolo: “Morire d’amore (ma ne vale la pena?)”. È la prima volta che una lettera di questo tono finisce in prima pagina sul maggior quotidiano nazionale. La lettera intercetta un nuovo sentire, mette in prima pagina il privato: dopo l’attivismo politico, è ora del disimpegno, del riflusso, come sarà ribattezzato. È il 1978, ma è già aria di anni Ottanta: opulenza, libertà, stravaganza, eccesso. La moda italiana si afferma nel mondo e cerca anche il palco di Sanremo. “Nel 1984 Patty Pravo si presenta sul palco con un vestito da geisha firmato Versace. Si muoveva lentamente perché pare fosse pesantissimo. È il trionfo del gesto teatrale più che musicale”, continua Cagnola. Vasco Rossi veste casual, Enrico Ruggeri con i Decibel si segnala per i capelli biondi e gli occhiali bianchi, Loredana Bertè è sul palco con il finto pancione e la microgonna: shocking! “Si dice che a partire dagli anni Ottanta ci sia stata una sorta di spettacolarizzazione della moda sul palco di Sanremo. Più che altro, c’è stata una costruzione di un immaginario che passava anche dall’abito”, spiega Giorgia Olivieri, giornalista esperta di moda. “A partire da quegli anni proporre abiti per Sanremo è diventato un lavoro di qualità, un lavoro che i brand hanno capito. È anche una valorizzazione del made in Italy”. E da metà anni Novanta c’è il patto tra stilisti e Sanremo. E nasce una nuova figura: lo stylist.

Chi sale su quel palco vuole essere valorizzato, chi presta la sua moda a quel palco non vuole essere stravolto. C’è da scegliere, mediare, costruire. Lo stylist, che mette insieme abiti e accessori per creare un look, è figura che diventa centrale non solo per conduttori e conduttrici, ma anche per i cantanti.
Il lavoro che c’è dietro la costruzione di un look è parecchio. Parte prima, sui social, soprattutto su Instagram, su cui gli artisti e gli stylist lanciano indizi. Un lavoro che coinvolge tante professionalità: assistenti, addetti delle case di moda. Spesso non ce ne rendiamo conto nei tre minuti di esibizione.

Le rockstar dello styling

La prima fu, scrive Giacomotti, Marvi De Angelis: nel 1995 crea il look di Claudia Koll in Versace e di Anna Falchi in Ferré. Diventa un punto di riferimento, il tramite tra conduttori, conduttrici, vallette e stilisti. Chi sale su quel palco vuole essere valorizzato, chi presta la sua moda a quel palco non vuole essere stravolto perché magari la conduttrice vuole qualche spacco in più o un accessorio che stona. C’è da scegliere, mediare, costruire: è quello che fa De Angelis. Lo stylist, che mette insieme abiti e accessori per creare un look, è figura che diventa negli anni sempre più centrale non solo per conduttori, conduttrici e vallette, ma anche per i cantanti e le cantanti. “Il suo lavoro assorbe il testo della canzone. È un’evoluzione. Mentre prima magari si lavorava con lo stilista di grido per ottenere un vestito con cui fare bella figura, adesso si fa un lavoro sul testo e sul cantante per costruire un personaggio. Lo stylist è una figura intermediaria che interpreta, traduce un testo in abiti. Forse è la più importante novità di questi anni”, spiega Olivieri. Una vera “rockstar dello styling” è oggi Nicolò Cerioni: ha lavorato tra gli altri con Jovanotti e Pausini, è stato responsabile dello styling di X Factor. Così, qualche anno fa, mi ha raccontato in un’intervista la nascita del suo stile: “Sono onnivoro, ascolto tutto e vedo tutto. Non sono un nostalgico. Se guardo al passato è per capire chi ha fatto qualcosa di importante: Bowie, Michael Jackson e Madonna, per me inarrivabile. Quando vidi il video di ‘Like a Prayer’ provai una forte emozione insieme a un che di disturbante”. All’Ariston nel 2020 crea per Achille Lauro i look shocking portati in scena nelle diverse serate grazie alla collaborazione con Alessandro Michele, allora alla guida di Gucci. Più che un’esibizione, una performance tra teatro, sfilata di moda, installazione da museo della moda. Senza dimenticare poi nel 2021 la vittoria dei Maneskin e del loro rock glam in Etro. 

Meringhe e farfalle, Cuccarini e Roberts

Se nel 1998 Irene Pivetti aveva dimostrato che poteva essere spiritosa ed elegante (pensa un po’…), solo Antonella Clerici e Luciana Littizzetto cercano di andare al di là dei classici ruoli femminili, spiega Giacomotti. La prima utilizza uno stile volutamente eccessivo, da meringa. La seconda ironizza tra l’eleganza dell’occasione e la sua fisicità. Ben altro accade – altro aneddoto di Giacomotti – con l’abito di Belen nel 2012, l’edizione “della farfallina”, firmato da Fausto Puglisi: la showgirl arriva al festival per sostituire Ivana Mrázová, e deve scegliere fra i suoi abiti, diversi per misure e altezze. Non c’è tempo per adattarlo, e quando Belen scende la scalinata… shocking! Eppure, morto il varietà elegante del sabato sera, nel nostro panorama il Festival resta l’ultimo grande appuntamento glamour. Nel 1993 Lorella Cuccarini indossa un abito di Valentino nero in velluto, con lungo strascico di tulle e profili di satin bianchi, che faceva parte della collezione haute couture del 1992. Dieci anni dopo, Julia Roberts vince l’Oscar indossando quello stesso abito.

Una salopette per la vittoria

Il lavoro che c’è oggi dietro la costruzione di un look per Sanremo è parecchio. Parte prima, sui social, soprattutto su Instagram, su cui gli artisti e gli stylist lanciano indizi. Un lavoro che coinvolge tante professionalità: stylist, assistenti, addetti delle case di moda. Spesso non ce ne rendiamo conto nei tre minuti di esibizione di un cantante. “Quando nel 2021 Irama non poté esibirsi perché alcune persone del suo staff erano positive al Covid, fu mandata in onda ogni sera la registrazione delle prove. Aveva, per forza di cose, sempre lo stesso outfit. È vero che così ha potuto partecipare al Festival, ma parte del suo progetto sanremese sugli abiti, e quindi il lavoro di molte persone, è stato cancellato”, racconta Olivieri. Ma quel è lo stile di Sanremo? Versace, Armani, Yves Saint Laurent, Gucci, Ferretti, Cavalli, Dior… tutti sono stati su quel palco. Non solo questi stilisti concedono i loro abiti, ma a volte li creano apposta per la manifestazione. Raramente è un look sperimentale, spiega Giacomotti: gli uomini indossano classici smoking e le donne l’abito elegante da sogno o al massimo quello sexy. Vale soprattutto per conduttori e conduttrici, con poche eccezioni. Ma ci si aspetta qualcosa di diverso dai e dalle cantanti: loro sì, possono stupire. Eleganza tradizionale e un tocco di trasgressione, dunque, e magari un momento che sfugge di mano, tipo la spallina di Patsy Kensit. L’abito, giusto o sbagliato, fa show. Anche perché da questa parte ci siamo noi, che commentiamo, diamo voti, giudichiamo: non solo le canzoni, ma anche vestiti, trucco e parrucco. Sanremo è la sfilata di moda a cui tutta l’Italia può assistere. E la moda a Sanremo è come Sanremo, spettacolo surreale di eleganza e di stravaganza. “Nel 1979 Mino Vergnaghi indossa una salopette, e vince: ci penso sempre, è il momento più alto della tua carriera e tu hai una salopette, e sarai sempre immortalato e ricordato in quella salopette”, mi suggerisce Cagnola. Shocking!


Stefania Carini

Si occupa di cultura, media e brand. Collabora con Il Post, la Radio Svizzera Italiana, Corriere della Sera, Il Foglio. Ha realizzato podcast (Da Vermicino in poi per Il Post) e documentari per la tv (Televisori, Galassia Nerd, L'Italia di Carlo Vanzina). Tra le sue pubblicazioni, Il testo espanso (2009), I misteri de Les Revenants (2015), Ogni canzone mi parla di te (2018), Le ragazze di Mister Jo (2022).

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