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Celebrity

Pamela Prati dal Bagaglino a Mark Caltagirone

C’era una volta la soubrette. Poi il tempo passa, la televisione cambia, e così il pubblico davanti agli schermi. La storia tv di Pamela Prati, tra ascese e cadute, racconta anche questo sfarinamento.

Pubblichiamo qui un estratto da un capitolo del volume Aging Girls. Identità femminile, sessualità e invecchiamento nella cultura mediale italiana, curato da Paola De Rosa, Elisa Mandelli e Valentina Re e da poco pubblicato da Meltemi. Da Isabella Rossellini a Catherine Spaak, da Sabrina Ferilli a Uomini e donne over, nel libro si tracciano profili e raccontano storie che tengono assieme la celebrità, il desiderio e il tempo che passa.

Da un lato, la celebrità femminile presenta caratteri e sfide peculiari e complesse nell’arena già peculiare e complessa della fama televisiva; dall’altro, l’invecchiamento parallelo di chi sta dentro e davanti alla tv articola sul lungo periodo traiettorie significative di ascesa, mantenimento o caduta. Tralasciandone gli esordi extra-televisivi (nel cinema, nella discografia, nel teatro e nell’editoria periodica, dove pure la showgirl è stata attiva per anni), ma concentrandosi sulle fasi di (reale e relativo) successo televisivo, la carriera di Pamela Prati è un buon esempio di una celebrità articolata e cangiante. Il suo percorso si può suddividere all’incirca in tre fasi: quella coincidente con il Bagaglino e con alcune conduzioni televisive, in cui la donna giovane e piacente è oggetto del desiderio, pur sopra le righe, per molti italiani; quella, negli anni Duemila, in cui la volontà di restare in onda porta a inevitabili compromessi, con la presenza dentro a molti reality show; infine quella, più recente, in cui la sopraggiunta maturità disallinea corpo e spirito, trascinando il personaggio nelle polemiche e negli equivoci del “caso” Mark Caltagirone, dove la primadonna tenta di trasformarsi illusoriamente in moglie e mamma, tra catfish e shaming. Seguire questi tre momenti mette in luce, tra le altre cose, una costruzione combattuta e combattiva della celebrità tv.

Primadonna inter pares

Paola Pireddu, in arte Pamela Prati, nasce a Sassari il 26 novembre 1958. Già alla fine degli anni Settanta si sposta a Roma, dove lavora come modella, partecipa a commedie sexy, posa per settimanali e mensili dal sapore erotico, appare sporadicamente in televisione, ballerina e figurante. Emerge davvero solo nel 1987, a quasi trent’anni, quando approda regolarmente sul piccolo schermo in una posizione di rilievo: notata e valorizzata da Pier Francesco Pingitore, frequenta il gruppo teatrale del Bagaglino e partecipa ai suoi spettacoli televisivi, in quegli anni in onda sul servizio pubblico. È Biberon (Raiuno, 1987-1990) la rampa di lancio, con tre edizioni in cui ricopre il ruolo, costantemente messo a tema e insieme (secondo le regole del gioco) continuamente preso in giro, di primadonna. Nella prima annata, interpreta la star della sala da ballo fittizia entro cui è ambientato lo spettacolo: “gli Sgorbiolini gestiscono il Boss Club, locale dove si ritrovano politici come Giulio Andreotti (Oreste Lionello), Ciriaco De Mita e Bettino Craxi, tutti interpretati da sosia. Pamela Prati è una prorompente ballerina e cantante vista di malocchio dalla signora Sgorbiolini (Leo Gullotta). Gabriella Ferri canta la sigla d’inizio e di coda” (Grasso 2019, p. 770). Prati è al centro dello spettacolo, inframezza i numeri comici e ne interpreta di propri, oltre a essere impegnata in continue schermaglie con Gullotta, en travesti nel ruolo della signora Leonida: fin dai primi passi, sono a confronto due modelli di femminilità entrambi sopra le righe (quella iperfemminile volta a stimolare il desiderio di chi guarda e quella parodistica, sgraziata, invidiosa e capricciosa), come da canoni dell’avanspettacolo e del teatro leggero, dei quali il Bagaglino propone soltanto una leggera, parziale modernizzazione e allargamento. Le annate successive perfezionano lo schema, che si propone identico anche nel successivo Créme Caramel (Raiuno, 1991-1992), ambientato stavolta prima dentro una pasticceria, poi in un centro di bellezza: anche qui alla prima donna toccano i numeri musicali, cantati e ballati, e la gestione dell’avvicendarsi dei personaggi sul palco. Dopo cinque edizioni, questo percorso si interrompe: Prati passa a Fininvest (che di lì a poco cambia nome in Mediaset), mentre Pingitore e Il Bagaglino restano ancora per alcuni anni in Rai, prima di raggiungere anch’essi le reti di Berlusconi; nel ruolo di primadonna di questi spettacoli subentra una quasi esordiente Valeria Marini.

“Quando faccio la rivista la gente impazzisce fuori dal teatro, perché la gente ama molto la figura della primadonna. In me vedono la grande Wanda Osiris, che io ricordo molto. Perché io sono una vera soubrette completa: ballo, canto, recito. E soprattutto ho il carisma della primadonna, che è diverso dall’essere una semplice ballerina”.

Il cuore degli anni Novanta, allora, rappresenta per Pamela Prati un tentativo, solo in parte riuscito, di emancipazione dal personaggio della vedette d’avanspettacolo, della showgirl fondamentale per la riuscita del programma ma sempre laterale e accessoria, dal “semplice” oggetto del desiderio per il pubblico a casa, lontano e irraggiungibile. Il passaggio a Canale 5 e Italia 1 coincide con la messa alla prova di Prati in ruoli di co-conduzione, accanto al presentatore principale (spesso un comico, sempre un uomo), in cui collocarsi in una posizione più vicina agli spettatori, fuori dalla finzione del palco e in uno studio nel quale spesso si susseguono altre celebrità della tv o persone comuni che aspirano a diventarlo. Le prime tre edizioni di La sai l’ultima? (Canale 5, 1992-1994) sono un momento di transizione: è insieme a Pippo Franco, altro personaggio della stessa compagnia di giro, in “una versione ‘aperta al pubblico’ degli spettacoli del Bagaglino” (Grasso 2019a, p. 886), più larga e rivolta a tutti, grandi e piccini. Dopo la gara di barzellette, questa fase prosegue con la seconda e terza edizione della candid camera di Scherzi a parte (Canale 5, 1993-1994), in coppia con Teo Teocoli, con la prima edizione del confronto tra imitatori di Re per una notte (Italia 1, 1996), accanto a Gigi Sabani, e ancora a Sotto a chi tocca (Canale 5, 1996-1997), di nuovo con Pippo Franco. E proprio a margine della promozione di quest’ultimo show, Pamela Prati partecipa a una polemica scatenata da alcune dichiarazioni del conduttore Pippo Baudo rispetto alla fine di una (vera o presunta) età dell’oro delle showgirl, ormai alle spalle. Vale la pena riportare ampi stralci dell’appassionato intervento di Prati, raccolto dal Corriere della Sera:

Stimo molto Baudo, ma temo che non si sia guardato bene intorno. Io, la Cuccarini, la Parisi, possiamo dare ancora molto come showgirl! […] Io e Lorella siamo i Frizzi e i Bonolis della tv, il futuro della soubrette. La Pampanini una volta mi disse: ‘come mi assomigli! Tu sì che ricordi le bellezze delle Mangano, Lollo, Bosé, Loren’. E quando faccio la rivista la gente impazzisce fuori dal teatro, perché la gente ama molto la figura della primadonna. In me vedono la grande Wanda Osiris, che io ricordo molto. Perché io sono una vera soubrette completa: ballo, canto, recito. E soprattutto ho il carisma della primadonna, che è diverso dall’essere una semplice ballerina. Anche Natalia Estrada, che è brava, mi copia molto […]. La verità è che c’è molto maschilismo in Italia e in tv. Gli uomini sono più prime donne di noi e spesso temono che una bella e brava presenza femminile li offuschi. Però sono d’accordo con Baudo sull’idea di un’accademia per preparare le soubrette del futuro. Presto aprirò una scuola per insegnare il portamento. Quello che deve avere una primadonna (Volpe 1997).

Ne emerge una difesa del ruolo della soubrette televisiva, da una parte nobilitato nel richiamo a numerosi precedenti illustri anche extra-televisivi (nel teatro di rivista, nel cinema popolare), e dall’altra spiegato nella sua articolata complessità, che affianca alla sola conduzione un insieme variegato di competenze e qualità, dal canto al ballo e alla recitazione. Sottolinea il carisma, che conta più della semplice bellezza e, per così dire, “fa la differenza” in una competizione agguerrita. Evidenzia la necessità di scuole o di altri percorsi di apprendimento formalizzato per queste abilità. Si posiziona nello scenario a lei coevo (con sottolineature e dimenticanze, in tutti e due i casi secondo opportunità) e insieme evidenzia quanto la strada della celebrità televisiva – di questa celebrità televisiva – sia diversa da quella dei partner maschili. In un momento di grande successo, la fama del piccolo schermo è qualcosa da difendere, con fierezza.

Gli anni successivi testimoniano però un certo fallimento di tale affondo, almeno in quello che riguarda la carriera individuale di Pamela Prati; nel nuovo millennio i ruoli di co-conduzione scompaiono, e Prati ritorna al Bagaglino, partecipando ai programmi intanto approdati a Mediaset – Saloon (2001); Marameo (2002); Miconsenta (2003); Barbecue (2004); Torte in faccia (2006); e ancora Bellissima. Cabaret anticrisi (2009). Il clima è molto cambiato, e le accuse di volgarità e di eccessiva compromissione politica, da sempre presenti, aumentano per intensità e rilevanza. Il Bagaglino è l’approdo sicuro per showgirl che nonostante i molti tentativi non riescono a decollare in autonomia, e allora la primadonna si trova a dividere il palco con altre primedonne, in una rivalità (reale o costruita) costantemente rinfocolata da articoli e interviste: prima con Valeria Marini, in un dualismo mai sopito; poi, con Bellissima, in un raggruppamento di sette ballerine e cantanti, quasi un best of, o un talent show, del gruppo teatrale romano. Con il pubblico a casa, che diminuisce inesorabilmente, invecchiano anche gli attori, il tipo di comicità e le primedonne stesse, sempre splendide, ma oggetto di un desiderio sempre più maturo (o di riletture camp).

Fuga dal reality

Se la prima fase della carriera televisiva di Pamela Prati la vede al centro, nella dimensione teatrale del Bagaglino o nella conduzione più libera, il passare del tempo (e, probabilmente, alcune scelte sbagliate) portano lentamente la star ai margini. Nei primi anni Duemila non solo è messo in discussione il suo statuto di primadonna, ma parallelamente le necessità, insieme artistiche ed economiche, costringono Prati a partecipare a una serie di programmi in qualità di concorrente e opinionista. Dopo il 2000, con la prima storica edizione di Grande fratello, infatti, alla professionalità del mestiere televisivo si comincia a mescolare (e, nei ruoli ancillari, persino a sostituire) la freschezza di persone comuni, sconosciuti che si mettono in gioco nei dispositivi formattizzati del reality show, del talent, del factual. Ai protagonisti dei decenni passati, specialmente se di seconda fila o “decaduti”, spesso non resta che sottoporsi agli stessi meccanismi cui si prestano gli ignoti in cerca di fama, in versioni vip e celebrity dei reality che da subito nello scenario italiano ottengono grandi ascolti e buoni successi. In teoria, il rilancio può passare da qui; in realtà, è più facile che i format “usino” le celebrità come carburante, mettendone in scena il privato, il carattere, la dimensione intima non sempre coerente con la grandezza dimostrata sul palco. L’occhio della telecamera, più che esaltare il desiderio, mette al centro gli inciampi e le piccolezze.

Pamela Prati partecipa relativamente presto a un reality “per famosi”, e tale presenza sancisce peraltro il ritorno sulle reti del servizio pubblico: nel 2004 è in gara ne Il ristorante (Raiuno, 2004-2005), condotto da Antonella Clerici, che vede i vip impegnati nella gestione della cucina e della sala di un locale in cui arrivano veri avventori. La permanenza di Prati dura però solo una manciata di puntate e si conclude con l’espulsione dal gioco, con un “licenziamento” tramite un telegramma e la conseguente sospensione del televoto settimanale collegato: secondo le accuse della produzione, Prati si è rifiutata di svolgere le prove richieste dal gioco; in una successiva ospitata nel contenitore Domenica In, la stessa protagonista porta avanti le sue lamentele sul numero di ore di lavoro (“turni di diciotto ore senza riposo, senza pause e senza mangiare”), sulla fatica richiesta dal programma, sui problemi di salute che l’hanno colpita impedendole di portare a termine il compito (una bronchite), fino a concludere che “non è un reality… è un massacro” (Siani 2005). Le asperità caratteriali vanno ad arricchire il profilo pubblico della showgirl, che si dimostra, di fronte agli anni che passano, legata ad antichi privilegi, spigolosa e poco disposta a mettersi in gioco davvero. Sono elementi che torneranno, cercati dalla stessa industria che poi (insieme al pubblico) mostrerà di non perdonarli. In seguito, è una dei giurati del fallimentare Reality Circus (Canale 5, 2006), condotto da Barbara D’Urso, passando dall’altro lato della cattedra; e nel 2007 partecipa saltuariamente ad Amici di Maria De Filippi, nella sesta edizione, come docente di “carisma” – parola che evidentemente torna più volte nelle traiettorie professionali della showgirl

Sempre sul versante di chi giudica, nel 2008 è opinionista a L’isola dei famosi, nella sesta edizione su Raidue, condotta da Simona Ventura; il legame con questo reality di grande successo prosegue in seguito, prima con il racconto ai giornali della decisione sofferta di rinunciare a partire nella settima edizione (2010), nonostante le fosse stata offerta l’opportunità, per problemi di salute (dolori); e poi, qualche anno dopo, nuovamente con un cambio di programma e una mancata partenza dopo che la partecipazione era già stata annunciata, con tanto di copertine sui settimanali, nell’undicesima edizione (2016), approdata su Canale 5. Il profilo che si viene a costruire è insomma quello della concorrente inaffidabile, difficile da gestire ma (anche) capace di dare quel brivido che i reality, di per sé sempre meno sorprendenti, cercano sempre. Da un lato, il ruolo di giudice o di insegnante contribuisce a mantenere e a rafforzare lo standing precedente, di abile soubrette che con il passare degli anni continua a esibirsi e a mostrare una fisicità invidiabile, in più aggiungendo quella capacità di insegnare il mestiere che è frutto di una sopraggiunta maturità. Dall’altro lato, però, il “salto” dall’altra parte e le sempre più frequenti esperienze come concorrente dimostrano il fallimento di questo tentativo di prolungare la visibilità e rinegoziare l’invecchiamento del corpo, via via incrinando l’immagine del personaggio dal punto di vista fisico (con il passaggio simbolico dal palco alla cucina del ristorante o alla quotidianità della casa del Grande fratello) e da quello caratteriale (svelando quei lati capricciosi, instabili e meschini della personalità che le luci della ribalta offuscavano). Si assiste insomma a uno sfarinamento progressivo e inesorabile dell’identità pubblica, legata sia alla bellezza sia a un insieme di abilità spettacolari, sostituita da un profilo pubblico-privato che fatica a scendere a patti con il tempo che passa, si ostina a guardare indietro, subisce il confronto con corpi più giovani.

Nel 2015, Prati torna su Raiuno e partecipa alla seconda edizione di Si può fare (Raiuno, 2014-2015), un talent per personaggi famosi condotto da Carlo Conti, dove i vip si sfidano a coppie su una specifica competenza, valutati da tre giudici: oltre a Juri Chechi e Amanda Lear, quello stesso Pippo Baudo già dubbioso sulle soubrette a metà degli anni Novanta. Pamela Prati stavolta arriva fino al termine, ottava classificata, spesso esibendosi in discipline che mettono nuovamente in luce, a decenni di distanza, le abilità della cantante e ballerina (il charleston, il lancio del lazo, il trapezio, il can can, il burlesque). In qualche modo si tratta di un ritorno alle origini – del personaggio, e del pubblico a casa che continua a guardare. 

Quanto era stato annunciato in tv diventa oggetto di dibattito negli stessi salotti, materiale incendiario che porta ad altre puntate del racconto seriale di “Pratiful”, a metà tra realtà e finzione, tra soap opera e reality. Verissimo racconta di nozze pianificate in Umbria, ma gli inviti non sono mai partiti; ci sono minacce di querele, foto e telefonate finte, assenze improvvise, malori, silenzi e uscite dallo studio di fronte a domande precise; e sulla narrazione si innestano più linee narrative secondarie.

L’avventura di Prati nei reality per celebrità trova infine il suo apice, e un suo (temporaneo?) termine, con la prima edizione del Grande fratello vip (Canale 5, 2016). Ancora una volta la narrazione si costruisce in larga parte sugli immaginari pregressi, forzando la showgirl a condividere lo spazio della casa con la sua antica “rivale” Valeria Marini. E ancora una volta la concorrente si rivela (splendidamente) inaffidabile, tra difficoltà (claustrofobia), sfoghi, insofferenza, disobbedienza agli ordini e un tentativo di evasione. Nel consueto copione del reality, si annulla il televoto e si adotta un provvedimento disciplinare che porta Prati a uscire dalla casa dopo soli 22 giorni di permanenza (il comunicato, letto dalla conduttrice Ilary Blasi, recita: “Il GF ha un regolamento preciso che tutti hanno accettato e sottoscritto. È vietato uscire dalla casa e aggirarsi all’esterno. È vietato sottrarsi ai microfoni e alle telecamere per ore. Non si possono ignorare le convocazioni in confessionale. La tolleranza ha un limite, che è stato superato. Per questo il Grande fratello ha deciso di squalificare Pamela Prati”; l’opinionista Alfonso Signorini rincara la dose: “Il Grande fratello ha delle regole, fa parte del gioco, chi non le rispetta va fuori”). Pamela Prati reagisce chiudendosi nel bagno privo di telecamere, spegnendo il microfono, chiedendo di chiamarle un taxi, per sigillare l’esperienza, giunta in studio, con queste parole: “Sono stata dentro per tre settimane, per me un tempo lunghissimo. E mi sono resa conto che questo gioco non è fatto per me […]. Ho giocato secondo le mie regole, ma sono stata vera dall’inizio alla fine”. Dalla finzione del palco si passa alla veridicità del reality, dove le intemperanze caratteriali garantiscono ritmo e qualcosa di cui parlare e si può assistere in diretta alla difficoltà di proseguire una carriera che subisce i colpi dell’invecchiamento.

L’amore fantasma

La veridicità, o meglio la costruzione di un effetto di verità, è al centro anche di un terzo momento che si può individuare nella carriera televisiva di Pamela Prati: dopo lo spettacolo e il reality, quest’ultima fase si consuma prevalentemente nei talk show, nelle interviste a tu per tu, nei contenitori che nelle vite “reali” di persone “famose” hanno un ingrediente cruciale. Mentre Prati si avvicina ai sessant’anni, ormai lontana dai palchi e dal suo mestiere principale (non solo per questioni di età, ma anche per la scomparsa dai palinsesti televisivi di quei generi di programma che le avevano dato la popolarità), la sua figura pubblica si costruisce anche a partire dalla solitudine e dalla difficile ricerca dell’amore. Si veda al proposito una delle tante interviste sui giornali, con parole dal sapore preveggente: “non sono fidanzata con nessuno ormai da tanti anni. I giornali purtroppo scrivono molte inesattezze. Ribadisco: io da tanti anni non sto con nessuno perché in giro non ci sono più veri uomini. E i migliori se li sono già presi. Quindi attendo fiduciosa […]. Oggi sono un po’ cambiate le modalità per conoscersi, ci sono i social, ma conoscersi sui social, per carità!” (Degli Antoni 2017). Proprio la ricerca dell’amore su piattaforme digitali sarà però al centro di un ultimo scampolo di celebrità, dell’ennesimo slittamento nella fama.

Tra la fine del 2018 e i primi mesi del 2019, infatti, Pamela Prati torna ancora sugli schermi tv – non più come protagonista o come giudice/concorrente, ma come ospite – per annunciare nei principali salotti delle reti commerciali e del servizio pubblico di aver finalmente trovato un compagno, centellinando i dettagli di programma in programma: si dipana così il racconto dell’amore e del matrimonio imminente con Mark Caltagirone, imprenditore romano che vive a Miami, uomo riservato, senza foto o profili in rete; a Domenica Live, con Barbara D’Urso, racconta che “a sessant’anni h[a] trovato l’uomo con cui dividere il resto della vita”, mostra l’anello e le chiavi di casa; a Domenica In, sollecitata da Mara Venier, il 31 marzo spiega di sentirsi “moglie e mamma”, visti i due bambini che la coppia ha ottenuto in affido temporaneo, Sebastian e Rebecca. Una storia perfetta, e come tale approfondita, a garantire colloqui individuali davanti alla telecamera alla star ormai matura che racconta il suo privato inatteso. Le foto patinate dei settimanali e i post dei profili Instagram, intanto, danno spazio al riappropriarsi (ora mediato e ora invece autonomo) di un’identità pubblica basata su una bellezza ora matura e al sogno romantico e passionale di una tardiva ricerca di felicità. 

Se non fosse che iniziano però a montare anche i sospetti, vista l’assenza di immagini del partner e i molti dettagli che non tornano: in particolare, il sito scandalistico Dagospia e i suoi collaboratori ipotizzano una montatura, un “marito fantasma” volto soprattutto a garantire una rinnovata ribalta (e ad appianare alcuni problemi di carattere economico della showgirl). Quanto era stato annunciato in tv diventa oggetto di dibattito negli stessi salotti, materiale incendiario che porta ad altre puntate del racconto seriale di “Pratiful”, a metà tra realtà e finzione, tra soap opera e reality. Verissimo racconta di nozze pianificate in Umbria, ma gli inviti non sono mai partiti; ci sono minacce di querele, foto e telefonate finte, assenze improvvise, malori, silenzi e uscite dallo studio di fronte a domande precise; e sulla narrazione si innestano più linee narrative secondarie e altri personaggi, come le agenti di Prati, Eliana Michelazzo e Pamela Perricciolo, accusate di averla plagiata, convincendola dell’esistenza di Mark con profili social ad hoc. Al di là dei dettagli di una storia intricata, dell’inevitabile esplosione di meme, parodie e ipotesi sui social, o ancora della “verità” fattuale (che importa davvero poco), colpisce quanto una probabile disperata ricerca di visibilità, di un altro giro di giostra televisivo, abbia portato con sé, quale ribaltamento dell’effetto desiderato, una discorsività imbizzarrita e difficile da gestire, che tocca sfere inattese fino a raggiungere persino la politica, i grandi quotidiani, il dibattito critico e intellettuale di tutto il Paese. Scrive per esempio la Repubblica

Aiuto, non è solo gossip! Poco importa che Pamelona Prati e le sue due assai creative social manager si abbiano imbastito un finto matrimonio che le è fruttato copertine, esclusive, interviste, comparsate, poi atti di dolore, malori e fughe. Al netto della facilità e dell’impudicizia con cui i media hanno abboccato e messo in scena, quel che colpisce è l’inedita menzogna digitale, il vero e proprio salto di impostura social che consiste nell’inventarsi e far interagire col vasto pubblico della rete personaggi che, semplicemente, non esistono – però sì. Nel senso che proprio là dove la rete s’incrocia con la tv, la moda, le aziende e la politica, da qualche tempo vivono e operano creature fantastiche, profili fake di calcolato e sperimentato impatto che paiono fac-simili, spettri, ologrammi, incarnazioni da truffa sentimentale (Ceccarelli 2019).

Da un lato, Pratiful è la soap opera perfetta, con svolte improvvise, sempre sopra le righe. Dall’altro, è una sorta di alfabetizzazione digitale ai rischi del catfish e degli imbrogli amorosi sui social e online, per un pubblico largo, trasversale e spesso anziano, che vede una piacente coetanea cadere in un inganno realistico: “Al di là del carattere truffaldino (la trovata serviva per procurare ospitate tv a Pamela Prati, sommersa da debiti di gioco), Mark Caltagirone è una sorta di camaleonte sociale che ha preso in prestito frammenti di identità ovunque per creare un principe azzurro credibile” (Grasso 2019). Da un altro ancora, è un inganno ai danni delle trasmissioni tv, che però lo ribaltano in un fattore di successo, di fidelizzazione del pubblico, di serializzazione nel tempo: “Tuffatevi in quell’entusiasmante gorgo di acque reflue che è la tivù pop, con il suo vasto indotto di blogger pop e di giornalisti pop. Perché, di qui in poi, il caso Prati non è più una trascurabile farsa. È un grande giallo nazionale. E lo è ufficialmente” (Serra 2019). E infine, ovviamente, è una nuova incarnazione del desiderio della star televisiva ormai cadente di porsi sotto i riflettori ancora una volta, nonostante il tempo che passa inesorabile. La storia pianificata ex ante risponde al doppio criterio di “normalizzare” la star sessantenne, riconducendola dopo decenni di “irregolarità” al ruolo classico di moglie e di madre (adottiva) e insieme di enfatizzarne l’eccezionalità con una vicenda romanzesca e romantica; il suo spacchettamento e decostruzione ex post, invece, porta di nuovo al centro l’incapacità, personale e professionale insieme, di negoziare l’inevitabile invecchiamento e di evitare le trappole dell’eccessiva visibilità e del privato volontariamente in scena.
Dopo il primo tour promozionale dell’annuncio di matrimonio, e dopo la lunga discussione e scoperta in presenza e in absentia, la storia si conclude con un terzo giro di ospitate in cui Prati si dichiara vittima: due mesi dopo lo scoppiare del caso, a Verissimo il 25 maggio, la showgirl rivela di non aver mai visto Mark Caltagirone; a seguire partecipa persino a una puntata di Chi l’ha visto?, con Federica Sciarelli, per sensibilizzare sul tema delle truffe online; le storie laterali proseguono, ma senza il boccone ghiotto della vecchia celebrità è un avanzare stanco, mentre i ruoli di vittima e di carnefice si scambiano spesso di posto. Un anno dopo, la pubblicazione di un libro, e una nuova intervista nel programma domenicale di Venier, con tanto di “perdono”, fissano la versione della protagonista. Il caso, tra le tante cose, è una dimostrazione del difficile invecchiare di una certa tipologia di celebrità femminile, televisiva e non solo, del suo futuro incerto, della volontà di non sfuggire all’oblio anche al costo di accettare compromessi e di giocare ruoli in una commedia sospesa tra realtà e finzione, partecipando al tritacarne mediale sicuri di dominarlo ma finendone soggiogati. Il personaggio televisivo diventa un oggetto di scrutinio, quasi in un gioco di società, e quello che resta della celebrità televisiva è solo una spezia che insaporisce il tutto.


Luca Barra

Coordinatore editoriale di Link. Idee per la televisione. È professore associato presso l’Università di Bologna, dove insegna televisione e media. Ha scritto i libri Risate in scatola (Vita e Pensiero, 2012), Palinsesto (Laterza, 2015) e La sitcom (Carocci, 2020), oltre a numerosi saggi in volumi e riviste.

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