Il cambiamento dei modelli di produzione seriale ha investito in modo forte la scrittura. Che per un poco è stata al centro, e ora invece sembra nuovamente sparire sui lati. Uno sguardo su ciò che è cambiato dalla viva voce degli sceneggiatori.
Questo articolo è apparso per la prima volta su LINKNumero 30 -Serial Fatigue delottobre 2024
Gli storici sanno benissimo che ogni data è una convenzione, il confine artificiale tra un prima e un dopo di un continuum senza stacchi o dissolvenze: nel 1492 Cristoforo Colombo scopre l’America e il mondo non è più lo stesso; nel 1945 finisce la Seconda Guerra Mondiale e inizia la Guerra Fredda… E anche la televisione ha alcune date che sono le tagline di un discorso generale, le chiavi di accesso per capire mutamenti e tendenze della sua evoluzione: il giorno della messa in onda dell’ultima puntata di M*A*S*H, della puntata di Dallas successiva al celeberrimo cliffhanger “Chi ha sparato a JR?”, il giorno del pilota di Lost o quello in cui è mandata in streaming (tutta insieme, senza pubblicità) la prima stagione di House of Cards. Ed è probabile che siano in molti a far coincidere con la messa in onda del finale di Succession la sensazione che da lì in poi non avremmo più visto serie televisive di quel tipo. Ci riferiamo a storie capaci di spingere al limite i personaggi, le loro scelte, le loro backstory e dinamiche, affrontando tabù, sfatando miti, mettendo sempre tutto in discussione, distillando verità che ti si spalancano davanti all’improvviso in maniera evidente, il tutto grazie a scene coraggiose sul piano dei contenuti e del linguaggio, a dialoghi magistrali e conflitti dilanianti. Parliamo di quelle serie che erano al centro del discorso culturale e avevano spinto uno scrittore come Jonathan Franzen a dichiarare: “Quando leggi Dickens ottieni gli stessi effetti narrativi che ti danno le serie televisive”. Sembra di parlare di un’epoca lontana, ormai tramontata. Oggi John Landgraf, presidente di Fx, sostiene che l’età della prestige tv o della golden age sia finita per sempre e David Chase (autore de I Soprano) dichiara in un’intervista al Times che “L’abbassamento della qualità media delle serie tv è evidente”.
Dalla golden age alla peak tv
Ma cos’è esattamente la golden age? Ed è la stessa cosa della peak tv di cui si parla tanto grazie all’arrivo degli streamer sulla scena globale? Sono due fenomeni distinti? Secondo alcuni studiosi un’età dell’oro ha avuto inizio nel 1999 con le serie come I Soprano e Sex and the City su Hbo, West Wing e altre, ed è continuata per una ventina di anni circa. Questo periodo coincide con lo sviluppo della serialità complessa, dai personaggi ambigui e stratificati. Libera dalle interruzioni pubblicitarie ma attenta al singolo episodio e alla sua costruzione interna, ha nella capacità di sorprendere uno dei suoi cardini. La serialità trova nelle cable (Hbo, ma anche Fx o Amc) il suo terreno più fertile: maggiore libertà creativa ed espressiva, competizione, attenzione a ogni dettaglio produttivo, ma soprattutto attribuzione di un valore enorme alla scrittura, che diventa il perno del sistema. Nascono le writers’ room piramidali. Lo showrunner è il creatore della serie e gli è demandata ogni decisione, tutti i reparti dipendono dalle sue scelte, detiene il controllo della spesa produttiva, indica i registi, stabilisce ogni cosa e di fatto è il kingmaker di una serie. Per diventarlo bisogna scalare una montagna fatta di ruoli ben definiti e progressivi, fare vita da set, vivere dentro le writers’ room, accumulare tanta esperienza e credito presso l’intero comparto industriale. È un sistema che porta a un vero e proprio cambio di paradigma: è l’autore, lo showrunner, il centro di tutto. I loro nomi sono celebri anche in Italia e persino tra i non addetti ai lavori, tanto da essere citati come garanzia di qualità dei prodotti a cui lavorano: sono un marchio per esempio Shonda Rhimes, J.J. Abrams, Aaron Sorkin o Ryan Murphy. Adesso a dominare la scena sono gli streamer, con un modello industriale differente e una tecnologia basata su algoritmi. Ed eccoci quindi nell’età matura della peak tv: il picco produttivo.
Le serie non sono più la visione del mondo di un autore, ma parti di un’offerta composita e ricca: come passare da un ristorante stellato a un all you can eat, costringendo lo spettatore a ingozzarsi di contenuto, tutto e subito.
Peak tv è riferito alla mole di produzioni annuali, al numero di serie, mentre l’idea di golden age ne attesta l’elevato standard. Non sono affatto la stessa cosa: una parla di quantità, l’altra di qualità. Se il sistema cable (e in parte quello network) avevano messo al centro la scrittura, la peak tv vi pone la produzione e la promozione, marginalizzando fatalmente la scrittura. Le piattaforme hanno immesso un’enorme quantità di denaro nella produzione e gonfiato il mercato, moltiplicando il numero di titoli disponibili: la ragione è semplice, più titoli significa più capacità di attrarre pubblici, e più abbonati. È su questi ultimi che le piattaforme sono valutate: meglio allora un nuovo titolo che una nuova stagione di un vecchio titolo. Questo ha spazzato via il sistema delle writers’ room piramidali, disperdendo il patrimonio di professionalità e di esperienza in tante “stanze” più piccole, con pochi autori che non sono più al centro del sistema produttivo. C’è stata una transizione di fase che ha portato a enormi concentrazioni di potere, fusioni e acquisizioni che hanno diluito il vecchio sistema gestionale, fatto di manager e di produttori interessati al prodotto, in competizione l’uno con l’altro per finanziare the next big thing; i cambiamenti hanno portato al dominio di immensi conglomerati mediali finanziati da giganteschi fondi di investimento. L’obiettivo non è più fare soldi e buone serie, ma spingere sui margini di profitto; per farlo serve produrre il più possibile, velocemente, massificando l’offerta, standardizzando il processo, tagliando tutto quello che aveva a che fare con l’artigianalità e la personalità autoriale. Le serie non sono più la visione del mondo di un autore, ma parti di un’offerta composita e ricca: come passare da un ristorante stellato a un all you can eat, costringendo lo spettatore a ingozzarsi di contenuto, tutto e subito.
Tutta discesa
Ma come e perché a un certo punto le cose hanno iniziato ad andare male? Proprio perché l’argomento è complesso, ed è un fenomeno in cui siamo tuttora immersi, abbiamo chiesto il parere di colleghi sia stranieri sia italiani. Tony Gerber, sceneggiatore vincitore di un Emmy e di un premio Pga, produttore e filmaker, è piuttosto netto e sostiene che “la peak tv è il punto più alto della produzione seriale del mezzo televisivo; lo streaming all’inizio ha aperto le porte a nuovi approcci creativi, fino a quando l’avidità aziendale ha capito come aumentare il profitto, inevitabilmente abbassando l’innovazione”. Gli fa eco Maddalena Ravagli, sceneggiatrice di successi globali come Gomorra e ZeroZeroZero: “l’idea della centralità della scrittura – passata tra l’altro per l’accettazione in diversi casi anche in Europa dell’idea del creatore-showrunner – ha cominciato ad affermarsi nel momento di massima espansione della bolla delle produzioni internazionali. Come in molti altri settori dell’economia americana, fino alla fine del 2023, abbiamo assistito a una corsa all’investimento in coproduzione internazionale in prodotti local nei vari Paesi europei, pensati però per essere venduti in centinaia di mercati. Dall’autunno del 2023 il fallimento di questo tentativo nei grandi numeri, incrociato con una pesantissima recessione economica – dovuta anche al protrarsi della guerra russo-ucraina e dall’esplodere del conflitto israeliano-palestinese – ha fatto tirare i remi in barca alle media company che possiedono quasi tutte le grandi realtà produttive e ai broadcaster. Oltre ai tagli di budget e alla diminuzione dei tempi di scrittura – le produzioni hanno bisogno di capire molto in fretta se il progetto ha una chance di arrivare al greenlight – e alla drastica riduzione delle produzioni avviate, la scrittura è ridimensionata sia editorialmente – attraverso l’imposizione di generi dettati dagli algoritmi come dalla sempre crescente insicurezza degli editor interni alle piattaforme, a loro volta più che mai precari – sia in termini di showrunning”.
La varietà e quantità di serie oggi disponibili per ogni singolo spettatore sono incredibili. Il modello di business degli streamer, tra cui Netflix è il primo, il più rivoluzionario e quello ancora oggi di maggiore successo, ha cambiato molto le cose: nessun palinsesto da riempire, solo migliaia di ore di contenuto e algoritmi che te lo offrono ritagliando le proposte sulle tue scelte e preferenze precedenti. La quantità di contenuto è un altro fattore rilevante: tante serie significa tanto tempo per guardarle. Iniziare una serie è qualcosa di impegnativo, perché significa rinunciare a guardarne un’altra. C’è talmente tanto contenuto che il tasso di abbandono diventa altissimo. Per frenare l’emorragia agli sceneggiatori è chiesto di anticipare fatti, aumentare il ritmo, scioccare il pubblico. Altri, invece, in questo spazio nuovo che si è venuto a creare, decidono di prendersi il tempo che non avrebbero in un racconto scandito dagli stacchi pubblicitari. Oppure, sempre più di frequente, si assiste a racconti stiracchiati che avevano benzina sì e no per un film, ma lo stesso sono stati elevati al rango di serie da 6-8 episodi.
Dopo la rivoluzione
Giacomo Durzi, sceneggiatore ed editor, senior creative producer di Gaumont, commenta: “La rivoluzione seriale che ci ha accompagnato per quasi due decenni è finita. Ci ha offerto modelli narrativi ed estetici sorprendenti che hanno cambiato per sempre il volto della serialità, rendendo attraenti titoli di non facile accesso, sfidanti per lo spettatore. Questo è stato possibile grazie all’impulso di alcuni editori e committenti. Il contenuto perturbante era ricercato, si poteva esplorare il tormento e dissidio interiore del protagonista, e la sua tensione al cambiamento creava meccanismi narrativi inesauribili e inconsueti anche grazie alla scelta di arene mai sfiorate dal racconto seriale. Ora invece siamo nel tempo del rassicurante, dove domina una convenzione narrativa che impone regole di ingaggio con lo spettatore più immediatamente comprensibili, non solo in termini di contenuti ma di grammatica e linguaggio. È la rincorsa alla serialità generalista, che non lascia spazio a narrazioni seriali complicate e con grandi budget. L’assenza di grandi serie negli ultimi anni non penso sia un problema di atrofia creativa degli autori ma è determinata dal cambio di sistema, da modelli economici non più sostenibili, perché quelle grandi serie di qualità non incontrano una quantità di pubblico necessaria. Prima erano operazioni reputazionali per i broadcaster, ora sono appena eccezioni”.
Le serie erano uno spazio di libertà, di raffinatezza a tratti spericolata, erano il divertimento per adulti in un momento in cui il cinema si infantilizzava. Ma poi il sistema industriale si è ingolosito e ha messo in un angolo gli scrittori, togliendo loro controllo, libertà, divertimento.
Luis Prieto, regista e sceneggiatore spagnolo che ha lavorato a Hollywood e ha esperienza del mercato europeo e statunitense, sostiene: “È arrivato il momento in cui gli streamer hanno spinto all’estremo il modello tradizionale di produzione delle cable, non più come i network con migliaia di pilot e solo una piccola frazione approvata, ma finanziando invece subito l’intera stagione. Su una scala numerica completamente diversa”. Tommaso Capolicchio, scrittore e sceneggiatore (da Un medico in famiglia a Il grande gioco), dice: “Può essere interessante constatare quanto all’assenza di offerta seriale di alto livello corrisponda una grande risposta cinematografica. Il 2023 è stato l’anno d’oro per il cinema mondiale, e forse uno dei più scarsi in qualità per le serie. Come una legge fisica che risponda all’impossibilità del vuoto, a ogni golden age per un mezzo corrisponde una contrazione di idee, e quindi anche industriale ed economica, dell’altro. Quando le migliori menti della narrazione seriale sfornavano capolavori come Lost, I Soprano, Grey’s Anatomy, Mad Men, The Shield o Breaking Bad, il cinema americano si attorcigliava stancamente sui supereroi, cercando nella ripetizione ossessiva il segreto della pietra filosofale. La pandemia che sembrava segnare il destino del cinema e far assurgere la narrazione seriale a formula vincente (quante serie medio-brutte abbiamo consumato in quel periodo?) ha invece fissato un solco da cui il cinema è ripartito, lasciando che le serie si ripetessero senza guizzi. Sembra una formula: nel momento in cui il denaro, e dunque tutto l’armamentario industriale, individua un campo fertile in cui investire, si finisce per creare prodotti poco innovativi. Film divisivi come Povere creature, La zona d’interesse, Anatomia di una caduta, Perfect days testimoniano la volontà di raccontare e di sfidare il piacere del pubblico pagante”.
Fine della libertà
Abbiamo sentito anche Stefano Sardo, sceneggiatore, regista e produttore (1992/1993/1994, I leoni di Sicilia, L’arte della gioia): “Le serie erano uno spazio di libertà, di raffinatezza a tratti spericolata, erano il divertimento per adulti in un momento in cui il cinema da un lato si infantilizzava e dall’altro scontava la ristrettezza del formato di due ore, rispetto al passo lungo del racconto seriale. Il piacere delle serie era quello della scrittura pura, e per quello sono diventate più importanti. Ma quando questo dato si è reso palese è successa una cosa: il sistema industriale si è ingolosito. Ha cominciato a pompare soldi, a cercare i grandi numeri da subito, a farcire i titoli di volti noti, a cercare intellectual properties di successo al posto di sviluppare mondi narrativi originali. Soprattutto, ha messo in un angolo gli scrittori: togliendo loro controllo, libertà, divertimento. Bisogna sempre stare attenti, quando si investe in qualcosa, a non snaturare ciò che di quella cosa il pubblico ama”. Il paradosso è che inizialmente il modello degli streamer sembrava replicare le cable americane, ma con ancora più libertà e soldi. House of Cards o Mindhunter sono di fatto assimilabili a serie della golden age, ma diventano una specie di canto del cigno che maschera la nascita di una creatura nuova, il modello produttivo delle piattaforme: tanto, semplice e subito. “Suppongo che gli streamer inizialmente abbiano preso di mira il pubblico di nicchia per catturare una quota di mercato. Tuttavia, una volta che questa è cresciuta in modo significativo, il solo modo per continuare a espandersi era fare appello a un pubblico più ampio, spesso meno sofisticato e più mainstream. Di fatto quindi siamo giunti a una nuova forma di pubblico generalista post-network”, commenta ancora Prieto. Alla fine, lo sciopero degli sceneggiatori americani ha attaccato anche il nuovo modello degli streamer. Dopo un lungo braccio di ferro la Writers Guild Association si è detta soddisfatta degli accordi raggiunti, ma di fatto è il modello che è cambiato e tornare a quello precedente è impossibile. Il pubblico si è abituato a una fruizione diversa del contenuto seriale (e filmico). Per andare incontro a un gusto più semplice, meno evoluto, poco stimolato – o forse quasi per sopirlo, per meglio imbrigliarlo e appagarlo tramite il proprio modello – si è giunti a produrre racconti che più che glocal sono sempre più standardizzati, quasi fordisti, secondo principi da catena di montaggio. La domanda allora diventa: si tornerà a investire in serie articolate, multi-season, profonde, sorprendenti, narrativamente simili alla grande letteratura, ricche, dove la scrittura è centrale? Il fatto che questa età dell’oro sia finita è lampante, ma questo non vuol dire che prima o poi non ne emerga una nuova.