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L’indie italiano ha trovato il modo per restare nei nostri televisori

Si è trattato di un avvicinamento lento, passo dopo passo, che ha visto cambiare sia gli artisti sia la tv: ma la scena indipendente italiana è ormai di casa nei palinsesti, dai talent a Sanremo e a Domenica In.

A ottobre del 2020, i Post Nebbia hanno fatto uscire Canale paesaggi, un concept album sulla televisione, o meglio sul rapporto simbiotico che a lungo è esistito tra il piccolo schermo e i telespettatori. Il secondo disco della band padovana ci porta a un tempo lontano, in cui una parte importante dell’ecosistema tv italiano era formato da trasmissioni provinciali e format improvvisati. Questo viaggio sonoro non celebra però solo la televisione e un modo di fruirne che non c’è più: il disco dei Post Nebbia fa riferimento anche a un’idea di musica indie ormai superata, che non è quella che abbiamo nel 2021. È un lavoro sperimentale diretto a una certa nicchia, in cui si celebra una scena musicale alternativa che è cambiata in parallelo al medium televisivo. La trasformazione da ambo le parti ha permesso un incontro continuo tra il “nuovo indie” e la tv italiana, anche mainstream. Se è vero che il tubo catodico si è sempre più avvicinato a un certo mondo musicale, va tuttavia evidenziato come il primo passo sia stato fatto dagli artisti indie. Pur di farsi accettare, questi hanno infatti molto spesso cambiato il loro modo di porsi con la tv, provando a diventare sempre più pop sia nella musica sia a livello di immagine.

Quanto più pubblico possibile

Oggi molti dischi italiani escono su etichette alternative, ma hanno il desiderio di arrivare comunque a tutti, in primis attraverso strutture musicali e testi fatti apposta per coinvolgere quanto più pubblico possibile. Il cantante romano Gazzelle non pubblica i suoi dischi su una major e la sua figura è stata a lungo circondata dal mistero ma, nonostante questo, ascoltando le sue canzoni si capisce subito che non vuole proporre nulla di “sperimentale” o “difficile”. Sotto il videoclip di Meglio così non a caso si trovavano commenti del tipo: “ragà, qui riscriviamo il pop”. All’indie del passato, interessato soprattutto a risultare credibile e interessante per la sua nicchia, si è gradualmente sostituito l’itpop, che mira a essere ascoltato e discusso anche nei salotti buoni della televisione pubblica.

Ormai non ci stupisce più vedere esponenti del “nuovo indie” come Lodo Guenzi de Lo Stato Sociale o Levante a fare da giudice a X Factor. Nel loro percorso, a essere differente dal passato, è solo il modo in cui hanno dimostrato di essere televisivamente credibili: non c’è stato bisogno che un videoclip andasse in heavy rotation sulle radiotelevisioni, è bastato dimostrarsi creativi e spigliati online. Nel 2021 d’altronde anche quantificare il seguito di un artista è qualcosa di diverso: non si guardano solo le vendite (molto esigue) ma gli stream e i follower sui social. In tal senso è particolare il caso di un altro artista diventato volto iconico dello stesso talent: Manuel Agnelli è arrivato a prendersi la poltrona di giudice a X Factor dopo essere stato negli anni Novanta uno degli esponenti di spicco della scena alternativa del tempo. La partecipazione del leader degli Afterhours nel 2016 certificava come anche una generazione che aveva snobbato a lungo la televisione avesse cambiato idea. Agnelli spiegò la sua scelta dicendo che sposava la causa di X Factor proprio per “parlare di un mondo che esiste ma di cui solitamente non si parla in tv”. Quando ripeterà l’esperimento in seguito sarà chiaro a tutti l’abbattimento di un muro che era stato in piedi per anni, con mutua soddisfazione sia degli artisti sia della televisione italiana.

Manuel Agnelli è arrivato a prendersi la poltrona di giudice a X Factor dopo essere stato negli anni Novanta uno degli esponenti di spicco della scena alternativa; voleva “parlare di un mondo che esiste ma di cui solitamente non si parla in tv”. Quando ripeterà l’esperimento in seguito sarà chiaro a tutti l’abbattimento di un muro in piedi per anni, con mutua soddisfazione sia degli artisti sia della televisione italiana.

La partecipazione in qualità di ospiti o giudici di artisti percepiti a lungo come indipendenti non ha però subito portato al successo di nomi alternativi. Quelli che avevano successo una volta finito X Factor di turno erano cantanti abbastanza tradizionali, legati al pop italiano classico. Di recente, con l’esplosione dell’itpop, si è assistito a un cambiamento. Molti nomi della scena hanno iniziato infatti a costruirsi un seguito partendo da un’audizione a un talent, anche se non ha portato a un’effettiva partecipazione alle fasi finali del programma. Nell’ultima edizione di X Factor, tra i finalisti c’era addirittura Casadilego: una sorta di Billie Eilish italiana che poteva essere tranquillamente assimilabile alla scena indie/itpop.

È inevitabile che pure la sensibilità artistica degli aspiranti cantanti dei talent cambi quando il loro percorso di formazione è influenzato dal contatto con i veterani della scena alternativa. Tra i vocal coach di X Factor c’è stato per esempio Alessandro Raina, a lungo idolatrato dai fan della scena indie italiana per progetti musicali come Amor Fou o Giardini di Mirò. In un’intervista al blog di riferimento del mondo indie Rockit, Raina rispose alle inevitabili accuse di essersi “venduto al sistema” asserendo che le persone da lui seguite erano le stesse che negli anni Novanta si sarebbero formate con un iter più ortodosso. Le uniche differenze stavano nel fatto che i concorrenti di X Factor erano subito visti e filmati, finendo nel tritacarne del giudizio del pubblico.

Anni di svolta

Una simile vetrina televisiva sarebbe stata impensabile solo un decennio fa Per molti l’anno di svolta è stato il 2017. In quel momento forse la scena indie/itpop ha fatto un balzo in avanti, imponendosi in diversi ambiti: i Thegiornalisti completavano il loro percorso abbandonando l’identità musicale dei primi album per trasformarsi in habitué del tormentone, Levante diventava giudice a X Factor e Lo Stato Sociale si proiettava in una dimensione diversa riempiendo il Forum di Assago.

Da allora è stato un crescendo. Forse l’apice si è toccato durante il concerto del Primo Maggio del 2019 in Piazza San Giovanni a Roma. Quel giorno, quasi tutta la line-up fu occupata da artisti italiani percepiti come più o meno alternativi. L’unica eccezione alla regola era rappresentata da Noel Gallagher, che con il senno di poi poteva essere un esempio, dato che con gli Oasis trainò a sua volta un movimento nato indie come il britpop al successo globale. Il concerto è stato ovviamente trasmesso sul terzo canale Rai e a presentarlo c’erano Lodo Guenzi e Ambra Angiolini. L’associazione tra uno dei membri de Lo Stato Sociale e l’icona pop della televisione anni Novanta fu subito visto come un momento importante, anche se allora non era del tutto chiaro se fosse stato l’indie a diventare nazionalpopolare o se fosse stato il pop mainstream a essersi arreso a far entrare gli “alternativi” alla festa.

A scompaginare definitivamente le carte è arrivato poi l’ultimo Sanremo. Molti lo hanno etichettato come il festival più indie di sempre, certificando come ormai certi canoni sonori ma anche estetici ed espressivi siano diventati familiari anche sul palco dell’evento più seguito dagli spettatori italiani. Non solo erano tanti gli artisti appartenenti a una certa scena, da Fulminacci al duo Colapesce Dimartino, ma anche chi non aveva fatto mai parte di quel mondo ora gli rendeva omaggio: nella serata delle cover la supercoppia pop formata da Francesca Michelin e Fedez ha infatti reinterpretato anche un brano di Calcutta, Dal verde, dopo essersi presentati in gara con una canzone che tra gli autori annoverava anche il sempre presente Alessandro Raina. 

Mai come nell’ultima edizione del Festival è sembrata sorpassata l’idea che gli artisti più o meno alternativi fossero destinati a rivestire un ruolo secondario. Senza tornare indietro agli incompresi Zucchero e Vasco, è ormai già da una ventina d’anni che Sanremo è calcato da nomi poco legati alla tradizione: abbiamo visto all’Ariston i Subsonica e i Bluvertigo, senza dimenticare l’exploit di Elio e le storie tese, secondi a sorpresa nel 1996. Si trattava però sempre di momenti di rottura all’interno di un cerimoniale bene o male sempre immutabile, a prescindere da ciò che accadeva fuori. Nel 2009, gli Afterhours evidenziarono la stasi sanremese presentando un pezzo dal titolo significativo: Il Paese è reale. Il brano era nato per fare da traino alla raccolta Afterhours presentano: Il Paese è reale (19 artisti per un paese migliore?), che serviva a dare visibilità a una scena indie che in quel momento appariva ancora alternativa al pop da classifica. Manuel Agnelli ai tempi presentò così il progetto, chiarendo che il disco non era “una compilation, ma un’affascinante rassegna di proposte musicali di varia ispirazione, stimolante, ricca di spunti che speriamo venga trainata dalla nostra presenza al festival, che nel nostro piccolo vuole contribuire a infrangere quella cortina d’indifferenza che penalizza la nuova musica”.

Oltre cortina

Neanche dieci anni dopo, Lo Stato Sociale saliva sullo stesso palco con un’idea completamente diversa da quella di Agnelli: non dovevano lanciarsi né mostrarsi alfieri di una scena nascosta al pubblico. Una vita in vacanza era un brano inedito inserito nella prima raccolta di un gruppo già di successo, che con l’approdo nel programma televisivo più seguito certificava il suo approdo nella serie A del pop. Ormai non aveva senso parlare di scena indie, non nella maniera con cui se ne parlava qualche anno prima e lo sapevano in primis i membri del Lo Stato Sociale: all’interno di Primati, il greatest hits di Lodo e compagni, c’era non a caso una rilettura di quello che era stato il manifesto di tutta una scena, Sono così indie. A cambiare rispetto all’originale era il testo, che ora conteneva i seguenti versi: “Sono così indie che uso la parola indie da dieci anni e nessuno ha ancora capito che cosa vuol dire. Però andiamo a Sanremo che non è una cosa molto indie. Facciamo un best of che non è una cosa molto indie”.

Nel momento in cui se ne faceva notare il successo, tutto quell’ecosistema alternativo non esisteva più ed era rimpiazzato dall’itpop, neologismo più azzeccato per raccontare la metamorfosi ormai terminata. Nei giorni sanremesi, Lo Stato Sociale fu paragonato sulle pagine de Il Foglio al Movimento Cinque Stelle. Anche la scena indie era in fondo arrivata ad attaccare il palazzo del potere, rappresentato dalla diretta sanremese, e per sopravvivere in un contesto così grande aveva dovuto rinunciare alla narrazione che la voleva come l’eterna outsider rispetto a un mondo vecchio e inscalfibile. Non è il luogo per capire se l’itpop stia vivendo una transizione più felice del movimento politico e forse andare troppo avanti nel parallelismo non avrebbe neanche troppo senso. Ma è certo è che oggi, anche quando non è assoluto protagonista della scena sul piccolo schermo, l’indie riesce a ricavarsi il suo spazio, trovando il modo di entrare nei prodotti più amati dai giovani, facendo spesso da sottofondo alle scene delle serie tv commerciali: si pensi che nella rilettura a opera di Netflix di Tre metri sopra il cielo (la serie Summertime) i riferimenti pop del romanzo/film originale sono sostituiti dalla colonna sonora della generazione teen. Ecco quindi Giorgio Poi a curare le musiche originali e un all star della scena in sottofondo. La maturità a cui è ormai approdato l’indie italiano è intuibile anche dal fatto che ormai non è legato solo alle canzoni ma anche a una particolare estetica: un certo stile casual e vintage dove tutto è fagocitato e reinterpretato, dai cappellini di Calcutta alle maglie a righe di Giorgio Poi.

Spazi televisivi

L’indie è diventato qualcosa di digeribile anche per la Rai, soprattutto in contesti speciali come Ossigeno, programma a suo modo apripista e condotto ancora una volta da un Manuel Agnelli pronto a sfruttare la visibilità garantitagli da X Factor per dare spazio a un mondo che stava gradualmente emergendo. Il co-autore del programma Paolo Biamonte non a caso paragonava la trasmissione a “un disco prodotto da un’etichetta indipendente, anche se distribuito da una major discografica”. 

Canta Lo Stato Sociale: “Sono così indie che uso la parola indie da dieci anni e nessuno ha ancora capito che cosa vuol dire. Però andiamo a Sanremo che non è una cosa molto indie. Facciamo un best of che non è una cosa molto indie”.

Anni dopo certi esperimenti, nei palinsesti c’è spazio per programmi che, pur non facendo della musica il loro centro, in qualche modo contribuiscono al successo della scena. La seconda serata di Raidue ospita Una pezza di Lundini, un programma la cui comicità che ben si sposa con il linguaggio semplice e a tratti surreale dell’indie italiano degli ultimi anni. Una pezza è il prodotto televisivo perfetto per chi ha passato gli ultimi anni ad ascoltare itpop. Quando in una puntata appare Calcutta con la maglia di PopX mentre si presta a una scenetta che sembra improvvisata su un treno è quasi normale. Su Instagram, d’altra parte, Lundini e Calcutta non smettono mai di giocare con piccoli video nonsense, come quello con cui si mettevano letteralmente Leali (Fausto) sotto i piedi. Gli artisti ospitati da Lundini sono tanti anche perché, giova ricordarlo, è anch’egli un musicista che con la sua band I Vazzanikki propone spesso brani che potrebbero rientrare benissimo in quella stessa corrente a loro volta.
È insomma ormai chiaro che il matrimonio tra tv generalista e indie/itpop andrà avanti, almeno finché garantirà a entrambe le parti evidenti vantaggi. Oggi come ieri un passaggio in tv garantisce all’artista una credibilità e una visibilità unici, permettendo di arrivare a un pubblico che non potrebbe mai scoprirti, a prescindere dal numero di ascolti su Spotify. Dall’altra, inserire un artista indie, che è nuovo ma meno “pericoloso” di quanto possa essere un rapper/trapper, permette al programma tv di guadagnare subito l’attenzione di un pubblico che non accende praticamente più un certo tipo di tv. Certo c’è il rischio sia per il cantante sia per il programma di non sposarsi bene, creando cortocircuiti tipo Mara Venier che bacia il cantante dei Pinguini Tattici Nucleari, ma l’ultima scena indie rispetto alle generazioni precedenti pare maggiormente in grado di sopravvivere a eventuali débâcle. Non c’è più quella necessità di apparire “duri e puri” e l’ironia di fondo del discorso itpop permette praticamente tutto agli artisti. Più complicato gestire eventuali flop per i programmi tv, ma il problema nasce a monte, creando spesso titoli senza una direzione precisa, nella speranza di accontentare tutti


Manuel Santangelo

Manuel Santangelo scrive di cultura, attualità, sport e moda. Ha collaborato e collabora con testate come The Vision, Dude Mag e Rivista Undici. È stato tra i curatori di Youmanist, un progetto editoriale di BNP Paribas Wealth Management, e ha lavorato nel marketing sportivo.

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