I tempi si restringono e il contenuto si snellisce, spesso fino a ridursi a una singola espressione, un’onomatopea, una frase che colpisce e che genera una risata istantanea, una snoffata. Indagine nel mondo della nuova comicità online. Veloce, compressa, virale.
L’arroseur arrosé dura quaranta secondi e non ha suono: è la storia di un giardiniere che viene annaffiato, come suggerisce il titolo, da un ragazzo che blocca la pompa con il piede e scappa dopo avergli fatto questo scherzo. Venne proiettato nel 1885 durante il primo spettacolo pubblico dei fratelli Lumière a Parigi, l’evento da cui viene fatta partire la storia del cinema. L’innaffiatore innaffiato, di conseguenza, è il primo sketch comico della storia dell’uomo moderno dotato di cinepresa e montaggio, al netto della commedia in teatro e di qualsiasi altra forma di contenuto ludico che prima di allora si era diffuso senza l’uso di una videocamera. Centoquarant’anni dopo, l’audiovisivo ha fatto passi decisamente lunghi, dando forma a quella che Guy Debord chiamava La società dello spettacolo. “Tutta la vita delle società nelle quali predominano le condizioni moderne di produzione si presenta come un’immensa accumulazione di spettacoli”, scriveva nel 1967, un’immensa accumulazione di spettacoli comici, potremmo aggiungere nel 2024. Dallo sketch del giardiniere ai meme, internet è un gigantesco cumulo di risate: brevi, veloci, articolate, mute, parlate, cantate, con didascalia.
Paperissima super-sprint
“Apathy’s a tragedy and boredom is a crime” canta Bo Burnham in Welcome to the internet, canzone manifesto del suo speciale Netflix del 2021, Inside. Si potrebbe dire che la noia è la vittima più gettonata, nonché la più taciuta, della cancel culture internettiana: qualsiasi brandello di vuoto esistenziale può essere riempito da un contenuto, che si tratti di un reel o di un carosello da venti foto su Instagram, un video di ricette o una compilation di cuccioli. In questo flusso torrenziale di immagini e suoni, la comicità ha un ruolo predominante, non solo in termini di ermeneutica del presente – se la comicità è la tragedia più il tempo, la variabile del tempo è ormai del tutto azzerata: i meme arrivano più veloci delle notizie, l’ironia postmoderna ci distacca dal reale –, ma anche di fruizione passiva. I nostri feed, e il nostro algoritmo, sono diventati una sorta di lunghissimo e irrefrenabile episodio di Paperissima, tanto che è Paperissima stessa ad attingere da internet per la sua rassegna di video divertenti; verrebbe da chiedersi se è nato prima l’uovo o Antonio Ricci. A fare la differenza nel tempo, in quasi un secolo e mezzo che ci distacca dalla gag del giardiniere, è la tecnologia, e con lei il progresso che porta a ogni suo grande balzo in avanti. Se in tutti questi anni siamo passati dalla slapstick comedy di Buster Keaton agli sketch del Saturday Night Live, da Stanlio e Ollio alla commedia verbosa di Woody Allen, da Charlie Chaplin ai Monty Python, dando per scontato che a prevalere fossero la lunghezza o la complessità della messa in scena, con internet sono cambiate le carte in tavola.
Lo spazio ridotto e i mezzi fai-da-te hanno dato vita a un universo umoristico che non necessita di set, autori o altri mezzi complessi per andare in scena. Nel mondo del content contemporaneo, l’intensità comica supera l’estensione, e anche un video di pochi secondi può diventare un tormentone, locale o globale.
Superata la prima grande rivoluzione comico-digitale di YouTube, piattaforma che possiamo affiancare al cinema e alla televisione per forma e contenuto, è con la brevità che il canone contemporaneo si è reinventato. Di necessità virtù, lo spazio ridotto e i mezzi fai-da-te hanno dato vita a un universo umoristico che non necessita di set, autori, diretta o altri mezzi complessi per andare in scena. Per citare McLuhan, nonché una grande commedia, con TikTok, Instagram e soprattutto Vine diventa ancora più chiaro cosa intendesse il sociologo quando diceva che il mezzo è il messaggio: nel mondo del content contemporaneo, spesso, l’intensità comica supera l’estensione, e anche un video di pochi secondi può diventare un tormentone, locale o globale. Ad esempio, un video di pochi secondi come quello registrato in automobile da Jools Lebron, tiktoker da 2.2 milioni di follower, diventa la controparte umoristica del trend lanciato da Charli xcx con la sua “brat summer”: “Very demure, very mindful”. E così, per una serie di straordinari eventi, anche Amadeus e Paolo Sorrentino si sono trovati a rispondere alla domanda “Sei più brat o più demure?”. Stesso discorso per un sandalo lasciato per strada e individuato dal comico e creator Edoardo Zaggia, parte del duo con Alberto Sacco Rubrichette, che con voce stupita lo reclama a gran voce; 11 milioni di views su TikTok, un trend – che consiste nell’utilizzo del solo audio – replicato da chiunque. Ed è forse questo, insieme alla brevità, l’altro elemento fondamentale e inedito della comicità internettiana di consumo rapido: l’emulazione, l’inizio della catena che porta la riproduzione in massa non solo come fruitori ma anche come parte attiva del gioco, una morra cinese globale e orizzontale.
Not so Lame
Il video più visto su TikTok nel 2020, anno della grande espansione del social cinese, è quello in cui la cantante, all’epoca solo tiktoker, Bella Poarch muove la testa per dieci secondi al ritmo di Soph Aspin Send. “M to the B”, dice il ritornello, mentre la ragazza in primissimo piano produce l’espressione facciale che l’avrebbe resa famosa in tutto il mondo e un record di views difficile da superare. Più che comico, lo sguardo di Bella che storce gli occhi al centro, prendendo le sembianze di un cartone animato giapponese, potremmo dire che rientra nel campo largo del cute, ma l’esempio torna comunque utile per comprendere un aspetto interessante e inedito della comicità internettiana contemporanea. Se la brevità è un elemento formale ereditato da Vine, app che tra il 2012 e il 2016 rivoluziona il modo in cui usiamo i social network grazie alla sua feature di montaggio fino a quel momento estranea alla messa in scena fatta in casa (è ancora possibile trovare su YouTube lunghe compilation di comicità vinesca in cui video di sei secondi, spesso esilaranti, si susseguono in un flusso irrestistibile), l’espressività facciale prende il sopravvento. Uno sguardo, un verso, una contrazione di un muscolo può diventare un punto di partenza da cui poi si estende una micro-gag, come nel caso di Bella Poarch e dei suoi sessantotto milioni di like a un singolo video di dieci secondi. È il caso di Khaby Lame che, come la collega statunitense, proprio nel 2020, annus horribilis per l’umanità ma mirabilis per l’algoritmo, grazie a una semplice espressione del viso è diventato il tiktoker più seguito nel mondo, producendo video nella sua cameretta di Chivasso dopo essere stato licenziato a causa del lockdown.
Khaby Lame è forse la quintessenza non solo dell’antico precetto morandiano dell’uno su mille che ce la fa, e che in questo caso diventa uno su un miliardo, visto che TikTok ne conta uno e mezzo di iscritti, ma anche della possibilità poarchiana di ottimizzare gli spazi e i tempi di azione potenzialmente virali. In questo processo di memificazione della comicità, non è tanto la costruzione sintagmatica di una gag che fa la differenza, visto che l’unità di racconto di Khaby è quasi inesistente, quanto la sua versatilità paradigmatica nell’infinito processo riproduttivo ed emulativo: basta avere un video assurdo a cui farlo reagire e la faccia dell’uomo-meme più seguito del mondo, sempre la stessa, sempre identica e a prova di familiarità, si applica a qualsiasi contesto, ricreando la medesima struttura umoristica. Su TikTok abbondano clip di pochi secondi che, un po’ come nel caso del very demure o della faccia di Khaby, sono diventati già classici: una ragazza simula un dialogo tra dio e un angelo in cui il primo chiede al secondo se ha dato più muscoli, «did you make them meatier», ai dinosauri; il secondo risponde sconcertiato “Make them… a meteor?”, sottolineando il qui pro quo con la parola meatier, 23 secondi di gag che entrano nel firmamento della comicità tiktokiana. Siamo oltre la sintesi di una barzelletta, oltre la brevità di uno sketch, al di là di un tormentone da cabaret: siamo nell’era della risata liofilizzata.
Umorismo pistacchioso
Come in tutti i fenomeni culturali di massa, anche nella nuova frontiera della comicità in pillole ci sono validi esempi di chi ha saputo far crescere piante rigogliose dai piccoli semi di umorismo lampo. Restringendo il mare magnum del contenuto globale e focalizzandoci sul nostro Mediterraneo, ci sono diversi esempi validi di creator partiti dal microscopico e arrivati al macroscopico. Per citarne qualcuno, Valentina Barbieri, imitatrice tiktoker, diventata popolare grazie alle sue brevi clip costruite principalmente sul trucco e su poche frasi mirate con cui imitava Chiara Ferragni, Ilary Blasi e altre donne dello spettacolo, ha portato il suo format in una cornice molto più classica, estendendolo ai tempi della televisione, ossia il prestigioso palco del GialappaShow. Valeria Angione, che durante il Covid ha inaugurato un filone comico basato sulla spiegazione dei DPCM, oggi gira l’Italia con i suoi spettacoli teatrali e l’abbiamo vista al cinema al fianco di Siani. Turbopaolo, nome d’arte del novarese Paolo Sarmenghi, classe 1990, è stato in grado di sfruttare i trend culturali della generazione dei millennial e renderli materiale per piccoli sketch semplici ed efficaci. Da Harry Potter alla passione per il podcast Indagini, dalle polpette di Ikea ai tappi delle bottiglie che rimangono attaccati per colpa dei poteri forti, quello di Turbopaolo è un catalogo audiovisivo delle nevrosi contemporanee, passate al setaccio con un’ironia surreale e immediata, supportata, come spesso in questo formato, da una didascalia persistente che dà il titolo alla gag, completandone l’immediatezza, fondamentale alla comprensione. Stesso discorso, in termini di catalogo, per il duo delle Eterobasiche: la loro parodia del pischello romano, cominciata con un video virale in cui simulano una passeggiata per un museo condita dalle classiche frasi “lo sapevo fare pure io questo”, e proseguita con altrettante gag brevi ma intense in cui delineano una tassonomia ironica degli stereotipi di genere, le ha portate direttamente in televisione dalle Belve di Francesca Fagnani e a pubblicare un romanzo per Einaudi nel 2024; e tutto, come negli altri casi, a partire da pochi secondi.
Di questi esempi, negli anni venti del Duemila, di comici che emergono grazie a un video fortunato ne stiamo collezionando diversi. Altro discorso, ugualmente interessante, va fatto per la parte imprevedibile della comicità online, quella che coinvolge chi usa piattaforme come TikTok per fare qualcosa e finisce a farne un’altra. È ben noto, infatti, che nei meccanismi dell’umorismo, senza scomodare teorie pirandelliane, l’involontarietà può essere un elemento di grande trasporto. Un caso curioso che si è allargato velocemente, spostando l’attenzione dall’intenzione originale, ossia promuovere ristoranti, alla comicità in serie che ne è derivata, è quello legato all’usanza pantagruelica di trasformare qualsiasi vagonata di cibo in una formula aperitivo, come è successo negli ultimi anni in molte città d’Italia ma in particolare a Catania. Il prodotto di questa comicità casuale è una sorta di filone autonomo in cui non è più importante ciò che si sponsorizza, utilizzando il social al pari di una televisione locale, ma quanto il messaggio possa risemantizzarsi in un genere comico a sé stante, sottocategoria del più largo food-porn.
La comicità in pillole ci consente di fare micro-dosing di divertimento, in un flusso costante di allegria che, in base all’algoritmo, si allinea al nostro gradimento, evitandoci tutto quell’eccesso di contenuti che un tempo non potevamo saltare, se non aspettando che il comico di Zelig che ci stava antipatico finisse, per lasciare il posto al nostro preferito.
Aperitivi di tutte le forme e dimensioni diventano un propellente per l’algoritmo, mescolando cibo a ironia in una rincorsa alla gag più assurda: un ristoratore che esce da una bara con un vassoio in mano, un altro che finge di essere stato investito, altri ancora che si autodenunciano dichiarando di essere sull’orlo del fallimento a causa dei prezzi troppo bassi. E poi, l’immancabile pistacchio, ingrediente così tanto utilizzato, per non dire abusato, da essere diventato a sua volta espediente comico: per il Pride Month, il pizzaiolo della trattoria Sapuri esordisce dicendo “Chi lo ha detto che le persone gay non possono fare una pizza super pistacchiosa?”; non è chiaro a cosa si riferisca, collegando la frutta secca a un orientamento sessuale, ma il risultato surreale è un meme istantaneo, che poi funzioni anche a livello promozionale non è dato saperlo.
Una snoffata ci seppellirà
Esiste una parola di origini onomatopeiche per descrivere il suono che emettiamo quando ridiamo scrollando il nostro feed: snoffare. È quel verso che viene fuori dal naso, quando buttiamo via l’aria dalle narici, e non corrisponde propriamente a una risata, ma a un piccolo momento di ilarità individuale, taciuta ma non repressa. È anche, per certi versi, il riassunto di un modo diverso che abbiamo oggi di esperire il divertimento, non più solo circoscritto al momento di visione – televisiva, cinematografica, teatrale – ma in costante relazione alla nostra quotidianità, un po’ come con l’informazione e con il contatto con gli altri esseri umani, sempre in tasca, sempre tra le mani. La comicità in pillole ci consente di fare micro-dosing di divertimento, in un flusso costante di allegria che, in base all’algoritmo, si allinea al nostro gradimento, evitandoci tutto quell’eccesso di contenuti che un tempo non potevamo saltare, se non aspettando che il comico di Zelig che ci stava antipatico finisse, per lasciare il posto al nostro preferito.
Nell’estate del 2024, una ragazza di circa vent’anni viene fermata per un’intervista da Tim & Dee Tv, content creator americani a caccia di opinioni divertenti. Alla domanda “Qual è la mossa che fa impazzire gli uomini a letto?” la ragazza bionda e dal forte accento southern risponde col verso “Hawk tuah”, un’altra onomatopea, proprio come snoffare, che allude ai suoni prodotti durante il sesso orale. Nel giro di qualche settimana, il video diventa talmente tanto virale che Haliey Welch viene incoronata ufficialmente come la ragazza-meme, regina dell’Hawk Tuah: registra il marchio, viene invitata sul palco di grandi concerti, in televisione, ottiene tre milioni di follower su Instagram, si trova un agente, apre il podcast Talk Tuah, e tutto grazie a una risposta simpatica di qualche secondo. “We should’ve known Trump was gonna win just based on the cultural impact of Hawk Tuah”, scrive l’utente Julia Hava su Twitter all’indomani dalle elezioni americane, e per quanto si tratti di una battuta, scritta sul social che ha sdoganato la versione scritta della comicità in pillole, fonte di ispirazione per autori, comici, politici, personalità dello spettacolo, come si dice in questi casi, “fa ridere ma fa anche riflettere”. In un presente in cui una semplice frase o un’espressione del volto può renderti famoso, così tanto famoso da essere il creator più seguito su TikTok del mondo, se da un lato abbiamo la possibilità di ridere per cose e persone di cui fino a pochi anni fa avremmo ignorato l’esistenza, ogni tanto viene da chiedersi se la parte della comicità in cui si riflette, nel flusso di tanti micro-sorrisi quotidiani, non sia destinata a sparire. Nel dubbio, scrolliamo fino a snoffare.
Alice Valeria Oliveri
Giornalista e autrice. Nata a Catania nel 1992, dal 2014 si occupa di televisione, cinema, musica e nuovi media collaborando con diverse testate. Dal 2019 è analista nel programma di Rai3 Tv Talk e dal 2022 è autrice e host del podcast Il decennio breve, prodotto da Hypercast. Collabora con Mediaset Infinity come autrice di format video. Nel 2023 ha pubblicato il suo primo romanzo, Sabato champagne, edito da Solferino e nel 2024 ha pubblicato il saggio Mondovisione per Einaudi.
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