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Immaginari

L’ossessione di guardar cucinare

Il cibo in tv è dappertutto, da sempre, e fin troppo negli ultimi anni. Ma cosa vuol dire vedere senza poter assaggiare? E come quest’abbuffata ha finito per diffondersi ovunque e diventare maniera?

Il cibo parla di noi, e se l’invasione televisiva del cooking – che negli ultimi vent’anni ha monopolizzato palinsesti, cataloghi e portato alla creazione di canali dedicati – sembra a un punto morto, non potendo fare a meno di parlare del cibo e di usarlo per raccontarci, dal reality il discorso si sposta alla fiction. 

Amuse bouche

Nel 1773 James Boswell, sottolineando come “nessuna bestia cucina”, ha definito l’Homo sapiens come “l’animale che cucina”, e, secondo l’“ipotesi della cottura” di Richard Wrangham, l’invenzione del cibo cotto ha letteralmente modificato il corso dell’evoluzione umana. La messa in mostra del piacere della degustazione (il mukbang sudcoreano) e la messa in scena delle pietanze rientrano nei meccanismi legati al food porn (nel significato che ha acquisito in questi anni), fenomeno corroborato dall’acceleratore social, ma già in forza negli anni Ottanta quando la tv si fa catalizzatore di spot per cibi pronti, precotti, pratici, messi in mostra, e quindi vistosi, enormi. Un’ossessione fotografata anche da Fellini in Ginger e Fred, dove la narrazione è cadenzata da parodie di pubblicità alimentari. Se il cibo e la sua preparazione sono legati alla cultura umana dai primordi, tanto che per alcuni antropologi cuocere è un’attività che definisce l’essere umano – l’atto che segna l’inizio della cultura, secondo Claude Lévi-Strauss –, con la società del consumo diventa centrale anche in funzione della sua negazione: guardare e non toccare. 

In un mondo di schermi la convivialità diventa virtuale: guardare il cibo ce lo fa percepire (secondo alcune indicazioni). E percepire il cibo in un determinato modo cambia il modo stesso in cui lo consumiamo. In questo la tv fa da “maestra” (buona o cattiva che sia), divulgatrice di modi, mode, metodi e trend. Ci informa su come si cucina, su come si impiatta, su come si serve. Il significato di cui il cibo è investito attraverso l’audiovisivo viene moltiplicato, mutato. Ma questa germinazione sembra a un punto critico, ce lo dice “La mia patong”, piatto scult di MasterChef diventato virale grazie a TikTok. 

Antipasto

Come osserva Michael Pollan in Cotto (Adelphi), “viviamo in un’epoca in cui i cuochi professionisti sono nomi familiari, alcuni di essi sono famosi come atleti o star del cinema. Quella stessa attività che molti considerano un’ingrata routine quotidiana è stata in qualche modo elevata al rango di un evento di grande richiamo […]. Oggi milioni di persone passano più tempo guardando altra gente che cucinare in televisione, di quanto ne trascorrano facendolo in prima persona”. Secondo l’autore siamo diventati sempre più pigri e guardoni. La proliferazione di cooking show da una parte e servizi di consegna a domicilio dall’altra sembrano corroborare la lettura per cui il cibo ha acquisito sempre di più il ruolo del feticcio. “Credevo che questo fosse il secolo del sesso e invece è quello della cucina, sono tutti in tv a spadellare”, ha sottolineato ironicamente Paolo Poli.

Il cibo, privato di aromi e fragranze ma caricato di colori e texture, ci parla attraverso il canale elettivo dell’audiovisivo, che a cascata veicola l’editoria (ricettari, riviste) e la rete, da cui attinge trend e personaggi. “Lo sappiamo: il cibo è un linguaggio – spiega Gianfranco Marrone in Semiotica del gusto. Linguaggi della cucina, del cibo, della tavola (Mimesis) –. Serve per comunicare con gli altri, per esprimere se stessi, per interpretare il mondo, per consolidare tradizioni culturali, per rappresentare gerarchie sociali, per classificare specie naturali… il cibo che prepara e ingerisce lo rappresenta, lo significa, contribuendo a costruirne l’identità, individuale come collettiva”. La nostra percezione del cibo va insomma a definire anche la nostra idea del mondo: cosa è considerato commestibile e cosa no, cosa è considerato pregiato e cosa no, cosa è considerato invitante e cosa no. Quindi, al di là delle parole che usiamo per parlare degli alimenti, delle pratiche che li circondano, e “al di là della natura funzionale ed estetica degli alimenti – come spiega Massimo Montanari, ne Il cibo come cultura (Laterza) – c’è la loro natura semiotica, ciò che ha permesso all’uomo di allontanarsi della sua matrice animalesca per costituire forme diverse di cultura e di civiltà”. Non possiamo non parlare di cibo, dobbiamo parlare di cibo e con il cibo. 

Primo

Attorno al cibo abbiamo quindi due piani di linguaggio. Quello che utilizziamo per parlare del cibo stesso va a definire la percezione che ne abbiamo (come lo descriviamo, come lo raccontiamo, come lo definiamo – “Do not eat. Taste. Savor. Relish”, come lo chef del film The Menu invita a fare ai suoi ospiti), e il valore che gli diamo. C’è poi il linguaggio di cui il cibo si fa interprete, quello che il cibo racconta come sistema di comunicazione. 

Se il cibo e la sua preparazione sono legati alla cultura umana dai primordi, tanto che per alcuni antropologi cuocere è un’attività che definisce l’essere umano – l’atto che segna l’inizio della cultura, secondo Claude Lévi-Strauss –, con la società del consumo diventa centrale anche in funzione della sua negazione: guardare e non toccare.

In televisione i filoni legati al cibo e al suo racconto sembrano rincorrersi da sempre. Tra il 1955 e il 1957 la Rai trasmette Viaggio nella valle del Po di Mario Soldati, viaggio alla scoperta del cibo, apripista del reportage enogastronomico. “Viaggiare è conoscere. E quale è il modo più semplice di viaggiare? Il mangiare. Nella cucina c’è tutto, la storia, la civiltà”. Da lì si arriva rapidamente al boom della cucina in tv che si è registrato negli ultimi vent’anni, da La prova del cuoco in poi. Seppur con funzioni narrative diverse tra loro, in televisione sono spuntati centinaia di programmi, e con loro nuovi protagonisti dello stare in cucina. O dello stare a guardare chi sta in cucina. Da una parte ci sono trasmissioni con intenti pratici ed educativi, dall’altra quelli più ludici. La distinzione non sempre è netta, i generi si ibridano tra loro. Un altro formato è legato al racconto, al documentario in cui lo storytelling è l’ingrediente primo.

Nella narrazione televisiva il cibo diventa quindi strumento di conoscenza (il viaggio alla scoperta dei cibi e delle loro storie, con la docuserie itinerante Street Food Asia), ma non solo. Assume anche, post 2008, il simbolo di riscatto sociale (sconfiggere la crisi, economica e identitaria). Ne sono un esempio i talent per cuochi amatoriali o professionisti (ma scarsi) in cui i concorrenti vogliono cambiare vita, ed elevarsi: l’architetto che vuole diventare pasticcere, la sarta che vuole diventare chef, e così via. In questo caso lo studio tv acquisisce la dimensione di uno spazio mitico: i confini entro cui si svolge la sfida definiscono un dentro e un fuori, un eccezionale e un normale. La gara diventa un percorso di formazione. L’idea che attraverso una professionalità, quella legata alla preparazione del cibo, sia possibile superare una crisi e trovare il proprio posto nel mondo ha monopolizzato la tv. I format più famosi (MasterChef e Bake Off) sono diventati così dei franchise e si sono moltiplicati, edizione dopo edizione, in giro per il mondo, con formule che si ripetono costanti. 

Secondo

E se i canali lineari sembrano limitare il loro interesse per il cibo nei loro programmi storici (da È sempre mezzogiorno che altro non è che una Prova del cuoco senza gara a Mela verde) o nelle parentesi di rubriche in programmi contenitori, sulle piattaforme digitali i format impazzano (Netflix trionfa, Prime Video latita). Per anni il fiore all’occhiello di Netflix è stato Chef’s Table: docuserie dedicata agli chef che hanno lasciato un segno nel mondo dell’alta cucina. Un successo firmato David Gelb: sei stagioni, chiamate volumi, a cui fanno seguito anche gli spin off Chef’s Table France, Chef’s Table Pastry, Chef’s Table BBQ e, ultimo arrivato, nel 2022, Chef’s Table Pizza. Tutte le storie seguono uno schema preciso: la gavetta e un periodo buio alla ricerca di sé, la genesi di un’idea un po’ pazza, il successo clamoroso, il baratro e la rinascita. Anche qui, dal talent al doc, vita e carriera di ogni personaggio assumono i contorni del viaggio dell’eroe. Con una serie di “tormentoni”, che si ripetono di puntata in puntata, come a suggerire una possibile formula per il successo culinario: conosci te stesso, le tue radici e il tuo territorio, valorizza al massimo gli ingredienti della tua terra e il tuo background sentimentale, fornisci al cliente un’esperienza unica. È l’epica della cucina. Le storie degli innovatori sono tutte diverse, personali, ma insieme tutte uguali, e Chef’s Table sortisce l’effetto di un comfort food, allettante nella sua prevedibilità. 

Netflix il nuovo Food Network? Se da una parte Netflix ha coltivato, promuovendola, un’operazione volta a conquistare una credibilità nel mondo del cinema (puntando agli Oscar e ai premi dei Festival più importanti), dall’altra ha saputo rimpolpare – più silenziosamente – il suo catalogo con numerosi cooking show. C’è il filone delle docu-serie e del docu-viaggio, con Street Food e Ugly Delicious: le radici culturali del cibo e la sua evoluzione oggi, ovvero come il cibo racconta la società che cambia. C’è il talent show, equamente diviso tra professionisti e provetti pasticcioni. In Iron Chef: Quest for an Iron Legend – il reboot of Iron Chef e Iron Chef America – si sfidano cuochi premiati e con carriere illustri, la gara è chiamata battaglia e lo studio arena, i toni sono epici e frenetici. In Nailed It! lo spazio invece è tutto per gli imbranati in cucina, ogni episodio tre concorrenti gareggiano per riprodurre le creazioni di pasticceri famosi, con risultati disastrosi. Il nuovo Easy-Bake Battle: The Home Cooking Competition, con Antoni Porowski, invece mette alla prova cuochi casalinghi, ma capaci, con piatti veloci e furbi. 

Una possibile formula per il successo culinario: conosci te stesso, le tue radici e il tuo territorio, valorizza al massimo gli ingredienti della tua terra e il tuo background sentimentale, fornisci al cliente un’esperienza unica. È l’epica della cucina. Le storie degli innovatori sono tutte diverse, personali, ma insieme tutte uguali, e Chef’s Table sortisce l’effetto di un comfort food, allettante nella sua prevedibilità.

Alcuni degli show più recenti aggiunti al catalogo Netflix sembrano puntare verso una dimensione in cui il cibo è sempre meno commestibile, più spettacolare, artificiale, scenografico. Diventa un supporto scenografico, slegato dalla sua funzione principale. Nella scuola di cioccolato di Chef Amaury si costruiscono elefanti e mongolfiere di cioccolato, che se stanno in piedi è un miracolo ma del cui sapore poco ci importa. Inoltre, arrivati ormai a una saturazione totale di storie, i concorrenti sono sempre più anonimi, i format sempre più ludici, con un ritorno anche al quiz. In Is It Cake? – Dolci impossibili, che cavalca la moda delle torte iperrealistiche ricoperte in pasta di zucchero, i concorrenti sono chiamati a distinguere dolci e oggetti reali. Lo stesso avviene in Stab the Cake (The Food Network), dove tre pasticcieri gareggiano nella realizzazione di torte iperrealistiche con l’aspetto di oggetti comuni (e nascoste in un supermarket), che devono essere smascherate da concorrenti armati di coltello. Ancora su Netflix, Snack vs. Chef vede 12 chef di buon curriculum gareggiare per riprodurre in maniera artigianale snack industriali come merendine e patatine: a farla da padrona è la dimensione pop(olare) del cibo, in controtendenza con le sofisticazioni stellate.

Dessert

Ma questo sovraffollamento di show si nutre di dinamiche ormai logore, e se la tv sotto il versante cooking show sembra non aver trovato forme adeguate di rinnovamento, adagiandosi piuttosto in una zona, ben compartimentata, di maniera, quello che è emerso nell’ultimo periodo è il rinnovato interesse del mondo gastronomico da parte del comparto fiction. Talent e doc hanno conquistato un pubblico affezionato e stabile, che non sembra soggetto a ulteriori espansioni. Da questi format non è emerso nessun nuovo volto, nessuna nuova storia. All’orizzonte non ci sono altre Benedette con i loro modi casalinghi, altri Gordon Ramsay con il suo caratteraccio, nemmeno una nuova Rachida con le sue lacrime, e ulteriormente ridimensionati sono anche i vari esponenti minori come Chiara Maci o Simone Rugiati. Quello che succede sotto al tendone resta sotto al tendone, i vincitori non finiscono più in tv, non pubblicano libri, non diventano guru. L’impatto sull’immaginario è profondamente ridimensionato.

Da qui la necessità di inventare personaggi nuovi di zecca, per sfondare il muro degli appassionati. La serialità televisiva e il cinema sembrano quindi trovare nelle vecchie formule usate per raccontare il cibo da anni di cooking show quei soggetti in grado di catalizzare l’attenzione del pubblico. Lo fa con The Bear, serie di Christopher Storer (due nomination ai Golden Globe 2023) che mette in scena la storia di uno chef stellatissimo che si ritrova a gestire la tavola calda di famiglia dopo il suicidio del fratello. C’è l’eroe caduto, la necessità di reinventarsi, il cibo come catalizzatore di rapporti (professionali e familiari), il cibo come identità. The Makanai: Cooking for the Maiko House, segna il ritorno al mondo della tv, via Netflix, di Hirokazu Kore-eda, raccontando un’adolescente che fallisce nel suo sogno, diventare una maiko (apprendista geisha), ma che troverà se stessa diventando la makanai (responsabile della cucina) della Maiko House in cui era andata a studiare. La sue ricette sono “normali ma buone”, familiari, e diventano il collante delle storie che si avvicendano sotto il tetto delle sue consorelle. Lato British ha debuttato anche Mammals, miniserie scritta da Jez Butterworth e diretta da Stephanie Laing, con James Corden, Colin Morgan e Sally Hawkins. 

E al cinema sono passati (non inosservati) Boiling Point – Il disastro è servito, diretto da Philip Barantini, in cui ritornano i toni epici delle grandi battaglie all’ultimo secondo, e La Brigade (Sì, chef!), commedia sociale di Louis-Julien Petit dove una sous-chef con il sogno di aprire un ristorante suo deve accettare, suo malgrado, un lavoro come cuoca per migranti minorenni; il fallimento, il mettersi in gioco, il reinventarsi, lo scoprire che cucinare vuole dire prendersi cura degli altri sono i temi anche qui. Curioso in caso di The Menu, thriller grottesco in cui ha messo mano proprio David Gelb, la mente di Chef’s Table. Il film si prende gioco del mondo della cucina stellata (il piatto di pane senza pane), tanto degli chef istrionici quanto dei commensali (troppo fanatici o troppo annoiati), e sembra auspicare la fine di un’epoca, quella dell’ossessione per la mistificazione del cibo. Forse è un presagio, forse un’illusione.


Lorenzo Peroni

Storico dell'arte con una lunga storia d'amore per il cinema e la scrittura, non sempre corrisposto. Scrive per Artslife e Doppiozero.

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