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Il martire del trash

A quattordici anni dall’exploit televisivo che lo fece conoscere ai più, un ritratto dell’avvofatto Andrea Diprè, uomo simbolo del trash italiano a cavallo tra media tradizionali e social, dimensione locale e nazionale, squallore assoluto e sublime involontario.

Parte di questo contributo si trova nel volume a cura di Matteo Tamborrino e Andrea Zardi “cose di pessimo gusto”. Estetiche del trash nello spettacolo e nella comunicazione (Meltemi 2025, in corso di stampa).

Il genio della lampada

Non ricordo con esattezza quando o come io sia inciampato per la prima volta in Andrea Diprè. Ma ricordo perfettamente quando ho letto per la prima volta una sua intervista: la sua più bella peraltro, già definitiva, testamentaria, quella pubblicata nel 2014 sul sito Write and Roll Society. Diprè vi giganteggia, compiaciutamente fuor di personaggio, dichiarandosi una sorta di rabdomante della miseria umana, un burattinaio di vite, mediatiche e non, altrui. Un genio della lampada: senza ambiguità o impliciti, Diprè dice “esaudirò il tuo desiderio (di fama), e tu entrerai nel mio numero di fenomeni (da baraccone)”.

Perché Diprè è colui che ha portato la cultura trash italiana digitale al suo acme, al punto di maggior espansione, nonché di maggiore capacità meta-, autoriflessiva. E può quasi certamente vantare un primato: non mi risulta che nessun altro personaggio abbia compiuto una simile parabola, un simile viaggio dell’antieroe, finendo per restare intrappolato nel mondo da lui stesso architettato, trasformandosi in un frammento di esso, finendo per immolarvisi. La catabasi di Diprè è così perfetta, che sembra finta. Un percorso autodistruttivo in cui si sono specchiate, in una forma particolarmente deformata, tutte le sfumature del voyeurismo e dell’esibizionismo della cultura digitale.

In realtà, io do per scontato che il lettore sappia che Andrea Diprè esiste, ma do altrettanto per scontato che il dettaglio delle sue vicissitudini sfugga ai più: il trash è precisamente questo, una fetta di cultura popolare ampiamente condivisa, semisommersa, i cui personaggi, tropi e testi esemplari incarnano una mitologia diffusa che è tanto capace di rinnovarsi ad libitum, quanto si trova nel costante rischio di stingere nell’anonimato della dimensione collettiva, del hai visto, del si dice e del è diventato virale. 

Le scelte di Diprè

Andrea Diprè nasce il 9 novembre 1974 a Tione di Trento e cresce in un paesino di 300 abitanti, sempre così definito e mai pubblicamente esplicitato, ma che è ipotizzabile sia Stenico (comune per il quale nel 2000 si è candidato come sindaco in una lista vicina all’Ulivo). La famiglia, borghese e cattolica, comprende altri due figli, una sorella e un fratello. Diprè si laurea in giurisprudenza a Trento e svolge il praticantato a Napoli (al cui albo si iscrive), e comincia a risalire tutto il cursus di cariche ecclesiali a disposizione di un fedele, giungendo fino al grado di vescovo laico. Già portaborse dell’assessore Claudio Molinari, nel 1998 si candida alle regionali trentine con la Margherita. Poi, nel 2001, sarà la volta della Lega Nord. Queste esperienze, la religiosa e la politica, sostanzialmente fallimentari e presto ripudiate, rappresentano però il viatico per guadagnare una prima presenza televisiva.

L’approdo iniziale è su TCA-Telecommerciale Alpina (alcune fonti riportano la più piccola Telepace), dove terrà la rubrica “Vita in diocesi”; è in queste vesti che, specialmente per le sue tirate omofobe e contro l’ex-leader Rutelli, Diprè guadagna i primi passaggi su Blob, che lo mettono sulla mappa del trash nazionale. Poi è la volta di Telepadania, dove condurrà Quarta generazione, e poi ancora di La 9, dove – siamo ormai nel 2001 – si lancia per la prima volta come critico d’arte, inaugurando il fortunato format “Le scelte di Andrea Diprè”. A leggere alcune testimonianze d’epoca pare che, per qualche tempo, il nostro si sia fatto chiamare “Andrea Sgarbi”, lasciando intendere di essere un rampollo del più celebre Vittorio; e del resto questo ingombrante spettro discorsivo-comportamentale lo accompagnerà sempre, fino ai nostri giorni (flash forward: si arriverà a un dissing faccia a faccia, per quanto a distanza video, durante il Cerbero Boscar 2022). A metà anni Duemila, Diprè è ospite delle trasmissioni di Raidue La grande notte (2002-2003) e Artù (2007-2008) di Gene Gnocchi, oltre che di alcune puntate del Maurizio Costanzo Show (per inciso: Costanzo, prima, Chiambretti, poi, saranno i grandi brevettatori del format talk che diventa varietà in un’ottica spintamente circense, anticipando così il di lì a poco emergente “freakismo” digitale).

Diprè diventa una figura iconica, che è facile trasportare nel mondo del cosplaying, grazie alla divisa che indossa o, più correttamente, grazie alla divisa che è: sguardo vitreo, sorrisino sospeso, completo blu con camicia bianca e cravatta rossa.

La carriera da critico e promotore d’arte prosegue su Sky con i due piazzamenti “Diprè Tv” (canale 865) e “Diprè TV2” (canale 916), fino al 2012. Questo il suo modus operandi: gira l’Italia per offrire a sedicenti artisti (che lo contattano e lui stesso contatta) 15 minuti di esposizione sui propri canali, minuti esplicitamente memori di quelli di celebrità preconizzati da Andy Warhol (che Diprè ha più volte avuto modo di definire come il suo artista preferito: “il primo a capire che tutto può diventare arte, un parassita geniale”). Sbattuto in terza pagina come truffatore, nell’ottobre del 2011, in una memorabile puntata di Mi manda Raitre, stralciato (ma non radiato) dall’albo degli avvocati e denunciato da alcuni dei pittori di provincia sue “vittime”, dal 2012 Diprè lascia perdere i DVD home made, che inviava da contratto alle sue “Scelte”, e comincia a ri-mediare il proprio mercato su internet, caricando i video prodotti su YouTube, dando così inizio alla sua carriera da – diremmo oggi – content creator. 

A catalizzare tale processo, determinando una svolta netta nelle sue produzioni, l’incontro – leggenda vuole – casuale o, meglio, doloso, con il primo dei tanti “freak” di cui il nostro si circonderà negli anni: Giuseppe Simone, da Neviano, provincia di Lecce. Siamo nel 2013. Simone, attivo su YouTube dal 2008, pare abbia chiamato Diprè su depistaggio di una compaesana che era solito importunare: il numero del critico era facilmente reperibile e la ragazza lo avrebbe usato come forma di trollaggio telefonico. Simone è una figura fondativa della “corte dei miracoli” dipreiana, con la sua presenza scenica e fisica, ingombrante e inirregimentabile, i suoi modi teatrali, i suoi tormentoni (Monella!), ed è responsabile di avere attivato per primo una dimensione, per così dire, intertestuale, producendosi in episodi crossover con altri compagni di roster dipreiano (la pornostar Roberta Gemma) e altri youtuber (Clapis, campione del mood demenziale, dal 2015 rigiocatosi artista di opere in stampa 3d e NFT). Ma vi è più di un dubbio sulla autenticità della sua figura di rozzo maschilista, misogino ed erotomane compulsivo; fin dalle prime apparizioni, infatti, molti utenti online dichiarano di conoscerlo personalmente, sostenendo che si tratti di una maschera, un personaggio. 

Il microcosmo dipreiano

Se già prima la faccenda appariva complicata, da questo momento in poi mappare le labirintiche vicende dipreiane, digitali e non, rappresenta una sfida che ha dell’investigativo: non si contano i siti e i canali YouTube aperti e chiusi (spesso, neanche WebArchive è d’aiuto per recuperarli), quelli ad accesso aperto e quelli su iscrizione, quelli ufficiali e quelli ufficiosi, quelli creati dai fan veri (i dipreisti) e quelli creati dai “fan detrattori” (etichetta con cui identifico coloro che contribuiscono alla celebrità – visualizzazioni, buzz discorsivo ecc. – del nostro, ma al solo scopo di insultarlo). Ancora: denunce, arresti, processi, incidenti di vario tipo, pippate di cocaina in diretta streaming, affair, matrimoni, pentimenti, ricoveri, richieste d’aiuto, rehab – veri e millantati o, in ogni caso, la cui bontà è impossibile verificare – si susseguono a rotta di collo. 

Nel giro di pochi anni dalla svolta digitale Diprè diventa un brand e un vero e proprio memeplex, una fabbrica di meme: pensiamo a quelli linguistici, come i colti e desueti aggettivi catafratto, sibaritico, parenetico, iperinflazionate parole chiave di quell’orda trasversale ed eterogenea che sono i seguaci del dipreismo. Diprè diventa una figura iconica, che è facile trasportare nel mondo del cosplaying, grazie alla divisa che indossa o, più correttamente, grazie alla divisa che è: sguardo vitreo, sorrisino sospeso, completo blu con camicia bianca e cravatta rossa. L’icona è una e fissa, ma il suo presenzialismo si moltiplica su traiettorie transmediali: dalla tv ai video online, alle canzoni e ai videoclip, dalle serate in discoteca al merchandise. E sarà poi la volta delle videodirette, dei podcast, delle videopillole su TikTok. Con l’approdo al digitale, i format si moltiplicano e guadagnano un pubblico dalla vastità e trasversalità prima impensabile: alle “Scelte”, artistiche, si affiancano “Diprè per il sociale”, che può essere sbrigativamente etichettata come la rubrica dei “casi umani”, e “Diprè per lei”, dedicata alla presentazione – nel senso dell’esposizione, della messa in mostra – di figure femminili, spesso performer o sex worker, ribattezzate “opere d’arte mobili” (l’intitolazione delle rubrica ne capovolge maliziosamente lo spettatore modello, che è chiaramente maschile).

Sarà questo uno dei segmenti del microcosmo dipreiano a segnare maggiormente il passaggio, lento ma inesorabile, verso il porno: ambito lungamente corteggiato (fin dal 2005, quando conduce la trasmissione “Andrea Diprè e la modella” sul Diva Futura Channel di Riccardo Schicchi, e dal 2013, quando è protagonista del corto Milano Babilonia, di Alex Vemdel), sdoganato una volta e per tutte nel 2015 (con un primo video a base di ballbusting in compagnia del La Diva del Tubo), a cui si dedica intensamente e che ne sancisce la definitiva impresentabilità, in una interessante inversione di percorso rispetto alla norma (il mondo dello spettacolo accoglie di buon grado i reduci del porno, più raro invece che la metamorfosi avvenga in direzione contraria).  

Diprè smette di inseguire gli artisti o presunti tali di provincia e comincia a dare la caccia ai fenomeni di internet. La sua è una traiettoria precisa: da fenomeno trash egli stesso – cosa c’è di più classicamente, labranchianamente trash (emulazione fallita di un modello nobile ecc.) di un sedicente pittore che dipinge “croste” e per venderle si affida a un teleimbonitore che ne incensa le inesistenti qualità? – si trasforma scientificamente, per un verso, in talent scout e, per un altro, in catalizzatore del trash. Diprè insegue, in una prospettiva smaccatamente neotelevisiva, quindi autofagocitatoria, i freak della trash tv (come, per esempio, il Pedro che, nel 2005, si era fatto cacciare da l’Eredità di Amadeus rispondendo “La cipolla” a tutte le domande), oppure quelli della golden age di YouTube Italia (un esempio: Peppe Fetish), o, ancora, i freak li crea direttamente lui (un esempio: Rosario Muniz). In uno dei tanti video pubblicati, pippobaudescamente, riecheggiando anche uno dei mantra di Fabrizio Corona (la cui autobiografia del 2020 si intitola Come ho inventato l’Italia), l’avvocato sentenzia: 

Ascoltate bene quello che sto per dirvi. Io sono Andrea Diprè, sono un avvocato e sono l’avvofatto. Io [bestemmia] ho creato il 100% dei personaggi famosi in Italia oggi! Li ho creati tutti ioooo [bestemmia]!. 

La dichiarazione è chiaramente iperbolica, ma descrive bene tanto il ruolo centrale rivestito dal nostro per almeno una manciata di anni, quanto la sua lucida consapevolezza al riguardo. Come nota il sociologo Stefano Brilli (YouTube Freak Show, FrancoAngeli, 2023, p. 101), in una fase in cui, a “partire dal 2012, il fenomeno dei personaggi ridicoli di YouTube Italia attraversa una fase di condensazione”, Diprè è “colui che ha alimentato maggiormente la traiettoria auto-riflessiva del” trash. Avere a che fare con l’avvocato costituisce una sorta di prova del nove, di attestato di qualità trash: chi gli compare accanto, esposto o più o meno complice, diventa virale, e chi è virale deve star certo che, prima o poi, riceverà la visita di Diprè. 

Mi manda Diprè

La puntata della trasmissione d’inchiesta Mi manda Raitre, condotta da Edoardo Camurri, andata in onda il 20 ottobre 2011, ospita un Diprè sotto torchio, messo sulla graticola per la sua attività da “teleimbonitore”. I toni da sopra le righe si fanno sempre più farseschi, poi para-cabarettistici, e il dialogo degenera presto in bagarre, regalando uno spettacolo genuinamente trash. Ma non per colpa esclusiva dell’avvocato, anzi.

Un redattore della trasmissione in incognito, Andrea Di Carlo (le faccine in cui questi si produce a favore di camera mentre è al telefono con il nostro rappresentano un primo momento trash da manuale) si è finto artista e ha contattato Diprè, proponendosi con tre opere, tre pastrocchi realizzati sulla falsariga di certa arte contemporanea, per acquistare i suoi spazi televisivi. Diprè, in studio, sostiene di avere mangiato per tempo la foglia. Il servizio viene mostrato, dalla realizzazione delle “croste d’autore” (“Artribune”), fino all’effettiva compravendita del video in cui Diprè si spende in lodi sperticate per il finto artista.

Il servizio termina e fa il suo ingresso in studio, a sorpresa, Achille Bonito Oliva (d’ora in poi ABO), nelle vesti di custode della figura del critico d’arte. Diprè, non avvisato, perde le staffe e sbotta (“Chi ti conosce?”, ripete con meccanica, sgarbiana pervicacia, in un momento che gli assicurerà il terzo posto nella classifica de “I nuovi mostri” di Striscia La Notizia), accusando la controparte di avere peccato del medesimo peccato (“Ma non sei tu che hai preso quattro peregrini, che sono Cucchi, Clemente, eccetera, De Maria, e ti sei inventato la transavanguardia?”). Diprè urla, fino a sgolarsi. Ha bisogno di bere un goccio d’acqua. Accade così che Camurri sottolinei, a mo’ di sfottò, lo slancio retorico-parodico che rappresenta il quid linguistico del nostro, come abbiamo già avuto modo di sottolineare: il giornalista gli porge un bicchiere (“Intanto, le do un artistico bicch… faccia la recensione di questo bicchiere d’acqua, primitivismo trans… vanguard…”) e lui, stando al gioco ma già in difficoltà, replica che si tratta di “un’opera anti-metafisica”. Entrano poi due “vittime” di Diprè, la signora Iuliana, in arte Miosotis, e il signor Francesco. E la tiritera procede su questa falsariga. In chiusura, ABO decide di conquistare definitivamente il titolo di personaggio più trash della puntata, smettendo i panni del critico e indossando quelli del giurista, o del Destinante giudicatore greimasiano, incaricato di assegnare al nostro la più severa delle Sanzioni, la spoliazione (Diprè si è sempre autodefinito roboantemente the most famous art critic in the world): “È chiaro che questo è un pover’uomo, che non è un critico d’arte, e anche un pessimo avvocato, perché ha accettato degli assegni postdatati, e questo è un reato amministrativo”. 

Attraverso una incessante ricerca di “mostri”, di provincia prima e social poi, Diprè non ha solo esplorato, ma dato vita a nuove figure grottescamente emblematiche, modellando in modo decisivo la narrativa del trash italiano contemporaneo.

La cosa interessante è che Diprè, in questo episodio cruciale, uno dei suoi primi momenti importanti di esposizione nazionale, costretto a difendersi dall’accusa di truffa, si pone di fatto come alfiere di una concezione di arte radicalmente costruttivista, genuinamente novecentesca, post-avanguardista anzi, secondo la quale è la cornice a fare il quadro (Dino Formaggio), la parola l’opera. Dice Diprè: tra Mario Schifano e il finto pittore di Mi manda Raitre non vi è differenza di sostanza, ma solo di discorso, una differenza semiotica; molto semplicemente, fino al suo incontro con l’avvocato, Di Carlo non aveva ancora trovato qualcuno che ne facesse l’esegesi, che se ne facesse promotore, che spiegasse a lui per primo che poteva essere artista. Se Diprè, duchampiano, fa le veci involontarie del semiologo, il prof. Ruffolo (parte del cast della trasmissione), si pone come figura, al contrario, recisamente anti-semiotica, che parteggia per la verità (e non per l’efficacia), per l’ontologia (e non per la costruzione simbolica): i quadri di Di Carlo sono brutti, lui non può essere un artista. Ma così torniamo al mondo prima di Manet. 

A metà show, intanto, si è consumato un momento che si può leggere ricorrendo alla fase dello specchio lacaniana, e che possiede tutti i crismi della profezia sibillina. ABO, non inquadrato, si rivolge al pubblico in studio e a casa, e dice: “Questo pover’uomo è un pornografo, ha un canale che poi dopo le undici di sera ospita le donnine che si masturbano”. Diprè risponde: “E tu le guardi. E tu le guardi. Senti chi parla, quello che si mette nudo: oh, fate vedere la copertina dove lui s’è messo nudo. Vergognati, che fai schifo”. L’avvocato si riferisce alla copertina del numero 104-105 di “Frigidaire”, dell’agosto 1989, su cui ABO campeggiava in nudo integrale e in erezione (copertina richiamata di fresco, nel momento in cui si sta svolgendo la puntata, da un re-enactment celebrativo, sempre ospitato su “Frigidaire”, n. 232, marzo 2011). ABO incalza: “Di giorno vende pornografia visiva e di sera pornografia erotica”. 

One of us

Dal 2020 almeno la parabola dipreiana sembra essersi avvitata su sé stessa segnando una fase di riflusso, di degradazione definitiva del personaggio, un tempo ammantato di una sua grottesca eroicità, oggi intrappolato in un limbo che non è più del “re del trash” o del pornografo, ma di un creator in ritirata, apparentemente fuori controllo, che le prova tutte ma non riesce in nessuna. Lo spettacolo è finito e non ne resta che un surrogato, somatico e linguistico: i video di Diprè, oggi, lo vedono sproloquiare, inveire o anche soltanto bestemmiare, stordito, devastato, a favore di camera. Siamo al grado zero, non solo del trash. Il personaggio ha finito col mangiare la persona, e l’avvocato, come nel Freaks di Tod Browning, è diventato uno dei fenomeni da baraccone che prima inseguiva o ingegnerizzava. 

Diprè è il martire del trash perché ha vissuto fino in fondo, con estrema e persino spiazzante coerenza, questa forma di vita, dissipatoria e sfruttatrice, così cinica da non risparmiare nessuna cavia, incluso se stesso. Per quanto pure oggi rivesta un ruolo marginale, residuale, proprio di chi ha oltrepassato ogni limite (di buongusto, liceità, legalità), Diprè, già storicizzato e per certi versi mitizzato, è stato uno dei protagonisti assoluti della creazione di contenuti, della viralità e di quello che potremmo definire il mondo dei freak 2.0 degli ultimi quindici anni. Attraverso una incessante ricerca di “mostri”, di provincia prima e social poi, non ha solo esplorato, ma dato vita a nuove figure grottescamente emblematiche, modellando in modo decisivo la narrativa del trash italiano contemporaneo. Di cui, ai punti, può legittimamente aspirare a essere il simbolo. Pochi come lui hanno saputo creare personaggi e tormentoni, e pochi come lui sono stati al centro di un groviglio tale di discorsi e vicende in cui realtà e finzione si sciolgono insieme nell’unico registro della messinscena. Se si vuole comprendere il mondo della comunicazione post-social in Italia, si deve per forza passare – scivolando dalla pornografia dello sguardo a quella sic et simpliciter – attraverso le forche caudine de “Le scelte di Andrea Diprè”.


Gabriele Marino

Semiologo, lavora come ricercatore all’Università di Torino, dove insegna Semiotica della musica e Semiotica della pubblicità. È segretario dell’Associazione Italiana Studi Semiotici e della sezione italiana dell’International Association for the Study of Popular Music. Ha pubblicato: Britney canta Manson e altri capolavori (Crac, 2011), sulla critica musicale, e Frammenti di un disco incantato (Aracne, 2020), su fonografia e generi musicali. Assieme a Bruno Surace ha lanciato la trasmissione #semioboomer sui social della rivista “Lexia” (80 episodi, 2020-2022) e curato il volume TikTok. Capire le dinamiche della comunicazione ipersocial (Hoepli, 2023), primo saggio italiano sull’argomento.

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