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Editoria

Il lavoro di Bao. Intervista a Caterina Marietti

Il mondo del fumetto italiano è diventato grande anche grazie a Bao Publishing. Chiacchierata a ruota libera con la fondatrice, dalle classifiche di vendita a Zerocalcare, dai fumetti per bambini a Netflix.

Incontro Caterina Marietti, fondatrice e Ceo di Bao Publishing, quando un loro libro, No sleep till Shengal di Zerocalcare, è primo nella classifica delle vendite. (Oltretutto un libro che – terrore di buona parte dei mercati culturali, dalla tv ai giornali e ai libri – parla addirittura di esteri! È, infatti, una storia ambientata nel nord dell’Iraq, all’interno della comunità yazida). Un risultato a cui siamo e, meglio ancora per loro, sono ormai abituati, ma che forse l’abitudine ci impedisce di osservare bene. Perché è difficile stupirsi, per quanto lo si dà per scontato, di quanto l’irruzione di Bao nel mercato editoriale sia stata dirompente. Una casa editrice fondata appena nel 2009 che ha inanellato una serie di successi e ha accompagnato e, per certi versi, imposto una nuova direzione all’intero settore. Quando Bao è stata fondata era difficile immaginare non solo che in pochi anni avrebbe ottenuto tale crescita, ma anche che il fumetto, inteso come genere, avrebbe in qualche modo trainato l’editoria, fino a occupare, in alcune settimane, addirittura cinque posizioni su dieci nella classifica dei libri più venduti, a suscitare quel tipo di polemiche e di critiche che sempre accompagnano chi ha successo, e a ottenere una nuova classifica di genere a parte. Quando si pensa a Bao Publishing, pensare a Zerocalcare è quasi un completamento automatico – entro nella loro coloratissima redazione in zona Cadorna a Milano e noto subito una vetrinetta con la collezione dei suoi personaggi –, ma la casa editrice ha un catalogo molto vasto che spazia dai grandi maestri agli esordienti assoluti, dal fumetto italiano a quello americano, a quello cinese o giapponese. Baronciani, Ortolani, Jeff Smith, Cyril Pedrosa, Daniel Cuello, Emil Ferris, Joe Kelly e Jim Ken Nimura, Teresa Radice e Stefano Turconi, Luke Pearson: questi sono solo alcuni degli autori Bao che non mancano nelle librerie degli appassionati. 

Da quando avete aperto, il mercato dei libri, e soprattutto del fumetto, è cambiato moltissimo. E non è affatto piaggeria dire che tutto ciò è dovuto, in buona parte, a voi. Quanto sentite di aver contribuito a questo cambiamento? 

Sicuramente quando abbiamo iniziato lo scenario era completamente diverso. Ma come missione ci eravamo scelti proprio di portare il fumetto fuori dal ghetto in cui era relegato, perché era considerato un hobby super-maschile e super-di nicchia. Noi, invece, sognavamo il momento in cui sarebbe stato naturale andare in libreria e comprare l’ultimo libro dei Wu Ming e, assieme a quello, un fumetto. 

Adesso succede. 

Non è stato facilissimo perché, soprattutto i primi anni, bisognava sempre trovare “l’esperto”, nel senso che, se volevi apparire sui media più diffusi o in libreria, dovevi sempre trovare il tuo uomo all’Avana che ne sapesse qualcosa e che facesse da tramite con il pubblico. Ma allo stesso tempo era anche un continuo “non possiamo trattarlo perché è un tema solo per appassionati”. 

Cos’ha cambiato le cose?

Soprattutto le librerie, quando hanno capito che il lettore di fumetti è un lettore molto forte, quindi è super appetibile, perché viene più volte al mese in libreria e spende tanto perché legge tanto, anche cinque o sei libri al mese. Quindi è un bel lettore da tenersi stretto. Così, mentre si allargavano gli spazi, anche il pubblico ha iniziato a trovarlo un hobby normale di cui non doveva vergognarsi mettendo un altro libro vero davanti

Che ruolo ha avuto Zerocalcare in questo percorso? 

Lui è stato il primo fumetto di un sacco di gente, e quindi un sacco di persone hanno scoperto il fumetto proprio grazie a Michele.

Hai parlato di pubblico molto maschile e molto specializzato. C’era poi anche l’idea che il fumetto fosse destinato a un pubblico, diciamo così, meno scolarizzato…

Questo è un problema che riscontriamo tuttora nel fumetto per bambini, perché, ancora oggi, i genitori lo considerano una cosa per chi non ha voglia di leggere e che toglie la fantasia ai bambini. Invece, pian piano, la maggior parte dei lettori ha capito che si potevano raccontare storie non solo attraverso i libri in prosa, ma anche attraverso i fumetti. 

“Le librerie hanno capito che il lettore di fumetti è un lettore molto forte, quindi è super appetibile, perché viene più volte al mese in libreria e spende tanto perché legge tanto, anche cinque o sei libri al mese. È un bel lettore da tenersi stretto. Così, mentre si allargavano gli spazi, anche il pubblico ha
iniziato a trovarlo un hobby normale di cui non doveva vergognarsi mettendo un altro libro vero davanti”.

La classifica dedicata solo ai fumetti è stata una vittoria del fumetto? 

Secondo me è stata una conquista importante perché così chi apre Robinson vede che c’è una classifica dei fumetti e, magari, pensa: “ah, ma allora esistono anche questi fumetti!”. E gli riconosce la stessa dignità delle altre classifiche. 

Non pensi che abbiano cominciato a pubblicarla anche per necessità? Come per operare una nuova distinzione…

Può essere che ci fosse anche un po’ di malcontento tra gli editori di prosa che vedevano tanti titoli di fumetti tra i dieci più venduti e pensavano: “però ci stanno un po’ inquinando la classifica”. Anche perché è capitato nel momento in cui è cominciato il super-boom del manga (che non si è ancora esaurito) e così nella classifica di narrativa straniera si trovavano 50 numeri di One Piece e non comparivano magari altri nomi che era importante apparissero. Ma, in ogni caso, per me prevale il fatto che sia un bel messaggio. L’importante ovviamente è avere la scala delle cose, tenendo sia la classifica assoluta in cui il fumetto è conteggiato come tutto il resto, e accanto quella specializzata. 

Abbiamo un po’ parlato di quanto è cambiato il mercato, ma quanto siete cambiati voi invece? 

Siamo partiti con incoscienza, ma quella ce l’abbiamo ancora. Perché non abbiamo un obiettivo che ci siamo prefissati o che vogliamo raggiungere. Ciò di cui abbiamo voglia è continuare ancora a portare in giro i libri che ci piacciono, e a parlarne. Quindi, forse, non abbiamo dietro il grosso piano industriale di conquista del mondo che ci si potrebbe aspettare da una realtà come la nostra, ma prima eravamo in quattro in una soffitta e adesso invece siamo in dodici che lavorano in un ufficio vero, ecco, questo è cambiato di certo! 

Com’è successo? In cosa siete stati bravi? 

Fin da quando abbiamo iniziato, quando eravamo piccolissimi, abbiamo sempre cercato di fare tutto nella maniera più seria possibile: quindi avevamo una promozione molto seria e anche una distribuzione seria. Due settori strategici che ci hanno permesso di crescere organicamente. E forse questa è, in parte, anche la ragione per cui Zerocalcare è rimasto a pubblicare con noi nonostante le mille-mila proposte di editori molto più grandi: perché siamo sempre stati duttili a ristrutturarci e a ingrandirci, seguendo la crescita del suo successo. Visto che i suoi libri si trovavano dappertutto non c’è mai stato bisogno di andare da altre parti per trovare un servizio migliore. 

C’è un momento in cui hai proprio pensato: “Cavoli, sta funzionando davvero più delle nostre più rosee aspettative”?

Conservo il ricordo del primo firmacopie che abbiamo fatto de La profezia dell’armadillo. Zero era molto meno famoso di oggi, ma già si parlava molto di lui ed era tanto richiesto. Non avevamo ancora ben idea di quanto, però. E neanche lui. Siamo arrivati in questa fumetteria di Milano, “Alastor” in via Volta, dove pensavamo ci sarebbe stato un firmacopie normale. Invece ho proprio il ricordo nitido di noi che ci avviciniamo e troviamo tutta la via intasata, piena di gente. Una marea incredibile! Abbiamo fatto le cinque del mattino con il firmacopie e a un certo punto sono passati i mezzi della pulizia strade, gli addetti guardavano dentro e vedevano questo tizio gobbo davanti alla vetrina che continuava a disegnare. Quello è stato il momento in cui abbiamo detto: “Ok, sta succedendo qualcosa!”. 

Ho l’impressione che ciò che il pubblico apprezzi di Zerocalcare, perfino chi non è d’accordo con lui, è la sua integrità. E mi pare che pubblicare con voi faccia parte di questo codice di condotta. Capisco quanto dici, ma anche voi avete dato molto a lui. 

Noi abbiamo sempre cercato di proteggerlo, perché Michele è un autore che ha una serie di cose in cui crede, che fanno parte della sua storia, e che vanno rispettate anche al di là delle logiche commerciali e aziendali. Ha una coerenza che riguarda tanti aspetti della sua vita e noi li abbiamo sempre rispettati tutti. Abbiamo sempre appoggiato le sue cause, facendole nostre nei limiti del possibile. Siamo stati capaci di assecondare le sue esigenze comunicative e abbiamo sempre rispettato tutte le sue esigenze. Ovviamente, ogni tanto, ci sono state situazioni in cui non ha voluto fare delle cose. Ma, anche in quei casi, noi abbiamo deciso di seguirlo, senza forzare niente. Poi la verità è che lui dice sempre che rimane con noi perché facciamo vita monastica alle fiere. È questo il vero patto non scritto tra noi.

Il pubblico lo premia sempre per questa coerenza. 

Non sempre è facilissimo da spiegare, però. Perché lui non fa la stessa vita e non ha le stesse soddisfazioni di altri autori che vivono di scrittura, quindi anche quando gli propongono una cosa bellissima che però per lui non è gratificante, la rifiuta senza pensarci troppo. 

Come scegliete ciò che entra nel vostro catalogo? 

Non c’è nessuna regola, ogni scelta dipende da quello che leggiamo. Il principio della casa editrice è quello che poi è la chimera di ogni editore: il passaparola. Ci piacerebbe che ogni libro portasse con sé questo messaggio: abbiamo pubblicato questo perché ci piace moltissimo e quindi lo consigliamo agli altri. Ovviamente se uno ci guarda da fuori può pensare che magari non capisce subito qual è il filo che collega tutto. Ma, in realtà, per noi è molto chiaro: sono le cose che a noi piacciono. Quindi, secondo me, se a una persona è piaciuto un nostro libro, potrebbe piacergli qualsiasi altro libro del catalogo. 

Prima hai citato One Piece. Avete l’idea di finalizzare i lettori anche attraverso le storie a puntate? 

Per adesso preferiamo concentrarci sul nostro pubblico, che è soprattutto quello che va in libreria, persone dai 25 anni in su che magari hanno più familiarità con storie in un numero di volumi limitato. Per questo pubblichiamo prevalentemente volumi unici o, al massimo, serie limitate. Naturalmente anche il pubblico che torna in libreria per un’uscita regolare ci interessa, quindi speriamo che oltre al nuovo numero di One Piece compri anche qualcos’altro. 

“Abbiamo sempre cercato di fare tutto nella maniera più seria possibile: quindi avevamo una promozione molto seria e anche una distribuzione seria. Due settori strategici che ci hanno permesso di crescere organicamente. E forse questa è, in parte, anche la ragione per cui Zerocalcare è rimasto a pubblicare con noi nonostante le mille-mila proposte di editori molto più grandi: perché siamo sempre stati duttili a ristrutturarci e a ingrandirci, seguendo la crescita del suo successo”.

Negli ultimi tempi vi state occupando anche di infanzia. 

Per noi è un mondo un po’ difficile, più che altro per una questione di classificazione interna alle librerie. Quando arriva un libro Bao è messo immediatamente nel settore “fumetti”. Forse una cosa a cui dovremmo ambire noi editori di fumetti che abbiamo anche una collana per bambini è quella di avere in libreria un settore dedicato ai “fumetti per bambini”, trattato diversamente e in spazi diversi.

Com’è adesso la vostra linea per l’infanzia? 

Si chiama “Babao” e ha un logo diverso, proprio per fare in modo di distinguere i libri per bambini dagli altri. Ma arrivare al fumetto per bambini è molto difficile, ed è un lavoro che bisogna fare anche con le scuole e le biblioteche. È un lavoro che impegna molto, ma è gratificante vedere crescere i lettori e vederli passare dalle varie fasce d’età. 

Intanto l’idea che l’illustrazione possa riguardare sia i bambini che gli adulti, magari con chiavi di lettura diverse, è qualcosa che ormai anche da noi è accettata con più naturalezza.

Abbiamo pubblicato un sacco di fumetti di quel tipo. Per esempio Hilda, di cui esiste anche la serie animata su Netflix, è una storia che mi piace moltissimo leggere, perché è un fumetto pensato per bambini che, però, ha una serie di sfaccettature godibili per i più grandi. Per creare contaminazione tra i gruppi demografici sarebbe utile poter avere, come in America, un sistema di biblioteche legato a un meccanismo di promozione ricorrente. Loro hanno un progetto nazionale di conferenzieri che, in accordo con la rete dei bibliotecari, parlano ai bibliotecari dei nuovi titoli. Questo favorisce un enorme coinvolgimento dei fruitori delle biblioteche. Ti assicuro che ci sono tirature di libri destinate in gran parte al sistema bibliotecario, e questo secondo me è un sintomo di salute del prodotto-libro. Sarebbe bello poter avere un network unitario di biblioteche cui rivolgerci anche qui. 

A proposito di Netflix, attraverso di loro vi siete occupati anche di animazione. 

Stiamo lavorando con Zerocalcare al suo secondo progetto animato che non sarà la continuazione di Strappare lungo i bordi, ma una storia nuova. 

La prima è stata un successo enorme. 

L’anno scorso, a un certo punto, praticamente non c’era carta in giro per stampare. Zero è uscito con la serie tv proprio in quel momento e con quello abbiamo raggiunto una nuova fetta di pubblico che non pensavamo di poter avere. Per quanto fosse già numeroso, è riuscito a parlare a una fetta di pubblico nuova. Quando siamo stati a Roma per “Più libri più liberi” è stato molto provante, fisicamente, perché c’erano davvero tantissime persone che desideravano vederlo e parlargli. Pure chi lo conosceva già ha apprezzato che la serie tv non fosse una semplice trasposizione dei fumetti, ma una storia del tutto nuova. E sono fiduciosa che sarà così anche per la nuova stagione.


Arnaldo Greco

Nasce a Caserta e vive a Milano, dove lavora per la tv. Ha scritto per Il Venerdì, IL, Rivista Studio, Il Post, Il Mattino.

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