Bimbi performer, giovani collegiali, adolescenti in uniforme. Oggi la tv dei ragazzi è un campo di addestramento, tra reality militari e talent show competitivi. Vince chi diventa adulto per primo.
Uno dei filoni più brutali del fumetto giapponese è il sottogenere “Battle Royale”, nato dall’omonimo romanzo di Koushun Takami del 1999. Nell’opera, un Giappone autoritario sceglie ogni anno una classe delle medie, per poi abbandonare gli studenti su un’isola remota e costringerli a sterminarsi a vicenda finché non resta un solo sopravvissuto, celebrato come un idolo nazionale. È un incubo pedagogico attraverso cui Takami porta in superficie l’idea che la violenza propria dello stato di natura non venga eliminata, ma riorganizzata dalle istituzioni, secondo un modello di vita in cui l’obbedienza appare come la forma più sicura di sopravvivenza.
Avanti, marcia!
Tra il 2021 e il 2023, con La Caserma, cugino muscolare de Il Collegio, la Rai aveva radunato un gruppo di discoli della “Gen Z”, secondo le parole della stessa emittente, per catapultarli in una leva militare simulata: cinque settimane di addestramento per raggiungere la perfezione. È la stessa idea alla base di Battle Royale, filtrata attraverso un innocuo prodotto per famiglie. Il format della Rai contribuisce a normalizzare un’idea problematica, responsabilità che è già presente in nuce nel programma madre. Mentre ne Il Collegio l’isola della punizione diventa il passato scolastico, ricostruito a immagine e somiglianza del “così eravamo”, ne La Caserma si fa leva sull’estetica della disciplina e della selezione, ma la sostanza non cambia. Venti adolescenti, presentati nella loro diversità, vengono catapultati in un Novecento di cartapesta, dagli anni Sessanta ai Novanta, oppure in una accademia militare dal sapore patriottico e risorgimentale. Non si chiede ai ragazzi solo di comportarsi per bene, ma anche di affrontare le proprie paure come in un percorso a ostacoli emotivo, “correggere il carattere” a colpi di ammonizioni pedagogiche, dimostrare “di potercela fare” nello studio e nella disciplina militare, fronti modellati su un’idea di formazione tutta spalle dritte e nozionismo.
Come di rito, si inizia con la spersonalizzazione delle aspiranti reclute, fase che si chiuderà con la classica sforbiciata dei capelli, cui seguono le consuete lacrime e i prevedibili singhiozzi. Il mondo adulto adora vedere come la disciplina, anche se in forma di spettacolo, deforma le velleità estetiche delle nuove generazioni. Si può e si deve, dunque, insistere sugli sguardi di sufficienza dei militari, come quello dell’istruttrice Colucci che non perde occasione di urlare in faccia alle concorrenti o sui modi bruschi dell’istruttore Capriotti e degli altri militari, che con zelo tracciano i confini dell’autonomia personale.
Il mondo adulto adora vedere come la disciplina, anche se in forma di spettacolo, deforma le velleità estetiche delle nuove generazioni.
La domanda retorica più ascoltata nei primi dieci minuti della prima puntata è: “Le ho detto io di entrare?”, a sottolineare la “rigidità del mondo militare”, un ambiente aspro dove un “buongiorno” è necessario e un “come stai?” è di troppo. Un mondo dove “nulla è facoltativo”. Durante il colloquio una recluta dichiara candidamente di essere lì perché attratto dalla divisa e dalla “forza”, ossia dal riconoscimento che permette di avere potere sugli altri, pur accettando di diventare strumento dell’autorità.
La sapienza autoriale, nel caso di format di questo tipo, consiste non tanto nell’invenzione, quanto nella gestione di una scrittura mitografica, cioè stereotipata, ripetibile, pronta a rigenerarsi senza mai esaurirsi. Le strutture narrative restano in piena vista e proprio questa esposizione continua, dichiarata, le rende trasparenti. Ad animare il format è la metamorfosi in parodia degli adulti dei soliti concorrenti spaesati: aspiranti influencer interessati a capitalizzare reputazione sui social network, ma anche quei “piccoli uomini medi” che ammettono senza imbarazzo di non disdegnare la perdita di qualche chilo. Fare la guerra, in effetti, snellisce. Il gym bro del cast, pronto a spingere oltre ogni limite il proprio corpo da bodyweighter, confessa alle telecamere di voler visionare tutto “il menù”, riferendosi alle componenti femminili del gruppo.
Giovani leve della società dello spettacolo
Il motore segreto di docu-reality come Il Collegio e La Caserma è il desiderio di vedere gli adolescenti smettere di esserlo e diventare, il prima possibile, adulti “che funzionano”. Il paradosso è che questi format finiscono per tollerare davvero solo ragazzi e ragazze che adulti lo sono già, almeno nei modi: “piccoli grandi”, pronti a incassare, ripetere e rimettere in circolo tutte le contraddizioni del mondo che li ha messi lì davanti alla telecamera. Quello che viene messo in scena, quindi, è la Gen Z così come la immagina la Rai, ma soprattutto il riflesso di un bisogno degli adulti: genitori che, in fondo, si autopuniscono attraverso la punizione simbolica dei figli.
La rappresentazione dell’adolescente offerta da questi reality è stata plasmata dall’era dei talent show, che hanno fatto da acceleratore, portando alle estreme conseguenze la vocazione voyeuristica della tv-verità. È stato così preparato il terreno per quella che oggi appare come una televisione senza televisione: TikTok, la pubblicità che intrattiene, dove infanzia e adolescenza funzionano come materie prime di milioni di contenuti consumati senza distinzione d’età. È proprio nei docu-reality come Il Collegio, La Caserma o la versione “junior” di MasterChef, che emerge un linguaggio televisivo che prova a stare dietro al linguaggio dei social, d’altronde è in gioco lo stesso meccanismo, quello di addestrare il corpo a fare ciò che gli si comanda.
Tanto in televisione quanto sui social si è eterodiretti: autori e algoritmi non amano la vera spontaneità, né l’imprevedibilità del folle. È secondo questo schema che le aspirazioni e la spontaneità dei concorrenti vengono costantemente messe alla prova, talvolta persino vanificate. Il risultato è una tensione permanente: da un lato, il sistema mediatico rivendica il dovere di “proteggere i bambini e i ragazzi”, finendo però per renderli sempre meno separati dal mondo adulto, più permeabili e dunque più vulnerabili.
Negli anni del reality disciplinare l’adolescente incarna pienamente la sua funzione narrativa anfibia: oggetto di risentimento generazionale e al tempo stesso ricettacolo in cui l’adulto proietta le sue fantasticherie frustrate. Il bambino performer dei primi talent dedicati ai giovanissimi è la versione scintillante del giovane del reality disciplinare, si tratta infatti di un piccolo adulto che ha già superato la soglia di competenza, “rende orgogliosi mamma e papà”, ma anche le famiglie di tutto il paese. Il bimbo performer sa cantare, cucina come uno chef promettente, compete come un atleta, è un prodigio di cultura generale. Si tratta del versante solare del mito della celebrità, l’idea romantica e seducente che crescita e carriera siano la stessa cosa, che il successo coincida con la realizzazione di sé, sostituto della vita adulta. Tutto alimentato dall’illusione che basta “avere il dono”. In questo caso, l’infanzia diventa una corsia preferenziale verso un’identità già completa, senza inciampi, senza la zona grigia della formazione.
A tutto ciò concorre la tendenza, insita nei ragazzi, a ricercare spontaneamente la “spersonalizzazione” promessa dal format, per poter infine rinascere come personaggi televisivi. La disciplina, la prova, l’umiliazione e la fatica diventano così elementi di un racconto che procede per tappe riconoscibili, ciascuna dotata di una funzione precisa all’interno dell’arco narrativo e, al tempo stesso, parte di un vissuto reale: quello dell’adolescente, già ben addestrato dalla società dello spettacolo a considerare uno show televisivo come l’occasione per “diventare qualcuno” e ascendere al cielo della notorietà.
Se lo spettatore vede in questi format una pedagogia a lui cara, veicolata dall’intrattenimento, gli autori li confezionano come prodotti che assorbono il linguaggio pedagogico e lo utilizzano come risorsa drammaturgica. A monte, l’educazione – o l’addestramento – più che come obiettivo agisce come cornice simbolica: legittima la messa in scena del conflitto, fornisce una giustificazione morale alla sofferenza esibita e consente allo spettatore di interpretare ciò che vede come necessario, se non addirittura benefico.
La crescita come intrattenimento
Dovrebbe essere ormai chiaro che la relazione tra nuove e vecchie generazioni è mediata da un lato dalla correzione della ribellione, intesa come hybris dell’adolescente di voler decidere per sé, volendo essere adulto prima del tempo, mentre dall’altra parte abbiamo la tendenza opposta a celebrare la maturità precoce che fa spartiacque tra chi può fare quel salto, perché predestinato, e chi non può ed è dunque destinato a restare “uomo comune”, “pubblico” o fandom.
C’è una reciprocità che bisogna registrare tra la rappresentazione dell’adolescenza e il medium televisivo: così come la tv reifica i suoi eroi, così essa viene resa oggetto dai suoi consumatori. Da tempio della società del boom economico, grazie agli esiti trash della tv-verità, la tv è ora diventata preda del détournement operato dai codici semiotici del web. La clip che cattura la goffaggine di certa televisione mentre tenta di intercettare la novità quando questa è già stata resa obsoleta, ma anche la risposta sbraitata dell’ospite, il litigio o la gaffe del conduttore o della conduttrice: tutto alimenta la memetica nazionalpopolare facendo sì che dal concetto di programma si sia lentamente passati ad una televisione che abdica alla sua vocazione architettonica verso la realtà per diventare invece materia prima tra le tante per la generazione di contenuti.
Negli anni del reality disciplinare l’adolescente è al tempo stesso oggetto di risentimento generazionale e ricettacolo in cui l’adulto proietta le sue fantasticherie frustrate.
La blobbizzazione è compiuta dal momento che il frammento televisivo diventa meme prima ancora che televisione. Ogni scena è già immaginata come una clip verticale e lo spettatore viene invitato a dismettere i propri panni e trasformarsi in un raccoglitore di momenti. A tutti gli effetti, gli viene richiesto di collaborare alla diffusione dello show, approcciandosi a esso come a una miniera da cui estrarre pepite preziose. Letti così, anche gli scivoloni sessisti e gli stereotipi infilati nel montaggio de La Caserma appaiono come mosse calcolate, inneschi pensati per far scattare il rage bait, ossia la generazione di contenuti fastidiosi, provocatori, a volte apertamente offensivi, che servono a far aumentare l’engagement sui social, nuovo idolo dopo l’auditel.
Nelle culture arcaiche, infanzia e adolescenza non erano età “psicologiche”, bensì forme di non-vita in attesa di essere trasformate in persone vere attraverso un rito di passaggio: taglio dei capelli, cambio del nome, caccia, isolamento, primo sangue, prova di coraggio. Impossibile non vedere i frammenti di tutto ciò nella tv disciplinare e nel sistema artificiale di creazione di teen celebrity, risposte alla necessità di essere intrattenuti attraverso la messa in scena del conflitto generazionale. Oggi, la furbizia della scrittura televisiva non fa che traslare quel potenziale rituale in un dispositivo di evasione. Accettare il format significa dunque comprendere che, pur nella sua natura di “cartapesta”, la televisione – così come i media che concorrono a osservare il monito dell’onniraccontabilità – continua a officiare l’eterno spettacolo della crescita, mediando tra la nostra sete di ordine e il desiderio inconfessabile di vedere la giovinezza messa alla prova.
Mentre Il Collegio continua il suo percorso stagionale, La Caserma è uscita dai radar subito dopo la seconda stagione. Nel 2022, le bombe in Ucraina segnarono il suo slittamento e infine, nel 2023, la sua cancellazione dal palinsesto Rai. La Rai ha dovuto riconoscere, senza dichiararlo, che in quel caso la finzione non ha più retto, come se la sua materia simbolica fosse stata improvvisamente contaminata dal reale. Ciò non significa negare che tutto può essere reso formato (esistono addirittura Talent Show come The Shia Voice dove si compete recitando il Corano), ma solo che la legittimità di uno show televisivo dipende da una distanza consona dal reale. La rappresentazione della guerra in tv è possibile finché è possibile rappresentare senza pagare un prezzo di sangue. Almeno è così che funziona in televisione, su altri schermi, possiamo essere certi di trovare qualsiasi aberrazione.
Giovanni Padua
Giovanni Padua si è laureato in filosofia all'Università di Torino, città in cui attualmente lavora come insegnante. Divide il suo tempo tra l'organizzazione di eventi e la sua ricerca indipendente sulla testualità dei fenomeni culturali, l'urbanistica e la teoria delle immagini.
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