I nuovi drammi in costume riscrivono la Storia ampliando la rappresentazione e correggendo le esclusioni del passato. Ma nel privilegiare l’aspetto estetico, rischiano di svuotare la complessità degli eventi che mettono in scena.
Bridgerton non è solo una delle serie tv più viste di Netflix, ma un fenomeno culturale che ha ridefinito i confini stessi del period drama. Una nuova generazione di drammi in costume che sacrifica spesso la fedeltà filologica, ma ha la capacità di trasformare il passato in una texture visiva, pensata per essere vista, condivisa e consumata nell’era dei social media a livello globale. Il period drama diventa così un ecosistema culturale che vive tanto sullo schermo quanto nei feed che nella realtà, una macchina simbolica capace di tradurre la nostalgia in desiderio e il desiderio in mercato.
Tutorial regencycore su TikTok, playlist tematiche su Spotify, balli in costume organizzati per il pubblico e perfino esperienze immersive trasformano il racconto storico in un prodotto culturale consumabile, mentre itinerari turistici e visite alle location (dai luoghi di Outlander in Scozia a quelli dei Peaky Blinders a Birmingham) estendono la fruizione oltre lo schermo, rendendo la Storia un’esperienza totale. Questo meccanismo rispecchia ciò che la teorica Svetlana Boym ha definito nostalgia riflessiva: non il desiderio di ritornare a un passato perduto (come la nostalgia restauratrice), quanto un modo di abitarlo come terreno estetico e simbolico.
Tutto questo diventa possibile grazie a un’iperestetizzazione che privilegia l’impatto visivo sulla ricostruzione documentaria, un’inclusione retroattiva che riscrive deliberatamente chi può occupare le posizioni di potere, e un nuovo tipo di erotismo in cui il corpo diventa strumento di autodeterminazione, rappresentazione e politica.
L’iperestetizzazione come linguaggio
L’elemento più immediatamente riconoscibile del period drama post-storico è la sua saturazione visiva. Dickinson ne è un esempio emblematico: colori pastello, abiti traslucidi, scenografie minimali e innesti pop costruiscono un’estetica volutamente anacronistica che traduce la poesia di Emily Dickinson riconfezionandola per un pubblico giovane. Colori vividi, luci morbide e movimenti di macchina studiati lavorano insieme per creare un’esperienza estetica cinematografica. La palette cromatica non è mai casuale ma un dispositivo narrativo che rende le dinamiche sociali comprensibili a colpo d’occhio.
I tenui blu pastello della famiglia Bridgerton comunicano raffinatezza e status consolidato, mentre i gialli e verdi quasi stridenti dei Featherington segnalano la loro posizione di nuovi ricchi, più vistosi e meno sicuri del proprio posto nella gerarchia sociale. Succede anche in The Gilded Age: i toni scuri e pesanti di alcuni interni comunicano un prestigio consolidato, mentre l’azzurro chiaro e luminoso evoca un lusso più moderno e quasi sfacciato.
Il risultato dell’iper-estetica dei nuovi period drama è un passato che non chiede di essere studiato ma di essere sentito, desiderato, consumato: un’operazione che trasforma la nostalgia in merce.
Ma non è solo una questione di toni. La scena del ballo organizzato dalla famiglia Russell trasforma la loro dimora sulla 5ª Avenue in una vera e propria macchina scenografica del potere: colonne maestose, lampadari sfavillanti, saloni sontuosi dove gli ospiti in abiti d’alta moda si muovono come attori su un palcoscenico sociale. La serie mette in scena il conflitto tra i “nuovi ricchi” dell’industria e l’aristocrazia tradizionale americana: nonostante la magnificenza della loro casa e dei loro abiti e gioielli, i Russell vengono inizialmente esclusi. La fredda resistenza della “Vecchia Società” rivela che la ricchezza e il lusso da soli non bastano a garantire l’inclusione sociale: serve il riconoscimento che deve essere negoziato e conquistato.
Questa iperestetica privilegia l’atmosfera e la tensione emotiva con una regia che ne amplifica la portata con un effetto a rallentatore calibrato, pronto a catturare dai dettagli più minuti – il ventaglio che si chiude, la mano guantata che sfiora un braccio nudo – ai grandi tableaux vivants delle scene collettive: i balli affollati ripresi dall’alto, le entrate teatrali in saloni sfavillanti, gli sguardi che si incrociano attraverso stanze gremite.
I costumi, le scenografie e persino il trucco e i lineamenti dei personaggi sono pensati per creare un impatto visivo immediato, spesso giocando con standard di bellezza contemporanei – come la cosiddetta “smartphone face”, lineamenti perfetti e simmetrici amplificati da tecniche cosmetiche o ritocchi (digitali e chirurgici). Questa scelta estetica produce uno scarto volutamente percepibile con il contesto storico anche attraverso anacronismi intenzionali, come musiche moderne, dialoghi contemporanei o dettagli impensabili per l’epoca.
La colonna sonora gioca infatti un ruolo cruciale in questa operazione: le rivisitazioni orchestrali di brani pop contemporanei creano un cortocircuito temporale che rende il passato immediatamente riconoscibile e desiderabile per il pubblico contemporaneo. Non si tratta di un errore o di una licenza, ma di una strategia precisa: dissolvere la distanza storica per permettere allo spettatore di proiettarsi emotivamente in quei mondi, di abitarli come se fossero simultaneamente lontani e familiari. Il risultato è un passato che non chiede di essere studiato ma di essere sentito, desiderato, consumato – un’operazione che trasforma la nostalgia in merce estetica perfettamente calibrata per l’economia dell’attenzione digitale.
Inclusione retroattiva: riscrivere chi occupa la scena
Forse l’innovazione più significativa (e discussa) dei nuovi drammi in costume è l’inclusione retroattiva. Questa pratica può essere interpretata come ciò che la studiosa Saidiya Hartman chiama critical fabulation: una reinvenzione narrativa per restituire presenza e complessità a soggetti storicamente resi invisibili.
Attraverso il color-conscious casting, queste produzioni riscrivono consapevolmente la storia, assegnando ruoli tradizionalmente riservati a figure bianche ad attori di diverse origini etniche, e ampliando al contempo la rappresentanza con personaggi femminili forti o queer, collocandoli in posizioni di potere e dandogli un’inaspettata centralità narrativa. La serie di Shonda Rhimes e il suo spin-off Queen Charlotte costruiscono un universo parallelo in cui una regina Carlotta nera – storicamente era di origini tedesche, ma al centro di ipotesi su una possibile ascendenza africana – regna su una corte dove le persone nere non sono relegate a ruoli marginali. Questa riscrittura crea un’utopia visibile del desiderio, della libertà e del potere. Non si tratta solo di casting, ma di immaginare chi può desiderare, essere desiderato e occupare spazi di potere in questi mondi ricostruiti.
La mossa non è priva di complessità e critiche. Le serie scelgono di includere personaggi appartenenti a comunità storicamente escluse, ma spesso ignorano la realtà del razzismo del periodo. Pur facendo riferimento alla schiavitù e ad altre condizioni storiche, creano una tensione intrinseca: si presentano come fantasie, con una coerenza storica parziale. La critica principale resta però la profondità di questi personaggi: non sempre viene esplorata un’interiorità che vada oltre la loro relazione con le figure tradizionali, rischiando così di rendere la diversità più simbolica che sostanziale.
Il corpo come terreno
La stessa domanda che attraversa le gerarchie razziali e sociali torna nei corpi: chi è riconosciuto come desiderabile, e chi invece deve ancora giustificare persino il proprio desiderio?
Nella terza stagione di Bridgerton, Penelope Featherington, interpretata da Nicola Coughlan, diventa la protagonista romantica senza che il suo corpo debba essere modificato o anche “semplicemente discusso” per essere considerato degno di attenzione. La serie evita di presentare il peso come un problema da risolvere, concentrandosi invece sul valore intrinseco del personaggio. Nelle scene intime, Penelope viene rappresentata come una donna che desidera ed è desiderata, mettendo in scena un modello di femminilità che non si conforma agli standard estetici dominanti, e che rivendica la dignità e il diritto al desiderio di corpi che sfuggono alle convenzioni della bellezza normativa.
Il period drama post-storico si distingue anche per un nuovo tipo di erotismo, in cui il corpo diventa terreno di autodeterminazione politica estetica. A differenza dei drammi storici tradizionali, dove la sessualità femminile era spesso suggerita attraverso sguardi rubati o tensioni represse, questi prodotti rendono il desiderio esplicito e politicamente carico. Il consenso, la comunicazione e l’esplorazione sessuale diventano centrali nella narrazione, ridefinendo il corpo femminile come spazio di controllo e potere.
Le scene intime vengono curate da intimacy coordinator – figure professionali sempre più centrali nelle produzioni contemporanee – trasformando i momenti erotici in narrazione dove il desiderio femminile non è mai passivo ma attivo e consapevole. Le protagoniste non subiscono la propria sessualità, ma la scoprono e la rivendicano. House of Guinness, una delle più recenti produzioni Netflix, prosegue su questa linea, raccontando la sessualità dal punto di vista delle protagoniste, che prendono il controllo del proprio desiderio invece di essere semplici oggetti da conquistare.
Nei nuovi period drama, i personaggi mostrano diverse forme di autodeterminazione: alcuni cercano matrimonio e famiglia, altri aspirano all’indipendenza intellettuale o sociale. La narrativa riconosce entrambe le scelte come valide e legittime.
Questo tema si manifesta in modo particolarmente eloquente nella relazione tra Arthur Guinness e Lady Olivia Hedges-White. Il loro matrimonio è un patto strategico: Arthur, costretto a celare il proprio orientamento sessuale, propone a Olivia un’alleanza che garantisca a entrambi rispettabilità e posizione sociale, prescindendo dall’amore romantico o dall’intimità coniugale convenzionale. Olivia accetta lucidamente anzi tratta con un certo piglio, comprendendo tanto i vincoli quanto le opportunità insite in questa unione: potrà cercare altrove l’affetto e il desiderio. La narrazione rivela così non soltanto il peso delle convenzioni sociali, ma soprattutto le strategie attraverso cui le donne riescano a ritagliarsi spazi di autonomia persino all’interno di strutture oppressive.
Ma l’emancipazione femminile non si esprime solo attraverso l’erotismo tout-court. Nei nuovi period drama, i personaggi mostrano diverse forme di autodeterminazione: alcuni cercano matrimonio e famiglia, altri aspirano all’indipendenza intellettuale o sociale, sfidando le aspettative tradizionali. La narrativa riconosce entrambe le scelte come valide e legittime, dimostrando che esistono molteplici modi di affermare il proprio desiderio e la propria autonomia.
In The Buccaneers, questo discorso si fa ancora più esplicito. Il corpo femminile diventa terreno di negoziazione e ribellione: le giovani protagoniste americane usano la propria sensualità e il fascino non come mezzi passivi di conquista matrimoniale, ma come leve di potere sociale. La serie tv targata Apple mostra come queste donne imparino a navigare codici rigidi, non sottomettendosi ma sovvertendoli dall’interno, trasformando il proprio appeal in capitale culturale e sociale.
Il desiderio, in questo nuovo paradigma, diventa una forza dirompente che sovverte le gerarchie sociali e di genere. Il corpo, in tutte le sue forme, si trasforma in campo di battaglia e celebrazione, dove si negoziano identità, potere e possibilità. Anche il costume muta: da elemento di costrizione storica, il corsetto diventa linguaggio, capace di dichiarare desiderio e potere invece di reprimerli.
Lucia Antista
Giornalista pubblicista, scrive di cultura, arte e fenomeni digitali per diverse testate, tra cui Lampoon, Siamo Mine, Artribune e Artslife. Come autrice televisiva ha lavorato per i programmi di La7 e del gruppo Class editori.
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