Trovare la quadra per una critica efficace alle serie televisive è sempre stato complicato, per la sovrabbondanza di testi, per le lunghe scansioni temporali. E oggi, dalle testate blasonate ai tiktoker, non c’è più spazio per l’approfondimento.
Questo articolo è apparso per la prima volta su LINKNumero 30 -Serial Fatigue delottobre 2024
Ognuno ha due mestieri, il proprio e quello di critico cinematografico. Lo diceva François Truffaut, e vale anche per la serialità che la forza dell’abitudine fa chiamare televisiva. Non è un buon segno quando i paradossi smettono di essere tali. La teoria della coda lunga – secondo la quale internet avrebbe consentito al più originale e raffinato prodotto di nicchia di trovare la sua sofisticata bolla di pubblico – ha generato schiere di critici ferocemente incapricciati di una sola serie, di una sola saga, nei casi migliori di un solo genere. Mentre gli spettatori sperduti, titolari di vari abbonamenti, sono a caccia di “qualcosa da vedere stasera”. Quotidiani e settimanali riducono le pagine del cinema, e raccontano le serie sulla base di sinergie commerciali. Online ci sarebbe spazio per andare oltre le stellette, ma è più pratico consultare i “voti aggregati” di Rotten Tomatoes: la maggioranza vince. Ogni serie dovrebbe trovare il suo pubblico, o almeno cercarlo fidandosi delle anime affini (che non lo sono mai del tutto: chi ha gusti contrari ai nostri è spesso più affidabile di chi raccomanda una o l’altra serie). Le nuove serie – o le vecchie, la nostalgia è un motore potente – trovano il loro “critico d’elezione”, che caldamente raccomanda e toglie il saluto a chi dissente. Nuove e vecchie serie trovano anche i “ferocemente contrari”, quasi sempre perché appartengono all’altra parrocchia (Coppi contro Bartali, Fellini contro Visconti, è un vizio italiano). Passione o disprezzo, le argomentazioni latitano. Si tratta perlopiù di innamoramenti, gare per arrivare primi su un certo trailer (forniti dalla produzione, poi come si fa a parlarne male, bisogna conservare buoni rapporti). O per ottenere un’intervista, e piazzare il registratore alla conferenza stampa: il giornalista esordisce con “complimenti, la serie è bellissima” (poi forse arriva qualcosa che a fatica si può considerare una domanda). Quando non arriva in regalo la sdraio, con annessa borsa frigo, di Summertime: un selfie con i cadeaux vale più di una recensione.
Disperazione
La situazione non è seria, ma tende verso la disperazione. La peak tv è stata avvertita anche in Italia, assieme al moltiplicarsi delle piattaforme. Negli Stati Uniti ha cominciato, diciamo così, a recedere con l’inizio del 2023: le nuove serie, da 600 che erano nel 2022, sono scese a 516. I numeri non sono risaliti nel 2024, per colpa del lungo sciopero che ha unito nella lotta sceneggiatori e attori. Buona notizia – speriamo che a farne le spese non siano i prodotti più originali. Ma le proposte restano un’enormità, come sa bene chiunque tenti l’impossibile impresa di mappare il terreno, o almeno di tenere a mente i titoli usciti negli ultimi mesi. Le piattaforme crescono, gli abbonati e gli spettatori meno. Chi non ha un abbonamento che mantiene per pigrizia o per dovere, più che per reale piacere? I critici americani mettono in calce alle recensioni il numero di episodi visti. La riduzione dei budget ha accorciato le stagioni (che non sono più tali, prima corrispondevano ai mesi in cui l’audience era misurata). Non arrivano più i blocchi da 14 o 24 episodi, ma per una visione completa il tempo non c’è comunque. Tranne in caso di binge watching, che il fan sfegatato limita alla serie preferita – mentre al critico mancherà sempre il tempo per stabilire se il ritmo tiene, se i piccoli archi drammatici contribuiscono al grande arco drammatico che arriva al the end. Struttura aurea, come i tre atti teatrali, che nessuno rispetta più. Nessuno oggi potrebbe dire, di nessuna serie, che siamo di fronte al grande romanzo dei nostri tempi, come accadde, e con ottime ragioni, per I Soprano che hanno compiuto 25 anni. Se il talento uno non ce l’ha, non se lo può inventare (magari lo simula, ma prima o poi viene smascherato).
Sempre sbeffeggiata, contestata, discussa, la critica sarebbe nell’affollato panorama assai necessaria. E invece spesso si riduce a dire “l’ho visto prima io”, senza valutazioni e commenti. Le innumerevoli testate online dedicate alle serie entrano molto faticosamente nella definizione di “critica”.
L’allargamento del mercato ha consentito a molte “seconde linee” di avanzare, facendosi notare in un settore affamato di nuovi prodotti. Matthew Weiner aveva già scritto Mad Men quando la sua sceneggiatura fu messa in un cassetto e lui assunto come sceneggiatore proprio per I Soprano di David Chase. Il copione fu ripescato anni dopo, da Amc. Non eravamo ancora nell’età dell’abbondanza. Le serie erano curate a una a una, e vigeva il rigido schema: pilota, approvazione del pilota, messa in produzione. Il giorno dopo la messa in onda si esaminavano gli indici d’ascolto. Sembrano secoli da quando Lost di J.J. Abrams faceva concorrenza al Festival di Cannes. I naufraghi erano chiacchierati, si facevano ipotesi sullo sviluppo della serie – anche sul suo, come dire, “grado di realtà”. Fiction, certo: ma era ambientata nel presente? Nel futuro? In uno o più mondi paralleli? Erano già nel limbo, o addirittura morti, e non lo sapevano? Nel maggio 2010, a Cannes vinse un tailandese “onirico, poetico, ma anche prodigiosamente noioso, pietoso, interminabile” (etichetta che vorremmo far nostra, abbiamo rubato gli aggettivi a Le Monde e alla Tribune).
Cambiamento
La rivoluzione vera ha la data del 2013. Quando su Netflix (nata per spedire dvd a domicilio, senza penali per i ritardi, bastava infilare il dischetto in una cassetta postale) fu somministrata in un’unica soluzione la prima stagione di House of Cards. Non era solo una questione di binge watching, ognuno occupa il suo tempo come vuole. È che intanto i registi di cinema avevano rivolto uno sguardo interessato alla tv, prima considerata il cimitero dei talenti. E i registi di serie tv, con il complesso di inferiorità che ancora bruciava, avevano cominciato a guardare diversamente ai loro prodotti: “consideratelo un film di sei ore”. Per carità, no. Ma proprio no! Qualche film di sei ore lo abbiamo visto, ai vari festival: non è stata una bella esperienza. Una serie è una serie, divisa in episodi, e ognuno con un cliffhanger, una scogliera su cui lasciare il personaggio in posizione precaria, appeso con le dita sempre più doloranti sul baratro. Non è un’invenzione televisiva, ma di un romanziere come Thomas Hardy: chiude un capitolo di Un paio d’occhi azzurri lasciando un giovanotto aggrappato a una roccia, e sotto c’è il vuoto. L’artistica illusione del “film di sei ore” elimina una delle caratteristiche strutturali della narrazione seriale, la scansione in episodi, visti dello spettatore con ritmo settimanale. Era necessario farsi ricordare per una settimana intera. Per il cliffhanger, per le caratteristiche dei personaggi, per la trama che aveva un’inizio, una fine, un ritmo interno. Con una visione continua, saltando titoli di coda e titoli di testa, il sogno dell’opera interminabile è quasi realtà. Va detto che alcune serie particolarmente ghiotte e pregiate adesso vengono distribuite con maggiore giudizio. Due puntate per cominciare, poi viene ristabilita, puntando sulla fedeltà dello spettatore, la cadenza settimanale.
Generazioni
Sempre sbeffeggiata, contestata, discussa, la critica sarebbe nell’affollato panorama assai necessaria. E invece spesso si riduce a dire “l’ho visto prima io”, senza valutazioni e commenti. La critica stava già passando un brutto momento, parlando di cinema (e pure di letteratura, ma ci porterebbe lontano). La gravità della malattia si misura anche dalla quantità di convegni “diagnostici e curativi” sull’argomento, con o senza la parola “morte” nel titolo. Le innumerevoli testate online dedicate alle serie entrano molto faticosamente nella definizione di “critica”. Pubblicano trailer, ricopiano i comunicati stampa, facendo circolare materiale – diciamo così – “autorizzato”. Commenti e giudizi non sono contemplati, o sono rivolti ai membri della propria tribù. Con l’aggravante che quel che si vede nelle serie rimane nelle serie, non ci sono riferimenti al cinema, o all’arte figurativa, o ai fumetti, o ai libri. I rari sconfinamenti che capita di leggere riguardano altre serie. Come se il resto dell’universo audiovisivo e narrativo non esistesse.
I serial-toker si ritengono radicalmente diversi da chi è venuto prima, negando l’etichetta di critici, mestiere stantio di cui non vogliono far parte. Rivendicano una maggiore legittimità, per via della vicinanza al loro pubblico.
Colpa grave, perché oggi le storie sono sempre più spesso prese da altri mezzi di comunicazione. Pensate all’originalità de I Soprano, pur all’interno del modello mafioso. Di Mad Men: dirigenti, impiegati e segretaria in un ambiente lavorativo “inedito”, il mestiere che Vance Packard aveva bollato “persuasione occulta”. E di Breaking Bad, molto imitato, anche dai film con Liam Neeson, dove il bravo padre di famiglia, toccato negli affetti, sgomina criminali incalliti senza addestramento. Le nuove frontiere erano i blog. Prima che arrivasse TikTok, capace di rilanciare anni dopo l’uscita i libri di Margaret Miller, che racconta i miti greci con un occhio al presente. Come ogni “nuova frontiera”, i serial-toker si ritengono radicalmente diversi da chi è venuto prima, e anzi negano l’etichetta di critici, mestiere stantio di cui non vogliono far parte. Rivendicano una maggiore legittimità, per via della vicinanza al loro pubblico di riferimento. All’epoca della Nouvelle Vague francese e dei Cahiers du cinéma (esistono ancora, ma in quegli anni erano la bibbia), i registi e i critici si scambiavano volentieri di posto. La critica dei film altrui era un punto ripartenza per il mestiere di regista (vale, in tempi più recenti, per Olivier Assayas e Mia Hansen-Løve, che spesso girano storie autoreferenziali). Erano contrarissimi al “cinéma de papa”, ai registi della generazione precedente e ai loro critici, considerati inadatti ai nuovi film. Del resto, cambiando settore, anche un fenomeno letterario modestamente innovativo (e costruito a tavolino) come “I cannibali” pretendeva recensori più giovani, non cresciuti alla scuola di Benedetto Croce. I serial-toker sono in totale disaccordo con i critici che si chiedevano “si può ancora fare cinema dopo Pulp Fiction”? Domanda oggettivamente insensata, ma portata come una bandiera dalla generazione dei tarantiniani. “A mission to combat film snobbery”, di questo i movie-toker si sentono investiti. Battaglia contro i critici che conoscono quattro parole più di loro, o hanno visto quattro film più di loro. E non si limitano alle infami reaction: un bel pianto, soprattutto. Poco altro, la lacrima ora va più di ogni cosa. Son fissazioni ricorrenti: i predecessori misuravano il valore di un film dalla noia, espressa dal micidiale “non concede nulla al gusto del pubblico”. Ed era subito capolavoro.
Influenza
Adesso siamo a “se dovessi morire domani, guarderei questa serie stasera”. Invita alla scaramanzia, ma rende bene l’idea dell’imperdibilità. Da influencer, più che da critico. Argomentare è considerato antiquato ed “esposto alle obiezioni”, nel mondo binario – nel senso di 0/1, bianco o nero, pollice su e pollice giù – degli influencer. “Esposto alle obiezioni” è il primo passo verso il “discutibile”, nel senso di qualcosa che potrebbe offendere qualcuno. Guai. Se si cerca una relazione personale con chi vedrà il film seguendo i nostri consigli, meglio evitare qualsiasi attrito. Neanche una polemica, basta un banale disaccordo. La critica è stata data tante volte per morta, da critici di opposte vedute. Ancora un passo in questa direzione, e si estinguerà. Speravamo nel progetto di Quentin Tarantino — incolpevole bandiera di chi disse “non si possono fare film dopo Pulp Fiction”, con il tono solenne di chi aveva affermato “non si può scrivere poesia dopo Auschwitz”. Un film intitolato The Movie Critic, che avrebbe ridato un po’ di lustro al mestieraccio, peraltro praticato dal regista con intelligenza, penna brillante e passione onnivora: basta leggere Cinema Speculation. Ma forse neanche Tarantino, classe 1969, è un’autorità per chi guarda solo serie. Prima del cinema, era successo con i libri. Ora ridotti al mono-genere “romance” e alle “reazioni” su TikTok. L’ultima novità è la lettura silenziosa, ma collettiva: ognuno con il suo libro, perché leggere da soli nella cameretta “è da sfigati” (sempre TikTok). Siamo a un passo dalla visione collettiva delle serie, con dibattito.
Mariarosa Mancuso
Legge libri. Vede film e serie, da quando la televisione racconta le storie meglio dei registi e dei romanzieri. Scrive su Il Foglio dal primo numero (o forse era lo zero). Ha fatto radio e televisione. Collabora a Robinson, inserto culturale de La Repubblica. Ha tradotto Edgar Allan Poe e pubblicato il libro Nuovo Cinema Mancuso (Rizzoli, Milano 2010).
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