Con l’IA bastano pochi prompt per trasformare un conflitto in una sequenza di immagini virali. La guerra tra Stati Uniti e Iran lo mostra con chiarezza: la propaganda oggi passa da missili, meme e montaggi veloci.
Immaginiamo di trovarci davanti a un film d’animazione Lego ambientato a Dubai, ma la scena è apocalittica: la città del Golfo è ridotta a un cumulo di macerie, i suoi grattacieli sono crollati, e il Burj Al Arab, hotel a sette stelle simbolo dell’opulento sviluppo del Paese, è ridotto a uno scheletro annerito. Tra i calcinacci, nella desolazione generale, un omino vestito da pastore con dei cammelli al guinzaglio – anche lui con le sembianze Lego – si aggira spaesato. Cosa è successo? Flashback a qualche giorno prima e vediamo un pupazzetto con le fattezze di Donald Trump che dal Pentagono ordina di bombardare l’Iran. La reazione non tarda ad arrivare: i generali di Teheran premono un bottone rosso che indica “ritorno all’età della pietra” e contrattaccano inondando di missili a lungo raggio tutto il vicinato. Sul finale si vede il capo della Casa Bianca ridotto alla pazzia, tormentato dagli incubi e controllato dall’occhio degli Illuminati.
Guerra mediatica
Il video, della durata di due minuti, è uno dei tanti partoriti tramite l’intelligenza artificiale dalla propaganda iraniana nei primi giorni dei bombardamenti israelo-statunitensi, all’inizio di marzo. Per settimane è stato quasi impossibile ignorarli, mentre la guerra si avviava a quella debacle strategica per gli Stati Uniti e Israele che oggi viene condensata in un accordo fragile, ma comunque sbilanciato a favore dell’Iran. Comparivano su X, TikTok, Instagram e Telegram, quei brevi cortometraggi in cui Trump diventava un personaggio grottesco, Benjamin Netanyahu sedeva accanto a Satana e il segretario alla Difesa statunitense, Pete Hegseth, veniva raffigurato come un ubriaco tatuato con simboli da crociato. La clip che abbiamo raccontato all’inizio enfatizzava la cosiddetta TACO narrative, acronimo di Trump Always Chickens Out (“Trump si tira sempre indietro”), diventata celebre nel gergo del giornalismo politico. E veniva rilanciata da un titolo esplicito: “Trump si è arreso. L’Iran ha vinto”.
Senza scomodare attori, animatori, effetti speciali e logistica, possono essere prodotti contenuti capaci di influenzare la percezione pubblica del conflitto.
A produrre i video è stato un gruppo iraniano quasi sconosciuto fino ad allora, Explosive Media, noto anche come Akhbar Enfejari (“Notizie esplosive”), che in pochi giorni è diventato uno dei fenomeni comunicativi più formidabili del nostro tempo, con milioni di visualizzazioni sulle principali piattaforme. Il New Yorker ha parlato di “artefatti inevitabili della guerra” e li ha definiti il caso più efficace mai visto di proselitismo generato con l’IA, e non soltanto per la loro capacità di attirare clic.
Nata nel 2025, inizialmente Explosive Media ha prodotto brevi video di commento politico, ma con la guerra ha iniziato a giocare coi meme più conosciuti dalla Gen Z e con le teorie che di solito affascinano i segmenti di voto antisistema: Epstein, il satanismo delle élite e purtroppo, presso un certo elettorato reazionario, la convinzione che dietro l’establishment politico ed economico occidentale si celi una casta di pedofili e magari anche un grande complotto ebraico. Un rappresentante del team lo ha descritto come un semplice “gruppo di studenti provenienti dall’attivismo sociale”, sostenendo di non essere formalmente collegato al governo iraniano. Il rapporto con le autorità di Teheran in realtà è più ambiguo, perché in un’intervista alla BBC un altro portavoce di Explosive Media ha spiegato che il governo iraniano è stato in effetti un “cliente” e che da vari alti ufficiali sono arrivate commissioni dirette.
Slopaganda tascabile
Parliamo però dell’aspetto produttivo della vicenda, che invece ha al suo centro l’estrema economicità con cui la tecnologia ha reso possibile il lavoro degli spin doctor. I costosi set cinematografici per le messinscene del potere, raccontati in film (peraltro non memorabili) come Sesso & potere (Wag the dog) negli anni Novanta, sono superati dagli artisti del prompt, che consentono a una nazione di 93 milioni di abitanti di affidarsi a un manipolo di 20-30enni seduti a una scrivania: “L’IA è un livellatore economico, perché è semplicemente molto conveniente da utilizzare”, ha spiegato Cayce Myers, esperto di comunicazione politica della Virginia Tech, al Christian Science Monitor: “Se hai un buon abbonamento a internet e un sistema decente, puoi creare qualsiasi contenuto video tu voglia”. Senza scomodare attori, animatori, effetti speciali e logistica, è così stato prodotto un contenuto capace di influenzare la percezione pubblica del conflitto.
Quando non sono stati gli omini Lego a formare il diorama di una strategia collassata, ci hanno pensato altri usi dell’IA non meno spettacolari: si pensi al video che mostra un missile iraniano che, viaggiando tra le nuvole, sorvola prima un nativo americano, poi un contadino vietnamita, poi un bimbo palestinese, poi un signore a Hiroshima e infine una bambina sull’isola di Jeffrey Epstein. Tutti guardano il cielo mentre il missile continua il suo percorso fino ad arrivare dove dovrebbe esserci la Statua della Libertà: solo che, al suo posto, gli animatori ci hanno messo la Statua di Baal, l’antica divinità che la Bibbia associa al sacrificio dei bambini. La statua viene colpita, crolla, e Trump e Netanyahu finiscono all’inferno. Sullo schermo appare il testo: “Una vendetta per tutti”. Un minuto scarso, ma denso di simbolismi.
Per sottolineare l’uso ubiquo delle tecnologie generative nella comunicazione politica, ci sono studiosi che stanno parlando di trionfo della slopaganda: rozze opere di persuasione politica, pensate sia per i nativi digitali assorbiti dai cellulari, sia per l’utenza più attempata, che con la massima nonchalance, magari condivide col nipote la prima cosa che passa, credendo che sia vera o, almeno, verosimile. Una propaganda digitale che più d’ogni altra cosa sfrutta una cultura già tribalizzata, puntando a quei segmenti – giovani o anziani, di destra o di sinistra, occidentali e non – che cercano conferme dei propri pregiudizi senza badare troppo alla precisione.
Dal livestreaming al remix
Che la guerra ormai si combatta non più solo con racconti monolitici contrapposti, partoriti dalla comunicazione istituzionale, ma come un mosaico di immagini frammentate, atomizzate, e concorrenti, lo sappiamo da diversi decenni. Per certi versi, il primo grande momento di questa trasformazione è stato il passaggio dall’immagine controllata dai governi all’immagine prodotta, diffusa e reinterpretata dai cittadini. Pensiamo a Redacted, il film con cui Brian De Palma nel 2007 cercò di raccontare la guerra in Iraq attraverso videocamere amatoriali, blog, telecamere di sorveglianza e video online.
Poi è arrivata la guerra in Ucraina, dove per la prima volta TikTok, Telegram, X e Instagram sono diventati il luogo in cui la guerra è simultaneamente combattuta, documentata e interpretata su scala globale. Zelensky parla direttamente ai cittadini occidentali attraverso video girati con lo smartphone; i soldati del battaglione Azov o i mercenari della Wagner producono meme qualche ora prima di morire colpiti da un mortaio; le informazioni disponibili gratuitamente sui movimenti delle truppe consentono ad anonimi impiegati del terziario di trasformarsi in investigatori militari.
Gaza è stata la guerra del livestreaming permanente, con gli effetti del fosforo bianco, i campi profughi bombardati, i cadaveri dilaniati, i funerali, le testimonianze e le fiumane di sfollati che circolavano senza l’intermediazione giornalistica tradizionale. Non a caso, la Striscia è rimasta chiusa per quasi tre anni ai reporter non israeliani e chi faceva giornalismo in loco è diventato spesso bersaglio militare dell’Idf, con decine di operatori dell’informazione uccisi, secondo il rapporto del Committee to Protect Journalists, nel bilancio più mortale di sempre per il settore. Questo non ha impedito a milioni di persone di costruire una propria percezione del conflitto attraverso i social piuttosto che i telegiornali, portando Israele a livelli record di impopolarità in Europa e negli Stati Uniti.
I video iraniani generati con l’IA hanno fatto qualcosa di leggermente diverso, però: hanno remixato la guerra, anziché mostrarla nel suo orrore. Senza usare immagini di repertorio o testimonianze dal fronte, hanno parlato agli occidentali usando codici culturali propri dell’Occidente. E, soprattutto, non hanno cercato di convincerci che la Repubblica islamica fosse un modello politico desiderabile. Non ci è stato detto: “diventa come noi”, quanto piuttosto: “Questa non è la tua guerra”. Un’enorme differenza rispetto alla propaganda classica novecentesca, che insieme al sacrificio per la patria – o alla diserzione – ci chiedeva anche un’adesione ideologica al comunismo, alla democrazia liberale, al fascismo, o alla rivoluzione islamica. La propaganda Lego ha lavorato su fratture già esistenti, amplificando una delegittimazione degli esperti già profonda e la stanchezza verso le guerre infinite.
Per questo il termine slopaganda a mio avviso non è adeguato: slop suggerisce qualcosa di sciatto, generico, impersonale, come le copertine dei quotidiani allineati al governo Meloni disegnate da ChatGPT per prendere in giro il centrosinistra. Qui siamo di fronte a contenuti studiati con grande precisione: tempismo brillante, ritmo impeccabile, slogan MAGA ribaltati per fare presa non solo sul mondo musulmano o sul Sud globale – stanchi dei doppi standard euroatlantici – ma anche sull’elettorato occidentale di destra deluso da Trump e sugli ex elettori di sinistra ormai disamorati, che non votano più perché “tanto sono tutti uguali”. La scelta dei Lego è anch’essa strategica perché serve ad abbassare le difese cognitive dello spettatore e rende la violenza più condivisibile rispetto, ad esempio, ai lugubri video dell’Isis con i canti microtonali in sottofondo, o agli spartani comunicati del Partito baathista di Saddam Hussein. La guerra diventa ironica, e proprio per questo entra più facilmente nei feed.
La sconfitta dei legacy media
In questo senso, così come nella guerra di logoramento sul campo, anche nella guerra dei meme l’Iran sembra aver vinto: non facendo arrivare quei video a tutti, ma raggiungendo proprio quei segmenti cruciali di opinione pubblica che aveva bisogno di persuadere. Quelli, per intenderci, che si sarebbero riconosciuti nello “scandaloso” pezzo di opinione pubblicato da Susan Sontag una settimana dopo l’11 settembre, in cui la saggista attaccava “l’unanimità dell’untuosa retorica di cancellazione della realtà” profusa in quei giorni di rally around the flag, giudicandola “indegna di una democrazia matura”. E si chiedeva, parlando degli attentatori delle Torri Gemelle: “Dov’è chi riconosce che non si è trattato di un “vile” attacco alla “civiltà”, o alla “libertà”, o all’“umanità”, o al “mondo libero”, ma di un attacco all’autoproclamata superpotenza del mondo, sferrato in conseguenza di specifiche azioni e alleanze americane?”, aggiungendo che se la parola “vile” andava usata, come faceva tutto il mainstream mediatico, forse sarebbe stato più pertinente associarla a chi uccide civili guidando un bombardiere da un computer piuttosto che a chi, per uccidere gli altri, è pronto a morire.
Cavalcando questi sentimenti, aggiornati e acutizzati, questi video iraniani hanno fatto il giro del mondo, ripostati non solo da account legati agli ayatollah e alla resistenza di Teheran, dai media russi e dai “campisti” italiani che tifano per l’Iran per dispetto all’imperialismo statunitense, ma anche dagli attivisti anti-Trump del movimento di protesta transnazionale No Kings, nato in opposizione alla deriva autoritaria avviata dal secondo mandato di Trump. La verità, del resto, è che anche il più laico e liberale degli osservatori avrebbe difficoltà a non riconoscere questa piccola meraviglia tecnica proveniente dal paese da cui è scappata Marjane Satrapi. I sondaggi nel frattempo hanno certificato un gap enorme tra partiti e opinione pubblica, con una guerra impopolare ovunque, ma in particolare tra i giovani e la sinistra, con addirittura il 51% degli elettori del Labour e del Green Party britannici che a marzo riteneva giustificata la rappresaglia iraniana.
La guerra diventa ironica, e proprio per questo entra più facilmente nei feed.
Si tratta dunque di una débacle enorme per l’ambiente mediatico statunitense, che per quasi mezzo secolo, dalla rivoluzione islamica del 1979 e la relativa cattura degli ostaggi all’ambasciata di quell’anno – costata la rielezione di Jimmy Carter – ha raffigurato l’Iran come paradigma del Male assoluto, come una teocrazia primitiva e una società impenetrabile, ottenebrata dalla religione. Gli attacchi contro l’Iran delle impiccagioni con la gru e delle proteste represse nel sangue, contro il finanziatore malvagio dei proxy in Libano e a Gaza, avrebbero dovuto essere il momento in cui questo investimento simbolico avrebbe prodotto il suo risultato, con un’opinione pubblica pronta a riconoscere la necessità del regime change.
Ma il dispositivo non ha funzionato. I cosiddetti legacy media soffrono da decenni di una crisi reputazionale e si sono mostrati irrimediabilmente inadeguati nel parlare di Gaza, facendo venire meno il presupposto fondamentale della credibilità al momento della resa dei conti con l’ayatollah Khomeini. Nel frattempo la teocrazia iraniana ha permesso l’utilizzo di tecnologie maturate nella Silicon Valley per parlare il linguaggio del presente, e sfornare degli storyteller che nulla hanno da invidiare ai nostri. In questa tiktokizzazione del conflitto, l’Iran non ha fatto solo propaganda: ha messo in scena il grande declassamento dell’Occidente, utilizzando i suoi stessi giocattoli per raccontarne la capitolazione.
Del resto, la narrazione della Casa Bianca è stata spesso speculare, nella sua immaturità, a quella dei videomaker iraniani: il Pentagono di Pete Hegseth ha usato più volte un linguaggio da videogiochi come Call of Duty o del fanatismo religioso per legittimare il proprio bullismo, mentre Trump, riporta CBS, avrebbe seguito la guerra tramite briefing in forma di clippini di qualche minuto, con un montaggio serrato di cose che saltano in aria. Sembra incredibile che la cultura dei reel per i ragazzini con deficit di attenzione abbia rimpiazzato il dialogo con consiglieri e leader stranieri. Dalla Casa Bianca negano e garantiscono che il presidente ha ricevuto un quadro sempre onesto e completo. Ma il dubbio è che in una guerra in cui l’editing selettivo ha forse pesato quasi quanto l’intelligence, Teheran abbia avuto gioco facile a rispondere con la parodia infantile, per decostruire l’autorità del nemico.
Paolo Mossetti
È uno scrittore e vive a Napoli. Ha vissuto anche a Milano, Londra e New York, dove ha lavorato come cuoco. Ha collaborato o collabora con riviste come Through Europe, Vice, Rolling Stone Italia, Domus, Il manifesto.
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