TikTok Sorrisi & Canzoni Vol. II

Trad wife, trad life

Dietro l’estetica immacolata delle trad wives c’è un’ossessione molto contemporanea: che il controllo sulle piccole cose possa proteggerci dall’incontrollabile.


immagine articolo							                      							                      							                      							                      							                      							                      		                                                         	                                                          Trad wife, trad life

Anche questo numero inizia con una parola, ovviamente in inglese, coniata di recente: trad wife, abbreviazione accattivante di traditional wife, la “moglie tradizionale”. E che diamine sarebbe una “moglie tradizionale”? Non basterebbe, nel caso, la parola “moglie”? Nel mondo reale certamente. Online, però, vigono altre regole: tutto è pensiero intangibile, dunque nasce la necessità di coniare continuamente parole nuove per cose che non esistono se non nella società della performance. 

La trad wife è la proiezione contemporanea delle mogliettine perfette degli anni Cinquanta che si vedevano soprattutto nelle pubblicità e nei film americani. Anche quelle, mi sono sempre chiesta, sono mai esistite davvero? O erano soltanto evocazioni di qualche stregone della pubblicità in stile Mad Men? Sarebbe anche la risposta alla corporate girl, quella figura femminile che nell’immaginario digital è ambiziosa, indipendente, laureata, con un gatto che la aspetta a casa, una borraccia da due litri piena d’acqua appesa al braccio, sempre di corsa e in perenne burnout. Al contrario, le trad wives si muovono lentamente, sono eteree. Hanno un’estetica invincibile: sono bellissime, alte, sinuose, ben vestite ma mai appariscenti, perlopiù bionde, sempre sorridenti, con la manicure impeccabile, una nidiata di figli e una torta di mele fumante appena sfornata tra le mani. Impossibile non odiare tanta perfezione, almeno da qui, nel mondo reale.

Ma la trad wife, e tutto ciò che simboleggia, interessa davvero agli uomini? Il mio istinto mi diceva già di no, o quantomeno non più di tanto. L’analisi del web me lo conferma: l’interesse è femminile per circa l’80%. La trad wife è solo l’incarnazione della nostra debolezza più feroce: il voler essere sempre perfette, in tutto. È per questo che ci triggerano e, proprio per lo stesso motivo, è così difficile staccare gli occhi da loro. Un magnetismo del genere non poteva certo rimanere inutilizzato nell’era della performance e infatti TikTok le ha rievocate nelle forme contemporanee di Ballerina Farm e Nara Smith.

Entrambe non hanno nessuna caratteristica che un qualsiasi abitante del pianeta Terra definirebbe “tradizionale”. Ma, come detto, nella società della performance le regole sono altre. Ballerina Farm ha nove figli e dieci milioni di follower su TikTok. Ha sposato l’erede del fondatore di una notissima compagnia aerea ed è quindi miliardaria. Lei e il marito appartengono alle famiglie mormoni dello Utah, e questo dettaglio fa tutta la differenza. Il mormonismo americano viene spesso confuso con uno stile di vita cattolico, almeno visto dall’Italia, dove qualsiasi religione, soprattutto agli occhi di chi non la pratica, tende a essere letta attraverso le categorie del cattolicesimo. Nel mormonismo statunitense, invece, è importante fare soldi, perché rappresentano un’espressione tangibile della benevolenza divina. Ma è importante anche mostrare il proprio stile di vita, in un’ottica di conversione, utilizzando tutte le tecniche della società dello spettacolo. In questo senso, quel tipo di religione è sempre stato perfettamente in sintonia con la società statunitense, ne riflette i valori e i meccanismi. Così Ballerina Farm, già immensamente ricca, alta, magra e bionda, è lì che fa figli, impasta il pane, cucina, prepara conserve e mette in scena una vita apparentemente tradizionale. Nella pratica, però, lo fa con troupe, sponsor e un business che macina utili su utili. Sempre serafica. Sempre bellissima. Sempre amatissima. E soprattutto, apparentemente non schiava del “diabolico” consumismo, a differenza della corporate girl, che si aggira per le vie cittadine con l’esaurimento nervoso e i suoi Labubu appesi alla borsa. 

Nara Smith, invece, è una variazione sul tema trad wife. Anche lei appartiene a una famiglia mormone. Non è bianca e bionda, ma ha origini sudafricane e tedesche; la sua pelle è scura e i suoi capelli sono crespi e afro. Lo specifico perché c’è chi vede dietro questo fenomeno un idealtipo ariano, ma non è affatto così. L’importante, in questo immaginario, è seguire la parola di Joseph Smith, fare soldi e avere successo. Nara Smith ha dodici milioni e mezzo di follower ed è diventata famosa perché cucina manicaretti in haute couture, parlando con una voce lenta e sussurrata, mentre impasta ieraticamente palle di pane con le dita ricoperte di anelli, per poi cospargere tutto di fiori edibili. È simpatica, è dolcissima, è talentuosa. Ha una bella famiglia. Ciononostante, le cose brutte capitano anche ai bellissimi. Nel luglio del 2026, in un video emozionante e commovente, ha raccontato che la figlia di due anni ha un tumore. È stato un momento molto delicato in cui ho pensato: “internet per favore, sii gentile”. Nessuno è stato rude nei commenti, ma ho avuto la sensazione di sentire un sospiro di sollievo attraversare i social: “Allora neanche lei è perfetta”. “Allora impastare il pane da sola e controllare ogni singolo ingrediente, affinché sia il più puro possibile, non ti mette al riparo dall’orrore del mondo terreno”. Maledizione, no. Anche le perfettissime sono mortali. Siamo stati tutti cacciati dal Giardino dell’Eden, e nessuna pagnotta a lievitazione naturale potrà farci rientrare. Le trad wives lo sanno bene. Per favore, ricordiamocelo anche noi.


TikTok Sorrisi & Canzoni Vol. II

Frutta realistica e ravioli squishy: le ossessioni di TikTok

TikTok ha trasformato la viralità in un’esperienza sensoriale: tutto deve essere colorato, soddisfacente da guardare e abbastanza assurdo da finire nel carrello.


immagine articolo							                      							                      							                      							                      							                      							                      		                                                         	                                                          Frutta realistica e ravioli squishy: le ossessioni di TikTok

Ricordate l’estate in cui dei piccoli ciucci di plastica colorati erano dappertutto? Appesi a collane, infilati nei braccialetti, agganciati alle scarpe. Come riuscivano a diventare virali oggetti così inutili? Un tempo avremmo dato il merito alle bancarelle di sagre e feste di paese: bastava vederli un paio di volte per convincersi che fossero l’accessorio del momento; poi scattava il passaparola e la voglia di arrivare prima degli altri su una tendenza. Succedeva lo stesso anche con il cibo. A Roma, per esempio, a un certo punto andava di moda mangiare “il tiramisù di Pompi”. Negli anni Novanta, la regina dell’estate fu il gelato “Piedone” dell’Algida (veramente a forma di piede, con il ditone ricoperto di cioccolato). C’entrava sempre il passaparola, o certe pubblicità accattivanti, e probabilmente anche l’estate, la stagione in cui ci si lascia trasportare più volentieri dalla corrente, insieme a tutti gli altri pesci. Ma oggi sappiamo con certezza che il motore della viralità è un altro: TikTok. 

Le bancarelle esistono ancora, anche se ormai giocano nella stessa squadra dell’algoritmo. Da una parte espongono gli oggetti diventati virali online, dall’altra TikTok li vende direttamente attraverso TikTok Shop. La tendenza nasce sullo schermo e finisce nel carrello, senza passare dal via. E cosa rende ancora virale un oggetto o un cibo? Continuano a essere inutili, molto colorati, spesso coi glitter. C’è poi una caratteristica particolarmente perturbante: proprio come il Piedone, sono simulacri di qualcosa di reale. Talvolta è l’oggetto che diventa cibo o il cibo diventa oggetto.

L’estate del 2026, per esempio, ci ha regalato due tendenze che rispecchiano appieno questa logica: i ravioli squishy e la frutta realistica. I primi sono giocattoli, anche se spesso vengono comprati anche dagli adulti. Riproducono dei ravioli cinesi, ma sono fatti di plastica colorata, spesso trasparente e piena di glitter. All’interno contengono slime, schiume o minuscole palline morbide: materiali pensati per essere schiacciati, manipolati e, soprattutto, filmati. La tiktoker che più di chiunque altro li ha resi virali tra i giovanissimi è Eleonora Arcidiacono, specializzata in video ASMR in cui manipola slime e squishy. I suoi contenuti sono talmente soddisfacenti da guardare che viene spontaneo voler cercare quegli oggetti nel mondo reale, anche solo per capire se la sensazione è davvero quella promessa dallo schermo. Il raviolo squishy arriva dentro una piccola confezione che riproduce alla perfezione un cestino di bambù per la cottura a vapore, e ogni acquisto è accompagnato dal rito dell’unboxing. In ogni video, la creator spera di trovare il pezzo “più raro”: una volta è quello dorato con i glitter, un’altra quello arancione, un’altra ancora quello trasparente a forma di unicorno. Se non fosse che basta continuare a scrollare TikTok per scoprire milioni di altri video in cui qualcun altro sostiene di avere appena trovato il raviolo più raro di tutti.

L’altro grande trend dell’estate 2026 è quello della frutta realistica, che almeno si mangia davvero, anche se, quando compare nei video, ha qualcosa che ricorda gli squishy: superfici perfette, consistenze lucide, colori saturi, morbidezza irreale ma sempre soddisfacente da guardare. Sono dolci che imitano alla perfezione mele, pesche, lamponi. Quelli più gettonati riproducono il mango, l’arachide, il pistacchio. La frutta realistica è un’invenzione di un pasticcere francese, Cédric Grolet già superstar di Instagram da anni prima ancora di sbarcare su TikTok. Su Instagram, il successo di questi dolci era legato soprattutto all’impatto estetico della fotografia, su TikTok, invece, il meccanismo si è evoluto. Alla perfezione visiva si sono aggiunti il movimento, il taglio della glassa, il rumore del coltello che affonda, la crema che fuoriesce: tutti elementi che appartengono allo stesso universo sensoriale degli ASMR e degli squishy.

Negli ultimi mesi questa moda sembra essere uscita definitivamente dai laboratori dell’alta pasticceria. A renderla più accessibile hanno contribuito anche le attrezzature e le tecniche commercializzate dallo stesso Cédric Grolet, che negli anni ha reso disponibili stampi in silicone, burro di cacao, tutorial e corsi online, abbassando la soglia d’ingresso per chi voleva cimentarsi con la frutta realistica. Da quel momento il fenomeno ha iniziato a moltiplicarsi. Negli Stati Uniti hanno contribuito alla sua diffusione alcune pasticcerie di Los Angeles e New York. In Italia, invece, il traino è arrivato soprattutto da diverse pasticcerie campane, in particolare dell’area di Napoli (e di nuovo Eleonora Arcidiacono). E così, continueremo ogni estate a essere ipnotizzati dal trend del momento, che sa solleticare le parti arcaiche del nostro cervello: che si mangi, che sia colorato, che abbia i glitter, inutile.


TikTok Sorrisi & Canzoni Vol. II

Percorsi virali: la dieta secondo TikTok

Tra detox improbabili e abbuffate in diretta, il cibo è diventato il grande reality dei social: si cucina, si mangia davanti alla fotocamera, si dimagrisce, si prende peso, si ricomincia. On repeat.


immagine articolo							                      							                      							                      							                      							                      							                      		                                                         	                                                          Percorsi virali: la dieta secondo TikTok

Molteplici ricerche universitarie hanno certificato che su TikTok i video che parlano di healthy lifestyle, wellness, clean eating e diet culture sono tossici, promuovono stili di vita errati e andrebbero evitati proprio come i cibi ultraprocessati. Ovviamente, è in questa tossicità che risiede il segreto del loro successo, come un menù big del fast food: non ci farà bene, ma non si può fermare il mare. Fatto sta che TikTok è letteralmente invaso da contenuti che raccontano il nostro complicato rapporto con il cibo e la sua rappresentazione ai tempi dei social. È uno dei modi più efficaci per attrarre follower, perché solletica bisogni ancestrali legati alla sopravvivenza e attiva meccanismi di identificazione, imitazione e mirroring che affondano le loro radici nell’epoca delle caverne.

Tra i trend alimentari più diffusi c’è quello dei percorsi. Scorrendo il feed, è quasi impossibile non imbattersi in qualcuno che è nel suo percorso: di dimagrimento, di rinascita, di trasformazione, di ritorno a uno stato primordiale caratterizzato da purezza e proteine. Costoro sono i nemici principali della nutrita schiera di dietologi e nutrizionisti presenti online, perché i creator in percorso mostrano spesso approcci casalinghi, personali, e fortemente narrativi. Non vendono una dieta scientificamente approvata, ma una storia irresistibile, cioè quella dell’eterna fatica di Sisifo e di come ha ottenuto quegli addominali scolpiti. 

A vincere il premio Percorso Award 2026 è la content creator Rabeya Khatun, 1,6 milioni di follower per 62 milioni di like totalizzati coi suoi video in pochissimo tempo. La sua è una storia decisamente tragica, il cui riscatto passa attraverso il cibo. Quando era adolescente, i suoi genitori, originari del Bangladesh ma emigrati negli Stati Uniti e proprietari di un piccolo negozio di alimentari, furono brutalmente uccisi da un loro dipendente. Rabeya ha studiato Scienze dell’Alimentazione all’università, senza però completare il percorso. Si è sposata giovane e ha avuto tre figlie, per poi divorziare. La sua trasformazione è raccontata in due semplici slide nel video fissato in cima al profilo: nella prima appare come una married single mum, una madre sposata ma sola, con qualche chilo in più, lo sguardo spento e le tre figlie attorno a sé; nella seconda è una single mum finalmente in forma, sorridente e ancora circondata dalle figlie. Il messaggio è chiaro: la perdita di peso coincide con una rinascita personale. Nei suoi video cucina senza olio né burro. Nelle pentole finiscono verdure intere o tagliate grossolanamente con una mannaia, manciate di aglio, pezzi di carne o di pesce lasciati bollire per ore. Mangia spesso direttamente dalla padella, accompagnando il tutto con grandi quantità di peperoncino e coriandolo freschi. A volte prepara quello che presenta come un tè disintossicante: zenzero, chiodi di garofano, semi vari, tè bianco, foglie di menta e, naturalmente, gli immancabili aglio e peperoncino. Racconta la sua storia in terza persona, chiamandosi mother, mentre chiama i suoi follower my angels; l’alimentazione delle figlie invece è del tutto normale, e spesso le riprende mentre mangiano al McDonald’s. Ha creato un certo proselitismo e ora molti altri content creator hanno copiato il suo modo di cucinare, che sicuramente è virale, ma su quanto sia buono, sano o realistico non ci scommetterei.

In virtù del suo continuo sgranocchiare zenzero e peperoncino crudi e delle padellate di cibo bollito che dichiara di consumare per due o tre giorni consecutivi, Rabeya è anche bersaglio di critiche feroci. Commentatori e nutrizionisti vedono nei suoi contenuti comportamenti alimentari scorretti e patologici, dall’ortoressia a forme di restrizione alimentare più o meno mascherate. In quei momenti, sotto i video esplodono discussioni, accuse e insulti. Eppure Rabeya, con il suo atteggiamento imperturbabile, riesce quasi sempre a lasciar defluire la polemica. 

Cosa che non accade, invece, ad Ambra Sammarco, tiktoker italiana alle prese con l’obesità, a modo suo tra le regine del rage baiting alimentare. Nella biografia del suo profilo si presenta con un obiettivo: passare da 143 a 100 chili. Nel corso degli anni il suo peso ha subito numerose oscillazioni e oggi Ambra è comunque più vicina al punto di partenza che a quello di arrivo. Benché Ambra parli di diete e desiderio di perdere peso, i suoi video fanno spesso parte della categoria mukbang, il format in cui si mangiano davanti alla telecamera porzioni abbondanti di pasta, fritti, hamburger e pizze, con una componente ASMR. Il confine tra percorso dietetico, spettacolarizzazione del cibo e puro rage bait diventa quasi impossibile da tracciare. Da una parte ci sono le ricette salutari, dall’altra le abbuffate performative; in mezzo, milioni di visualizzazioni. Perché sui social il cibo è racconto, identità, conflitto, desiderio e intrattenimento. E se non sempre riesce a far perdere peso, riesce quasi sempre a fare una cosa: rendere virali.


TikTok Sorrisi & Canzoni Vol. II

L’intellettuale da feed

Dopo anni ai margini dell’attenzione online, gli uomini hanno trovato un nuovo archetipo digitale: il maschio performativo, tra divulgazione politica, borse di tela e pose intellettuali.


immagine articolo							                      							                      							                      							                      							                      							                      		                                                         	                                                          L’intellettuale da feed

C’è da sempre una grande scarsità di archetipi maschili online, concentrati perlopiù nell’enclave della manosfera. Ci sono i rapper e i trapper con i loro grandi fandom, c’è Fabrizio Corona (che costituisce una categoria a sé), ma poi chi altro rimane? Gli uomini si erano ormai rassegnati a vivere ai margini del mondo online, rinunciando in partenza alla conquista dell’attenzione saldamente nelle mani delle influencer, tra clean girls e trad wives. Finché sulla scena non è comparso finalmente un nuovo esemplare: il maschio performativo. Tale archetipo è una sorta di digi-evoluzione del metrosexual anni Duemila, incarnato da cantanti indie Alex Kapranos o Julian Casablancas: magro, vagamente tormentato, con spiccate velleità intellettuali. Certo, almeno quelli facevano bei dischi: i maschi performativi di oggi, invece, si limitano a creare contenuti. Molti contenuti.

Quello più in hype ad oggi (domani chissà) è Raffaele Giuliani: oltre 620 mila follower e quasi 30 milioni di like su TikTok. La bio recita “divulgatore politico”; dovrebbe avere 23 o 24 anni, non si sa di preciso perché segue il metodo Alba Parietti, ma in ogni caso ha ormai superato da un pezzo l’età in cui alla battuta “67” si risponde automaticamente con il relativo gesto della mano. In compenso, si trova nel pieno della categoria antropologica “la Gen Z ci salverà”, anche se resta da chiarire esattamente da cosa e soprattutto come. Se lo si ascolta senza guardarlo, sembra qualcuno lanciato nell’imitazione di Massimo Cacciari. La consacrazione mediatica è arrivata con un’ospitata da Lilli Gruber, che per tutto il tempo lo ha guardato deliziata: Giuliani ha snocciolato con impressionante scioltezza il repertorio della sinistra performativa contemporanea, non quella parlamentare e neanche quella di Achille Occhetto, ma quella identitaria e digitale che costituisce il fondamento etico-morale di gran parte delle comunità online e dei loro fandom.

L’anno scorso, invece, in hype c’era Edoardo Prati, su TikTok con la metà dei follower di Giuliani. C’è da dire che Prati è più terza pagina, meno assemblea studentesca e più divulgatore culturale rispetto all’altro, che invece prende di petto direttamente le diatribe politiche; più collezione Adelphi disposta con cura cromatica sullo scaffale che thread infuocato sui social, più borsine di tela in regalo alla mostra di Fontana, con scucitura d’autore annessa. Entrambi, comunque, li si vede spesso litigare nei commenti, da una piattaforma all’altra: una volta con Guia Soncini, un’altra sotto un articolo di Rivista Studio, più spesso con qualche altro creator polemico di TikTok, un po’ meno su X (pavidi). In ogni caso, è il classico segno di chi dispone di molto tempo libero che non impiegherà per scrivere la Recherche.

Ce n’è uno anche a destra: Marco Gaetani, podcaster di area Fratelli d’Italia, con una tesi su Trump e la voce prestata a Radio Atreju. Prima di lui, in epoca pre-pandemica, c’era stato Mattia Santori, che qualcuno ricorderà come “quello delle Sardine”. Per qualche misterioso motivo, sembrano tutti dei cloni di Nino Sarratore, il villain di L’amica geniale, sia sul piano estetico (faccia d’angelo, giovane età, riccioli d’ordinanza, occhiali dalla montatura vintage, preferibilmente scura) che sul piano caratteriale: brillanti in società, pronti a esibire il proprio turbamento morale, a rivendicare identità, a battere i pugni sul tavolo al grido di “questa società va assolutamente cambiata!” e contemporaneamente a imbucarsi in qualsiasi salotto disposto ad accoglierli. Forse stiamo solo osservando delle versioni di Antonio Gramsci a cui qualcuno ha rovesciato addosso una secchiata di cultura pop.

Gli attuali creator sono ancora troppo giovani perché se ne possa osservare l’evoluzione completa. Bisognerà aspettare qualche anno per capire se faranno la fine di quello delle Sardine oppure se approderanno a traiettorie più classiche: matrimonio con un’ereditiera dei salotti romani, ingresso in Parlamento e domeniche in barca al largo di Fregene, tra spaghetti alle vongole e conversazioni sul destino del Paese. C’è qualcosa di curioso nel fatto che il maschio performativo e il narcisista patologico (altro grande archetipo maschile digitale continuamente evocato da content creator femminili) finiscano spesso per sovrapporsi. Eppure, non dovrebbe sorprendere più di tanto. Anche Nino Sarratore, red flag ambulante prima che l’espressione venisse inventata, esercitava un fascino irresistibile: conquistava l’intellettuale come l’anziana opinionista, la radicale dedita alla lotta di classe come l’alto borghese. In questo scenario, una nota di plauso va a Gianfranco, con poco più di 13 mila follower su TikTok. Gianfranco si distingue dagli altri per la sua autoironia: sa di amare la sua collezione Adelphi, ma ne soffre anche un po’, non vorrebbe avere così tante borse di tela, eppure se le ritrova ineluttabilmente addosso. Soffre in silenzio del suo status di maschio performativo, condizione che non ha cercato ma che adesso si deve tenere, sospeso penzoloni sull’abisso come un Labubu appeso a una borsa Uniqlo.


TikTok Sorrisi & Canzoni Vol. II

TikTok, Torre di Babele della comicità

La comicità italiana ha trovato su TikTok il suo nuovo palcoscenico: verticale, ripetitivo e immediatamente riconoscibile.


immagine articolo							                      							                      							                      							                      							                      							                      		                                                         	                                                          TikTok, Torre di Babele della comicità

Per i comici, era il migliore dei tempi, era il peggiore dei tempi. Nel secolo del caos culturale, la Torre di Babele è affollata di giullari, pagliacci, mimi, cantastorie, barzellettieri e comici, di ogni foggia e dimensione. Anche di comici involontari e che non fanno ridere. Soprattutto, siamo pieni di comici su TikTok, piattaforma di lancio della comicità contemporanea, che ha sostituito i locali underground come incubatore. Programmi come Zelig o GialappaShow sono solo l’ultimo passaggio istituzionale di un consenso costruito online, nei feed e nei reel, nei commenti pieni di “dovresti andare in tv”, “dovresti fare quel programma”, “come mai non ti invitano?”.

Esiste un intricato ecosistema di comici che fanno podcast, scrivono newsletter, pubblicano libri, frequentano politici, orbitano nei circoletti culturali, litigano con altri comici sui social, si accusano a vicenda di essere mainstream o irrilevanti. Alcuni sono opinionisti travestiti da comici, altri comici travestiti da intellettuali. La confusione è totale. I miei preferiti sono quelli che si tengono alla larga dagli attivismi e dai partiti, non troppo richiesti dai brand, non piazzati ovunque dal loro manager e con una certa rassegnazione contro l’insensatezza contemporanea.

Qualità che appartengono certamente a Consiglia Cristiano, detta Consybo, che ha trasformato l’uso dei filtri di TikTok in una vera e propria arte, conquistando 1,2 milioni di follower per 62,6 milioni di like, grazie alla serie La miliardaria. Costei sarebbe la contessa Agnese Boccadoro di Lorena Tre Palle: algida e tirchia fino all’inverosimile, perennemente accigliata, con una cofana di capelli cotonati, sormontata da una piccola tiara e una cura dell’igiene personale discutibile. Nonostante le sue ingenti ricchezze, quando arriva il momento di pagare, la sua inseparabile e logora borsetta sembra sempre incepparsi misteriosamente. A salvarla interviene l’amica Maria Sole, facoltosa esponente dell’alta borghesia napoletana, immediatamente riconoscibile dal volto incartapecorito. Poi c’è Magrette, la fedele governante, vittima prediletta dell’avarizia della contessa, che la costringe a pulizie estenuanti, la paga poco e la sottopone continuamente a rimproveri e vessazioni. Non mancano Massimiliano, il figlio adorato e viziatissimo della contessa, e la sua futura sposa, anch’essa costretta a fare i conti con il carattere impossibile della futura suocera. Tutti questi personaggi prendono vita grazie al talento di Consybo che, con un uso sapiente dei filtri di TikTok, riesce a incarnarli tutti, dando vita a un universo comico immediatamente riconoscibile e altamente verosimile.

A Daniele Cabras, dall’alto dei suoi 4,3 milioni di follower, invece, non servono neanche filtri sofisticati. Gli basta un asciugamano in testa per trasformarsi nella sua mamma sarda. Nei suoi video si respira un’atmosfera Y2K di provincia, quando i genitori erano apprensivi ma non rinunciavano all’autorevolezza, e l’educazione dei figli veniva prima del desiderio di instaurare a ogni costo un rapporto di amicizia. Accanto alla madre compare spesso anche il padre: occhiali da lettura sul naso, copia della Gazzetta dello Sport tra le mani e il classico atteggiamento paterno distaccato che fa da contrappunto all’agitazione materna. Uno scenario familiare in fondo venato di nostalgia, quasi come sfogliare un album di famiglia.

Le madri sono uno dei grandi archetipi della comicità su TikTok e ogni creator ha la propria versione di mamma da portare in scena. La più memorabile rimane quella di Edoardo Zaggia, che si riconosce ancora prima di apparire nel feed, preceduta da un misterioso aumento del volume, con quel caratteristico effetto “spaccaorecchie” che ogni figlio conosce bene. È la mamma che si stupisce della friggitrice ad aria e della cover del telefono a portafoglio, quella che vive il cambio dell’ora come una questione di Stato e che sostiene di non dormire mai, salvo poi addormentarsi sul divano dopo pranzo. Sempre al telefono con Patrizia, interlocutrice telefonica onnipresente, con cui condivide pettegolezzi e confidenze, che dovrebbero rimanere private, ma che finiscono inevitabilmente per essere ascoltate da chiunque si trovi nel raggio di cento metri, complice un tono di voce più adatto a un rave che a una telefonata. Anche in questo caso la comicità è velata di nostalgia: scene familiari che sembrano provenire da un passato recente eppure lontanissimo, ma che danno conforto nel caos del web.


TikTok Sorrisi & Canzoni Vol. II

Regine del rage baiting

Sui social la rabbia è una valuta: c’è chi la monetizza cinicamente e chi riesce a trasformarla in un universo narrativo. Dall’economia dell’attenzione a quella dell’indignazione.


immagine articolo							                      							                      							                      							                      							                      							                      		                                                         	                                                          Regine del rage baiting

“No vabbè, mentre il mondo guarda la guerra dal telegiornale, io la guardo dallo skyline della mia suite a Doha”. Con questa frase, pronunciata mentre l’Iran lanciava droni esplosivi sugli Emirati Arabi Uniti, la content creator “imprenditrice esoterica” Indhya Contu si è assicurata i suoi quindici minuti di popolarità, un migliaio di follower in più e una comparsata al Tg1. Ha acceso la fotocamera, ha trasformato la tensione geopolitica in un contenuto per TikTok e l’algoritmo ha fatto il resto. Sotto quel video, il commento più apprezzato (che ha preso tanti like quanti ne aveva presi il video stesso) recitava: “Puoi scrivere le coordinate di dove ti trovi? Così magari sono più precisi”. Uno splendido esempio di rage baiting: cinismo, nonchalance, scorrettezza politica, atteggiamento in pieno stile Marchese del Grillo. Tutte armi retoriche atte a suscitare una reazione di indignazione e di rabbia da parte di chi legge. Il contenuto costruito per generare rage baiting produce tanti commenti negativi e sgradevoli (insulti, minacce velate), ma che importa se in fondo l’unica cosa che interessa è essere in hype?

Quando si parla di rage baiting, bisogna partire dal presupposto che sui social la maggioranza degli utenti scorre il feed sapendo, e anche sperando, che presto o tardi troveranno qualcosa che li farà indignare e a volte basta una frase ambigua per scatenare una shitstorm. Da qui si può intuire che postare per suscitare rabbia e indignazione costante nella propria community è un’arte delicata. Richiede pianificazione, faccia tosta, pelo sullo stomaco e talento nel capire quale nervo scoperto premere per far esplodere internet. Questa tecnica funziona particolarmente bene con le creator donne, soprattutto con le cosiddette hot girl di internet. Una creator attrae molta più attenzione di qualunque uomo che passi ore a costruire contenuti “di qualità”, e questo da solo basta a generare una certa rabbia in una parte del pubblico. TikTok è pieno di hot girl che sfruttano questa innata capacità a loro favore, e usano la piattaforma come trampolino per portare traffico su OnlyFans, dove l’attenzione può essere monetizzata davvero. 

Il meccanismo è sempre lo stesso: ostentare comportamenti o stili di vita percepiti come “immorali”, dichiarare serenamente di non voler lavorare, rivendicare il desiderio di “farsi mantenere”, trattare il privilegio come un merito personale. Una delle interpreti più efficaci di questo modello è Michelle Comi, passata in pochissimo tempo da perfetta sconosciuta a macchina da milioni di visualizzazioni grazie a contenuti costruiti esattamente per irritare, scandalizzare e far discutere. Il rischio è che la bomba prima o poi esploda in mano.

In questo panorama un po’ desolante, però, c’è anche chi è riuscito a trasformare il rage baiting in qualcosa di molto più interessante, una sorta di forma d’arte comica involontaria, o forse del tutto consapevole. Chiara Facchetti, youtuber di lungo corso che ha ritrovato la popolarità grazie a TikTok, ha costruito dal nulla un suo personale micromondo così surreale, esasperato e fuori scala da superare la semplice provocazione e diventare adorabile. Il rage baiting di Chiara Facchetti, infatti, non funziona perché urla “sto provocando”, ci si scivola semplicemente dentro senza che uno neanche se ne accorga. Un video alla volta, lo spettatore entra nel Facchetti Universe, un posto dove il marito viene svegliato all’alba e trascinato in viaggi interminabili alla ricerca del pain au chocolat; dove si fanno ore di macchina per poi tornare indietro perché l’hotel aveva “un’energia sbagliata”; dove ogni nuovo prodotto Apple viene comprato compulsivamente, mostrato in camera con entusiasmo assoluto e poi restituito il giorno dopo perché “il colore non convinceva”; dove persino i gattini di Chiara Facchetti sono dotati di più accessori Apple di un impiegato in una società di consulenza. Il pubblico reagisce a questi contenuti con una miscela di indignazione, fascinazione e confusione. Da un lato, il consumismo performativo e l’assurdità delle situazioni, dall’altro il candore disarmante della creator, un’ingenuità ostinata che finisce per rendere tutto più umano. Così, a forza di guardarla, quelli che inizialmente sembravano difetti irritanti diventano piccole manie carine, rituali eccentrici a cui ci si abitua e il rage baiting smette di essere un’esca per la rabbia e si trasforma in una trappola al miele.


TikTok Sorrisi & Canzoni Vol. II

Pimp my smartphone: l’impero delle cover

Nell’era post-influencer, vince chi sa fare qualcosa e trasforma il proprio mestiere in intrattenimento. New Martina lo ha capito prima di tutti.


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“Qual è il segreto del tuo successo?” è una domanda che Carmen Fiorito, in arte New Martina, si sente rivolgere ogni giorno, più volte al giorno, da almeno tre anni. Sorprendentemente, non sbuffa e non alza gli occhi al cielo, il più delle volte si limita ad aprire le braccia e a rispondere con una frase che inizia sempre allo stesso modo: “Ma io sono solo una ragazza di 27 anni, di Napoli, con un negozio di famiglia”. È diventata famosa su TikTok proprio mentre le influencer di Instagram della vecchia scuola cadevano rovinosamente dal loro trono e si affermava una nuova generazione di content creator che, rispetto alle prime, almeno sapeva fare qualcosa. New Martina, per esempio, sa applicare le pellicole ai telefonini, montare magistralmente le back skin e trovare combinazioni di colori capaci di rendere bellissimo quello che, come sostiene lei, è l’accessorio più importante che ci portiamo dietro ogni giorno, cioè lo smartphone. 

“Ceramica lucida o privacy opaca?”, chiede all’avventore mentre è in diretta su TikTok. “Animalier tigrato o zebrato?”. “Laccetto lungo o corto?”. “Di che colore la vuoi la cover del telefono?”, per poi proporre quasi sempre il rosa, il suo colore preferito, soprattutto se l’avventore in questione è una bambina tra i 6 e i 10 anni che ha convinto la madre a portarla nel negozio della sua creator del cuore per decorare il suo iPhone 16 Pro Max. Completano l’opera di abbellimento i cerchietti, che applica sull’obiettivo del telefono con un “click” così soddisfacente da oltrepassare lo schermo, e l’anello, indispensabile per chi vuole creare contenuti. Pimp my smartphone, insomma: il telefono come estensione della propria personalità.

Il punto forte di New Martina è la maestria con cui compie tutte queste operazioni: il modo in cui spruzza il detergente sugli iPhone, come passa accuratamente le pezzette in microfibra su ogni parte dello smartphone, l’applicazione delle pellicole con una precisione quasi ipnotica, senza lasciare alcuna bolla d’aria. Il risultato è un effetto ASMR rilassante, quella sensazione che si prova quando si guarda qualcuno fare bene e con grande piacere il proprio lavoro. Oggi conta più di 11,2 milioni di follower su TikTok e 12 negozi aperti nel mondo reale. Non fa pubblicità convenzionale: usa soltanto la piattaforma cinese, tra video e dirette, instancabilmente impegnata a “martinizzare” telefoni. D’altronde, TikTok nasce in Cina anche come enorme centro commerciale online, e tra le merci più vendute ci sono proprio gli accessori per personalizzare gli smartphone: cover, pellicole, laccetti, anelli.

La principale competitor di New Martina su TikTok si chiama Tamara: più di 9,1 milioni di follower, gestisce un negozio in Israele. Il suo look è decisamente più bombastico rispetto a quello acqua e sapone di New Martina e offre servizi un po’ diversi rispetto a quelli della collega napoletana. Si occupa soprattutto di sostituire i vetri rotti degli smartphone, “in two minutes”, come promette ai clienti. Ha unghie lunghissime e appuntite, tipiche delle creator di TikTok (è scientificamente provato che aumentano la viralità dei video) e viene spontaneo chiedersi come faccia a lavorare con quelle. In realtà, le usa proprio come strumenti di lavoro, perfette per staccare le parti più piccole del telefono e, all’occorrenza, anche come mezzo di autodifesa: Tamara ha l’aria della classica ragazza tosta a cui è meglio pagare subito il conto e non lasciare debiti. Ha lavorato fino all’ultimo giorno di gravidanza, ha partorito ed è tornata pochi giorni dopo in negozio, con la neonata accanto sul banco da lavoro, a cambiare vetri e applicare cover. Le piace la musica e, per non farsi mancare nulla, ha anche pubblicato una canzone dance che canta lei stessa. Su TikTok, il confine tra negozio reale, spettacolo e intrattenimento si è ormai dissolto, e queste creator non vendono soltanto accessori per smartphone: trasformano ogni gesto quotidiano in contenuto, e ogni contenuto in un piccolo fenomeno di massa.