TikTok Sorrisi & Canzoni Vol. II
Gatti, frutta e melodramma: l’AI TikTok Drama
Tra papi in Balenciaga, scimpanzé-banane e gatti melodrammatici, l’IA sta costruendo la cultura pop che ci meritiamo: un concentrato dei codici, degli archetipi e delle ossessioni di internet.
Finora il contributo principale dell’intelligenza artificiale all’umanità è stato produrre contenuti virali, anche se sui giornaloni avete letto tutt’altro: scenari che oscillano tra l’apocalisse imminente e il miracoloso salvataggio di vite umane. La realtà, come al solito, sta nel mezzo, ed è ben visibile a chi è disposto a vederla: con l’intelligenza artificiale produciamo quantità spropositate di contenuti, che vanno a sfamare una società della rappresentazione sempre più insaziabile.
I contenuti IA si contraddistinguono per l’estetica kitsch, sempre venata di disperazione, che tenta di elevarsi copiando da altre estetiche umane come quella della Pixar o dello Studio Ghibli. I testi sono anche peggio: quando va bene, somigliano alle brochure di apparecchi dentali, con quella limatura industriale del refuso che sovrasta la musicalità e il senso generale delle parole. Sono fabbriche di cultura fast food e così come oggi troviamo deliziosi i panini di McDonald’s, perché nel frattempo abbiamo dimenticato il sapore della carne vera, arriveremo al punto in cui apprezzeremo anche la spazzatura culturale confezionata e servita dall’IA.
Io, a quel punto, ci sono già. L’arte generata dall’IA non è di immediata comprensione: va interpretata e, prima ancora, richiede di superare il pregiudizio estetico. È comprensibile che un qualsiasi brain rot, a un primo sguardo, possa apparire come un’aberrazione visiva, respingente e priva di senso. Bisogna però considerare come vengono prodotti questi contenuti. Qualsiasi contenuto visivo generato da un’intelligenza artificiale è una rimasticazione dei trigger che dominano da ormai più di vent’anni l’ecosistema digitale: frammenti di immaginario che attirano l’attenzione e provocano una reazione immediata. E questi trigger sono: cibo, donne, moda, gatti (e altri animali tipo i capibara), celebrità assortite, religione, sesso, drammi sentimentali. L’IA non inventa niente (e a ben vedere, neanche noi), ma impasta all’infinito ciò che noi, come collettività, abbiamo caricato online, cliccato, condiviso e reso rilevante.
Se partite dal presupposto che la prima immagine prodotta da un’IA e diventata davvero virale sia stata quella di Papa Francesco in versione “aura”, avvolto in un piumino Balenciaga che lo faceva sembrare il trapper della cristianità, tutto diventa molto più chiaro. Quell’immagine non ebbe successo perché fosse particolarmente sofisticata, ma perché condensava in un unico fotogramma una serie di stimoli visivi: una figura religiosa universalmente riconoscibile, l’alta moda, l’assurdo, il meme e la spettacolarizzazione dell’autorità. Un altro caso emblematico è All Eyes on Rafah. Al di là del valore politico del messaggio, quell’immagine rappresenta la consacrazione dell’estetica IA come veicolo ideale dell’attivismo performativo. Era facilmente condivisibile, emotivamente efficace e priva di qualsiasi attrito interpretativo. Non chiedeva di conoscere la storia del conflitto, né di confrontarsi con fotografie reali o testimonianze: bastava ripostarla.
Gli Italian Brain Rot sono la perfetta crasi tra due dei trigger più potenti dell’immaginario digitale: il cibo e gli animali. Il brain rot è arte digitale pura. Scimpanzini Bananini è l’attuale Monna Lisa. Al contrario, lo spot pubblicitario che vorrebbe essere strappalacrime ed emozionale, concepito da un team creativo di dieci persone e poi realizzato con l’IA perché il capo ha deciso di tagliare i costi, è puro trash. È un prodotto senza anima, costruito a tavolino per simulare un’emozione che nessuno, all’interno del processo creativo, prova veramente. Andrebbe compatito: il risultato è la caricatura di ciò che un tempo cercava di essere. Il brain rot, invece, è vitale perché nasce nelle camerette di ragazzini prepuberali o adolescenti che ridono di battute stupide su banane, scimmie e bestemmie. Proprio da quel caos senza pretese nascono fenomeni devastanti come Skibidi forza Napoli e gli stessi Italian Brain Rot.
In questo nuovo scenario artistico digitale, l’Oscar dell’IA di quest’anno se l’aggiudicherebbe l’AI Drama Cat, ormai diventato un genere a sé stante, che nel frattempo si è evoluto anche nella variante AI Fruit Drama. Sono mini soap opera la cui intera parabola narrativa si consuma nel giro di un video TikTok: pochi minuti in cui vengono compressi tradimento, tragedia, redenzione e vendetta. I protagonisti sono appunto gatti o frutta antropomorfizzati. Non parlano, il tutto si svolge secondo le regole del cinema muto, con la mimica esasperata, la musica accattivante e la successione rapidissima degli eventi. La colonna sonora tipica dei Drama Cat è la versione Miao Miao di What Was I Made For? di Billie Eilish; versione ormai così famosa che nessuno sa canticchiare più l’originale. Le trame seguono i codici classici della soap opera, solo trasportati in un universo felino. Gatte sedotte e abbandonate da gatti macho che le lasciano sole con un cucciolo da crescere; padri-gattoni eroici che durante una crociera salvano il figlio gattino caduto in mare, lottando con gli squali; gatti obesi, derisi e bullizzati che attraversano un radicale glow up fino a diventare irresistibili. Il tutto procede in un crescendo di assurdità degno delle telenovelas più estreme: gatti che muoiono, ritornano in vita e si vendicano dei torti subiti
Lo stesso meccanismo si ripete con la frutta antropomorfizzata. Anche qui esistono archetipi narrativi precisi: alla fragola, per esempio, spetta il ruolo che nelle soap classiche apparteneva a Brooke Logan di Beautiful: eterna protagonista del triangolo amoroso, destinata a soffrire, amare, essere tradita e tornare sempre al centro della scena. Dietro l’apparente stupidità del fenomeno c’è la riproduzione dei meccanismi narrativi che l’umanità usa da sempre (e l’IA siamo comunque noi).