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Flop

La breve favolosa vita di Agon Channel

A volte i fallimenti sono catastrofici, non investono un programma ma una rete intera, o addirittura un progetto economico ed editoriale. Come qualche anno fa, in Albania…

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Questo articolo è apparso per la prima volta su LINK Numero 24 - Flop. Il fallimento nell'industria creativa del dicembre 2018

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Tra i flop televisivi più spettacolari dell’ultimo decennio spicca pirotecnico il caso Agon Channel: il primo e sinora unico esempio di tv italiana interamente delocalizzata, nel caso specifico in Albania. A quattro anni dal lancio – e a tre dal fallimento, perché il ramo italiano della rete non ebbe che un anno di vita – rimane difficile anche solo ipotizzare quale fosse il target dell’esperimento. Quello che, a posteriori, gli psicologi possono archiviare come un sogno fuori tempo massimo e i commercialisti come un investimento in perdita, per gli addetti ai lavori televisivi continua a rappresentare una sorta di buffo mistero, perché sin dal primo giorno Agon Channel era apparso quello che era: una televisione senza pubblico, una spettacolare e ingegnosa risposta a una domanda posta da nessuno.

Riavvolgiamo il nastro e cerchiamo di capire perché sorge quest’alba – “agon” in albanese è la promessa di un sole nuovo –, una potenziale “Babilonia del trash” tramontata per un’infinità di ragioni, tra cui la sua incapacità di essere davvero tale.

La “serata di gala” è condotta da Simona Ventura; ospite d’onore una spaesata Nicole Kidman, in quei giorni in Italia, che Becchetti è riuscito non si sa come ad arruolare alla causa. Nonostante le indiscutibili capacità attoriali, di tanto in tanto l’algido sguardo della diva tradisce in filigrana un “dove sono finita”.

Una serata indimenticabile (per un uomo solo)

È il 26 novembre 2014. Un anno è passato da quando il Senato ha votato la decadenza di Berlusconi, Renzi è un neo-premier forte, legittimato dal voto europeo di maggio, e altrettanto in auge è l’omologo albanese Edi Rama, che anche grazie all’intercessione dell’Italia in seno al Consiglio europeo ha appena ottenuto per l’Albania lo status di paese candidato all’Ue. Da tre giorni, Samantha Cristoforetti, prima donna italiana nello spazio, ha raggiunto la Stazione Internazionale Spaziale (ISS); il terrorismo islamico è già un pericolo percepito, ma al primo attentato parigino manca più di un mese e Charlie Hebdo è ancora un giornale sconosciuto al grande pubblico.

È il 26 novembre 2014, e dopo un’estate di scouting in giro per il Bel Paese, dal The Mall di Milano l’istrionico imprenditore Francesco Becchetti – classe 1966, romano, con un poliedrico passato nel settore sportivo, energetico e dei rifiuti – lancia sul 33 del digitale terrestre la sua tv italiana made in Albania. “C’è tanta Albania in questa televisione, nasce una televisione europea, una dedica grande va anche al popolo albanese”. Queste le parole del patron, intercettato sul tappeto rosso mentre per mano alla bella e giovane moglie, albanese anch’ella, guadagna l’ingresso con il passo del businessman. La “serata di gala” che lo attende sarà condotta da Simona Ventura; ospite d’onore una spaesata Nicole Kidman, in quei giorni di stanza in Italia, che Becchetti è riuscito non si sa come ad arruolare alla causa. Nonostante le indiscutibili capacità attoriali, di tanto in tanto l’algido sguardo della diva tradisce in filigrana un “dove sono finita”; agli occhi dello spettatore medio l’atmosfera da discount è però compensata dalla rassicurante notorietà dei volti che questo sconosciuto editore ha saputo convocare sul palco: l’ex corrispondente Rai Antonio Caprarica, che Becchetti ha posto a guida del tg di rete, il sempreverde Pupo messo a conduzione dei quiz, una straripante Sabrina Ferilli che presenterà il talk show di punta, seguita da una seriosa Luisella Costamagna che ci tiene a mettere subito le cose in chiaro, le sue interviste “non faranno sconti a nessuno”. Infine, importantissimi, gli sportivi: il già campione del mondo Fulvio Collovati e l’ex direttore di TuttoSport Giancarlo Padovan, chiamati a impreziosire il talent show sul calcio. Si tenga presente che appena quattro mesi prima Becchetti ha acquistato il Leyton Orient Football Club, una squadra di Londra est militante in terza categoria, ma dal discreto blasone storico. L’idea del patron è di integrare investimento sportivo e televisivo, utilizzando il talent come selezionatore di nuove promesse per la sua squadra.

Sempre nei mesi estivi, nel corso di una rara conferenza stampa, Becchetti aveva avuto modo di esporre la propria vision: “Oggi ha senso, può funzionare e può fare concorrenza una televisione che ha quattro-seicento dipendenti, possibilmente giovani e con voglia di lavorare – i nostri che stanno a Tirana dicono ‘la nostra televisione’, quello è lo spirito di una tv vincente –, e in Albania oggi si riesce a fare un progetto così e a renderlo sostenibile. Non è poi vero che costa di meno, qualcosa costa meno, ma soprattutto direi che rende più felici”. Alla giornalista che gli aveva chiesto a quanto ammontasse l’investimento iniziale, Becchetti aveva risposto senza esitazione, con l’understatement degno di un bullo di Borgata Fidene: “4 milioni, senza debiti con le banche”. Seduta di fianco a lui, Simona Ventura aveva completato il siparietto: “Bisognerebbe fare un applauso però. Non siamo più abituati…”.

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Cronologia di un fallimento annunciato

Agon Channel Italia avrà vita breve. Le trasmissioni cominciano il 1° dicembre, quattro giorni dopo la serata di gala. Due settimane più tardi si registra il primo forfait di peso: Antonio Caprarica lascia la direzione delle news. “Mi sono dimesso per giusta causa – dichiara lo storico volto Rai, con discreta eco sui media –, per la mancanza assoluta delle strutture e del personale minimi per mandare in onda e confezionare un tg. Se questa è la tv del futuro, io non intendo starci”. Ai primi di gennaio salta anche il direttore di rete Lorenzo Petiziol, noto telecronista friulano, giunto a Tirana grazie alla mediazione dell’allora c.t. della nazionale albanese Gianni De Biasi (che non a caso nella stagione 2009-2010 aveva allenato l’Udinese). L’avventura albanese di Petiziol si chiude senza polemiche, per “motivi familiari”, ma durante un’intervista rilasciata a Udine Today – poi in parte rettificata – sono registrate pure questioni di merito: “Il problema – si lascia andare Patiziol – è la mancanza di un filone editoriale e di una vera programmazione. Tanti quiz e troppe repliche. Sì, alla fine, più che la televisione del futuro si aveva l’impressione di fare la tv del passato. Su questo Caprarica aveva ragione”.

Immune al battage mediatico che comincia a essergli sfavorevole, Becchetti non solo incassa ma rilancia: rilasciando una roboante intervista al Fatto Quotidiano – “Ci sono poteri che non riuscendo a proporre alcuna novità campano di rendita e fanno azioni di disturbo, io aspetto, ho il tempo dalla mia parte e mi muovo, loro sono immobili” – e ingaggiando una Veronica Maya reduce da un topless involontario in prima serata su Raiuno, incidente che in quelle settimane è un cult di YouTube senza rivali. Per ogni volto noto che lascia, un volto ancora più noto deve subentrare: la strategia editoriale sembra racchiusa in questo teorema.

Intanto, sempre a gennaio, atterra in Albania la troupe di Report (Raitre). Luca Chianca, che firmerà il servizio e che vivendo a Tirana incrocio per cena, mi racconta che avrà modo di visitare gli studi – i famosi “container” denunciati da Caprarica, duemila metri quadrati di capannoni e tensostrutture lungo la superstrada che da Tirana conduce all’aeroporto. In quegli stessi giorni anch’io sto lavorando al tema per Osservatorio Balcani e Caucaso, e tramite amici di amici riesco a intervistare alcuni impiegati del canale albanese: protetti dall’anonimato mi confermano che in azienda l’atmosfera è tesa, ai dipendenti è stato chiesto di non parlare con i giornalisti e a molti non sono ancora stati pagati gli stipendi del mese.

Se il canale italiano ha appena aperto – è su questo fenomeno che si concentra la curiosità giornalistica di Report – va ricordato però che Agon Channel Albania è a regime dall’estate 2013, con centinaia di lavoratori albanesi che lavorano nella stessa impraticabilità riscontrata da Caprarica, ricompensati solo da qualche centinaia di euro. Forte della consueta ignoranza che si dedica alla vita nell’Albania reale, il lancio di una rete italiana per un pubblico albanese si era inserito con grande successo nello storytelling della crisi italica: “ricordate quando gli albanesi si riversavano sulle nostre coste? Beh, ora siamo noi che per lavorare andiamo in Albania”. Un messaggio efficace, utile al nuovo governo Rama e al brand del miracolo economico albanese, utile agli imprenditori italiani in loco, desiderosi di nuovi investimenti, e funzionale anche al nostro giornalismo, perché la storiella de “gli albanesi ora siamo noi” fa risparmiare un sacco di caratteri a chiunque debba fingere di occuparsi dei problemi italiani o dei progressi albanesi. Ai microfoni di La7, l’ex conduttore di Matrix e neo-direttore di Agon Albania Alessio Vinci aveva ricostruito così il suo approdo oltre Adriatico: “Inutile che vi dica come è stato raccontato in Italia il mio andare in Albania, sembrava che fossi sbarcato da un gommone: battute sulla caduta agli inferi, dalla Cnn a Mediaset per finire poi all’Albania. Qui c’è un’energia e un attivismo che io in Italia non ho mai riscontrato. Non sto dicendo che qua è il bengodi, che tutti i giovani lavorano e guadagnano tanto, dico che qui, ancora oggi, per chi ha voglia di fare e di mettersi in gioco, per chi ha un sogno, ecco, questo sogno lo si può ancora realizzare…”. Copiata e incollata, è questa narrazione che tutte le star italiane di Agon Channel faranno propria nel loro breve, brevissimo periodo di pendolarismo.

Valutare il seguito avuto da Agon Albania sul pubblico locale è difficile: a fronte di appena 3 milioni di abitanti, il mercato dei media albanesi è saturo, e le tv locali, snobbate volentieri da chiunque possegga una parabolica, sono sostanzialmente clave politiche; quello che è certo è che a un quarto di secolo dall’apertura del Paese, i format italiani – non solo i rifacimenti di Agon, ma anche gli originali Rai e Mediaset – non posseggono un millesimo dell’appeal che ebbero sulle generazioni degli anni Ottanta e Novanta del secolo scorso, le quali peraltro in buona parte sono emigrate e vivono stabilmente in Italia.

È anche sulla constatazione di essere fuori tempo massimo in Albania che si innesta l’all in del canale per gli italiani. Ed è solo a seguito di questo secondo azzardo che la curiosità giornalistica cambia di segno, e attorno a Becchetti comincia a farsi il vuoto. Sia in Italia, dove i giornali iniziano a collegare la sua tv ai rifiuti dello zio Manlio Cerroni, re della discarica di Malagrotta appena chiusa dal sindaco di Roma Marino; sia in Albania, perché di fatto Becchetti non frequenta la nutrita comunità italiana né è invitato alle iniziative della nostra Ambasciata, dove sono di casa anche i più piccoli imprenditori del mondo italo-albanese. Fatto ancor più grave, il premier Edi Rama, esterofilo, straordinariamente caldo nei confronti della cultura italiana e felice di ricordare a chiunque abbia qualche euro in tasca da investire che “in Albania non ci sono i sindacati”, continua a mostrarsi ostile. In assenza di dati Auditel – in Italia raccolti a uso interno, non esistenti in Albania –, sarà lo Stato albanese a decretare la fine di questa avventura.

La puntata di Report  va in onda su Raitre il 10 maggio 2015. Più che sul prodotto, il servizio, intitolato “Un italiano a Tirana”, è incentrato sull’imprenditore e sull’origine delle sue disponibilità finanziarie. Un mese dopo, Becchetti viene accusato dalla procura albanese di riciclaggio e frode fiscale. L’inchiesta non riguarda la rete televisiva, ma i finanziamenti pubblici che insieme ad altri collaboratori avrebbe ricevuto per costruire una centrale elettrica su suolo albanese, opera mai portata a termine (e al centro del servizio di Report). Poiché si trova a Londra, nei confronti di Becchetti è emesso un mandato d’arresto internazionale. Per tutta l’estate, Agon Channel trasmette repliche, e in sovrimpressione l’impudico hashtag #JeSuisAgon allude alla persecuzione politica. In ottobre agli studi di Tirana si stacca la corrente elettrica. Nell’indifferenza di un pubblico indefinito e mai raggiunto, cala l’autunno: meno di un anno è passato dall’inaugurazione milanese, le star italiane a Tirana non si vedono più e del canale “europeo” non è rimasta alcuna traccia.

Agon Channel è stata la creatura di un attore non razionale, un uomo che ha giocato la sua partita a poker per l’effimero piacere del bluff, per un sogno personale che non poteva sopravvivere alla “piccola bellezza” della serata inaugurale.

Un palinsesto inspiegabile, che non può ambire a definirsi trash

A differenza di Niccolò Carradori di Vice – che per deontologia professionale ha resistito quindici ore consecutive davanti allo schermo – non posso scrivere con cognizione di causa di tutto il palinsesto della rete, anche perché al tempo vivevo a Tirana e in solidarietà con gli autoctoni mi sono inflitto più ore di Agon Albania. Sono però quattro i format italiani di cui conservo vivida memoria: il quiz di Pupo, Una canzone per centomila, e i tre talent di punta, Chance, My Bodyguard e Leyton Orient.

Partiamo da quest’ultimo. L’obiettivo di Leyton Orient era trovare nuovi calciatori per la stagione 2015-2016. Le strisce quotidiane raccontano gli allenamenti e la vita privata dei ragazzi selezionati, mentre le puntate in prima serata, condotte da Simona Ventura e da tre giudici – Fulvio Collovati, Fabio Galante e Nicola Berti – si reggono sul brivido delle eliminazioni. Ai vincitori del programma (il deep-web ne ricorda i nomi: Jacopo Colangelo e Andrea Paloni) era stato promesso un posto nel Leyton Orient, che peraltro, durante l’anno, sarebbe retrocesso tra le contestazioni dei tifosi (in panchina Becchetti aveva messo Fabio Liverani, ex giocatore della Lazio). Va ricordato che in Italia un format simile era già stato sperimentato tra il 2004 e il 2006, quando le selezioni operate da Italia 1 trasformarono l’Associazione Sportiva Dilettantistica Cervia (esistente dal 1920) in un reality sulla vita dei calciatori, affidando al televoto la scelta di tre giocatori che l’allenatore avrebbe mandato in campo per almeno un tempo – anche allora per la panchina si era attinto alla foto ricordo dell’82: Ciccio Graziani. Quel talent si chiamava Campioni, il sogno, e servi più a lanciare la conduttrice Ilaria D’Amico che i calciatori che lo animarono. Dopo due stagioni si prese atto del prevedibile: l’offerta calcio era troppo alta per rendere commestibile il derby tra Cervia e Salò, anche perché, sebbene le telecamere negli spogliatoi non ci fossero ancora, sono gli stessi anni in cui Sky sta mettendo a punto la televisizzazione della settimana sportiva. Sprezzante della realtà e ligio al paradigma berlusconiano dell’imprenditore con il cuore nel calcio, la tv di Becchetti ripropone coraggiosamente il format, reclutando giovani promesse a Roma e montando a Tirana le puntate girate a Londra, con al centro una squadra totalmente sconosciuta al mondo italofono. A quale scopo e per quale pubblico, è una domanda che solo noi ci siamo posti.

Su Chance, presentato da Veronica Maya, davvero non saprei che dire: immaginatevi un luogo in cui si presentano persone a caso, consapevoli di essere tali e che in quanto tali aspirano al loro posto nel “mondo dello spettacolo”. La dinamica umana è quella già descritta da Tornatore ne L’uomo delle stelle, non c’è altro da aggiungere. Di una bruttezza più classica, ma a oggi insuperata, il truzzissimo My Bodyguard, con Maddalena Corvaglia giudice del coraggio, Lory Del Santo del fascino e dell’eleganza, Jill Cooper della prestanza atletica. Anche qui, le strisce ci mostrano gli energumeni in allenamento, tra salti con la corda e raffiche di paintball (manco fossero in partenza per il Vietnam), ma ogni tanto i nostri eroi devono raccontarsi a favore di camera, e lì finalmente viene fuori che gli studi sono in Albania.

Così come accade per i call center, il Paese che ospita la delocalizzazione, generalmente occultato dai delocalizzatori, fa capolino nella pronuncia dei reclutati in loco. Ne sa qualcosa Axel Fiacco, uno dei tanti professionisti assoldati da Agon per “portare a casa” il girato settimanale. Con un’esperienza decennale in Mediaset, Mtv ed Endemol, Axel era stato ingaggiato nella produzione del quiz di Pupo, e insieme agli altri colleghi qualificati ogni settimana volava da Milano a Tirana, per passare 24 ore semi-consecutive negli studi di Agon: “Premetto che io sono sempre stato pagato e che per quanto riguarda viaggi e alloggi mi hanno trattato bene; il problema erano le condizioni lavorative, al limite della fattibilità, personalmente non ho mai vissuto niente di simile”. In più di un’ora di chiacchierata, Axel mi ha regalato quest’episodio che racconta meglio di qualsiasi altro cosa fosse Una canzone per centomila:

“Per il game musicale, che peraltro interessava poco a Becchetti, perché lui voleva solamente i talent, il problema peggiore era il reclutamento dei concorrenti. Ricordo una puntata pazzesca in cui tutti i partecipanti erano studenti di veterinaria. A Tirana ci sono diverse facoltà scientifiche frequentate da studenti italiani, ed essendo senza alternative, perché sui concorrenti dall’Italia si voleva risparmiare, eravamo andati a rastrellare in classe. Pupo ci fece notare che non era possibile avere concorrenti di una sola tipologia, perché presentarli e intervistarli diventava surreale, e allora per variare un po’, come già facevano in altri programmi, cominciammo a reclutare tra gli albanesi italofoni. Non mi scorderò mai di un concorrente che, pur sapendo molto male l’italiano, riuscì ad arrivare in finale. L’ultima prova non era tra alternative in sovrimpressione, ma consisteva nell’indovinare il titolo di una canzone italiana… Fai conto che fosse ‘Volare’, era facilissima… Ma non avendone idea, il poverino ha provato con ‘Amore’. Era evidente che fosse una delle poche parole italiane che conosceva. Adesso mi fa ridere, ma professionalmente è stato un momento tragico, davvero alla Boris. Lì abbiamo capito che una cosa del genere non poteva proprio continuare”.

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Voglio trovare un senso a questa rete, anche se questa rete un senso non ce l’ha

Per quando riguarda il prodotto, Carradori ha già scritto tutto quello che può essere scritto: “Agon Channel non è solo una rete raffazzonata con programmi scadenti come era logico aspettarsi: un contenitore vecchio, in palese ritardo tempistico e qualitativo su format ormai stantii. È anche una profonda delusione per tutti quelli che, come me, speravano di vedere le mitopoiesi del trash finalmente unite in un unico corpus organico”. Per quanto invece riguarda il movente, azzarderò una mia interpretazione. Almeno in linea teorica, la sfida lanciata da Agon Channel è comprensibile: dimostrare che delocalizzando la produzione la tv generalista può essere confezionata con molti meno soldi di quelli che siamo soliti spendere in patria, e che le risorse drenate dal costo del lavoro possono anche essere reinvestire nello spettacolo, coinvolgendo celebrità che altrimenti non ci si potrebbe permettere. Coerente al teorema da lui inventato, Becchetti ha saputo portare a termine un’imponente operazione di reclutamento. È facile immaginare che, per convincerli ad accettare la sfida albanese, abbia promesso a tutti i big tanti soldi e subito. Quando Becchetti lo chiama, Caprarica per esempio si trova in vacanza in Puglia, ma il patron non bada a spese e lo va a prendere con il suo jet privato: “Ho viaggiato come i grandi ricchi, convinto di avere trovato un editore ricco, quello che ci vuole per fare televisione”, racconterà a Report. Sia come sia, con i soldi o con l’inganno, è un fatto che Becchetti la squadra la porta a casa. Il problema è che l’operazione finisce qui.

Tralasciando l’usura dei professionisti coinvolti in un progetto chiamato “alba” e il cui motto prometteva “aria nuova in tv”, e tralasciando l’origine della ricchezza dell’editore e i guai legali che ne hanno certificato il fallimento, dal punto di vista produttivo l’ingenuità imprenditoriale risiede nella fanciullesca certezza che sarebbero bastati loro, “i famosi”, a portare lo share ai livelli di sostenibilità, senza bisogno di strutture e concept. Insomma, se prometti di far decollare “la Ryanair della tv”, non puoi ignorare che anche un aereo low cost ha bisogno di ali, motore e carrello: poco importa se a pilotarlo hai chiamato il tenente Mitchell di Top Gun (che comunque è abbastanza diverso da Pupo). In conclusione, se si considera la vicenda in toto, si desume che Agon Channel è stata la creatura di un attore non razionale, un uomo che ha giocato la sua partita a poker per l’effimero piacere del bluff, per un sogno personale che non poteva sopravvivere alla “piccola bellezza” della serata inaugurale.

A mio modesto avviso, il mistero che avvolge la parabola fallimentare di questa rete è uno e trino, e risiede nell’incrocio contingente di tre storie che potevano anche non sfociare in un canale tv, ma la cui combinazione non ha assunto per caso questa forma. Tre le relazioni coinvolte, di diversa scala: quella interiore, diciamo psicologica, tra il patron Francesco Becchetti e il berlusconismo inteso come estetica e cultura imprenditoriale di riferimento (poco importa che con Berlusconi in persona Becchetti avesse cattivi rapporti); quella conflittuale, tipica dei processi evolutivi, tra la nuova offerta on demand e l’istinto di sopravvivenza delle vetuste star del carrozzone italiano divenute celebri in era di zapping; e infine la più drammatica: l’impari relazione politica, economica e culturale vigente tra Italia e Albania, un rapporto di tipo predatorio anche quando immemore del passato coloniale, una relazione che affonda le sue radici proprio nella funzione ipnotica svolta dalla tv commerciale nostrana nel mezzo secolo in cui gli albanesi furono rinchiusi nel brutale (e noiosissimo) presepe marxista-leninista costruito da Enver Hoxha. Sui viali del tramonto degli anni Novanta, colpevolmente travestiti da Europa e da futuro, albanesi e italiani cresciuti in un altro mondo si sono incontrati per un’ultima volta, portando con loro e sintetizzando in un unico, grottesco, gesto estetico, le loro debolezze e mediocrità, il peggio della loro impari relazione.


Nicola Pedrazzi

Giornalista pubblicista, è stato corrispondente da Tirana per Osservatorio Balcani e Caucaso, testata con cui continua a collaborare. Scrive per diverse riviste cartacee e online, tra cui Il Mulino, di cui è membro di redazione. Sulle relazioni italo-albanesi ha pubblicato con BESA L’Italia che sognava Enver. Partigiani, comunisti, marxisti-leninisti: gli amici italiani dell’Albania Popolare (2018).

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