Ode a una casa

The show must go home

Casa Vianello e l’ambientazione domestica come set del quotidiano


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Nel marzo del 1993 Sandra Mondaini e Raimondo Vianello invitano i giornalisti nel loro appartamento di Milano 2 per festeggiare con una conferenza stampa la centesima puntata di Casa Vianello. Maria Novella Oppo racconta l’incontro sull’Unità del 24 marzo: “Casa Vianello, quella vera, somiglia tanto a quella ricostruita sul set televisivo di Canale 5. Però è più abitata”. Oltre alla coppia, infatti, nell’appartamento vivono la madre di Sandra, la loro tata e una famiglia filippina con un bambino di due anni. C’è anche un gatto giallo. I padroni di casa si punzecchiano come in tv. Sandra parla della fatica di fare “cento puntate su un divano”. “Ma cosa dici? La sit-com si fa in interni”, la corregge Raimondo. “La gente ci accetta perché si riconosce”, prosegue lei, ricordando le spettatrici che capiscono “quei calci nel letto, quella noia”. Lui rilancia: “Noi in realtà siamo separati. Facciamo finta di stare insieme”.

Cento episodi: meno della metà di un percorso che si concluderà nel 2007, dopo 16 stagioni e 338 puntate. Il debutto risale al 17 gennaio 1988, su Canale 5. Sandra e Raimondo sono sposati dal 1962 e il pubblico conosce già i loro ruoli: lui sarcastico, insofferente; lei irrequieta, pronta a ostacolarne ogni progetto di tranquillità. La sitcom riprende i duetti coniugali dei varietà e li porta nel retroscena della loro vita pubblica: la casa. “Gli sketch più riusciti erano quelli in cui recitavamo noi stessi”, ricorda Raimondo in un’intervista al Tempo del 2005.

L’appartamento ricostruito in studio, a pochi metri dalla loro vera abitazione, offre al pubblico l’impressione di frequentarli anche fuori dal lavoro, in quella quotidianità domestica che ognuno conosce fin troppo bene. Anche l’arredamento contribuisce alla costruzione di questo senso di familiarità. Come spiega il produttore Nanni Mandelli, citato da Luca Barra, la casa deve essere “festosa, giovanile, fresca”, alleggerita dei tendaggi e dei ninnoli che ci si aspetterebbe di trovare nell’abitazione di due anziani. “La sitcom è serena, è il Mulino Bianco”. Il set propone un ideale domestico insieme accogliente e universale, in cui i contrasti possono ripresentarsi senza incrinare il senso di appartenenza dello spettatore. Alla familiarità dei volti e alla conoscenza della loro storia si sommano gli ambienti ricorrenti, le reazioni prevedibili e il rito del letto. È questa ripetizione a produrre intimità.

È un tipo di relazione che la televisione coltiva da decenni. In Make Room for TV (1992), Lynn Spigel ricostruisce il modo in cui le sitcom americane dei primi anni Cinquanta abbiano contribuito a rendere familiare un mezzo ancora nuovo. Sitcom come The George Burns and Gracie Allen Show (1950) e I Love Lucy (1951) proponevano ambienti e situazioni in cui riconoscersi e offrivano un vicinato immaginario da frequentare ogni settimana. Fra i protagonisti c’erano coppie unite anche nella vita, che giocavano sulla sovrapposizione fra il proprio matrimonio e quello messo in scena. Spigel spiega come l’esibizione dell’artificio servisse proprio ad alimentare la complicità: gli spettatori erano ammessi al gioco e invitati a ridere delle convenzioni della famiglia borghese, che potevano ritrovare anche nella propria vita quotidiana. La casa diventava il luogo in cui riconoscere i ruoli interpretati ogni giorno, a cominciare da quelli di moglie e marito. Quando Casa Vianello debutta nel 1988, il pubblico italiano ha già una lunga consuetudine con il mezzo e con i due protagonisti. La sitcom dà continuità a questa relazione, trasformando i loro siparietti in un appuntamento domestico. Sempre nell’intervista del 2005, Raimondo osserva: “Oramai ci considera di famiglia, quasi dei parenti”.

Nel diciannovesimo episodio della prima stagione, Telesandra, l’appartamento diventa la sede di un’emittente privata, interamente gestita dalla Mondaini. La sigla riprende quella di Telemike, la redazione riunisce la Tata e i vicini. Il palinsesto comprende rubriche tipiche di un’emittente locale: l’oroscopo, l’aerobica e le ricette, con Sandra che interrompe continuamente le trasmissioni per dare spazio agli sponsor più disparati. Raimondo cerca di opporsi e di fermare le trasmissioni improvvisate, ma il vicino, interpretato da Carlo Cartier, gli ricorda le esigenze della diretta: the show must go on. La casa è il punto di contatto tra retroscena e palcoscenico, lo spazio in cui si depongono le maschere della vita pubblica per indossare quelle della vita privata. La vita domestica è uno spettacolo che prosegue nei gesti e nei ruoli che si ripetono ogni giorno.

Telesandra dura poco, il tempo di una puntata. Casa Vianello, invece, ha davanti a sé una storia lunga vent’anni. La finestra spalancata nel logo della sitcom richiama una promessa che accompagna la televisione sin dai suoi albori: nel 1948 l’azienda DuMont pubblicizzava i propri apparecchi come una finestra sul mondo (Your new window on the world). Quella dei Vianello si apre su un appartamento, con i suoi battibecchi, equivoci, momenti di complicità e di affetto profondo. Dal nostro soggiorno, la finestra televisiva permette di affacciarci puntualmente sul più esotico, bizzarro e accogliente dei mondi possibili: la casa degli altri. The show must go home.