TikTok Sorrisi & Canzoni Vol. II
Ma come ti vesti? La TikTok Fashion Police
Cambiano pubblico e opinioniste, ma non il fascino del giudizio tranchant. TikTok raccoglie l’eredità della critica di moda e riscopre il piacere della stroncatura, tra nuovi format e vecchie gerarchie del gusto.
C’era una volta la moda e, con essa, le giornaliste di costume brillanti e ironiche, il cui compito era ricordare che anche chi calpesta i tappeti rossi può inciampare. In Italia, la migliore era Giusi Ferré, con la sua rubrica Buccia di banana: spietata ma spiritosa, irriverente ma mai irrispettosa. Poi è arrivata la versione firmata Real Time: Ma come ti vesti?, con Enzo Miccio e Carla Gozzi, a raccogliere e portare avanti quella stessa tradizione di fashion stylist televisivi, camminando su quel filo sottile del “mi starà facendo un complimento o mi sta offendendo? Vuole che migliori o mi sta umiliando?”. Ho l’impressione che ai suoi tempi ci si offendesse di meno per un giudizio estetico, o chi lo riceveva sapeva accettarlo, dimostrando maturità. Oggi, invece, nell’epoca dei social, siamo regrediti all’ipocrisia post-puritana, dove rimbomba il dogma del “non giudicare i corpi altrui”. Ma il punto non è mai il corpo in sé: è il modo in cui viene vestito, adornato, raccontato. Se chi si occupa di moda non può più esprimere un giudizio, significa rinunciare alla critica e, con essa, a una parte essenziale della moda stessa.
La moda è un territorio fragile, che si polverizza al solo toccarlo. Tutti vorrebbero diventare un’icona di stile, ma bisogna insistere negli anni, costruire una coerenza visiva fino a trasformarla in un segno riconoscibile. La moda e l’estetica sono le prime espressioni dell’identità umana: lo studioso di sociologia si accorge che una comunità è in formazione proprio quando vede sciamare persone vestite tutte allo stesso modo. L’abito serve a distinguersi, l’abito serve a riconoscersi e a dichiarare un’appartenenza. Oggi le estetiche si costruiscono online. Nel decennio precedente era l’epoca dell’estetica Instagram, oggi il linguaggio dominante è quello di TikTok. Osservate le ragazze adolescenti di oggi, che sciamano in piccoli gruppi: sono indistinguibili l’una dall’altra. Tutte con gli shorts, gli stivali texani anche in estate, capelli lunghi e perfettamente lisci, eyeliner felino, top neri o bianchi, unghie lunghe. È il cosiddetto look da baddie, diventato popolare grazie alla cantautrice Anna Pepe e a TikTok.
Anche il commento di costume ha subito una trasformazione con TikTok, dove ormai risiede stabilmente una pletora di commentatori di moda, fashion stylist e giudicatori di look, di vario tipo, ciascuno con la propria community fidelizzata. Hanno sempre un congruo seguito perché gli utenti spesso aspettano solo qualcuno disposto a dire ad alta voce ciò che loro pensano ma che non scriverebbero mai online, dove vige la già citata regola del “non giudicare i corpi altrui”. Tra le figure più seguite su TikTok Italia c’è Francesca Busi: magra, come vuole il codice estetico delle Emily, con un caschetto ordinato alla Anna Wintour, liscio e nero, e un look rigorosamente all black, tradizionalmente associato alla figura della giornalista di moda che ha il rigetto dei colori. Prima di approdare su TikTok e ottenere un successo inaspettato lavorava in un’agenzia digitale. La peculiarità di Francesca Busi è che, quando esprime i suoi giudizi, non sorride mai. Un po’ perché, come dichiara lei stessa, fa uso di botox (e se sorride troppo le vengono le rughe), un po’ perché quella è l’espressione corretta quando si giudica l’estetica altrui senza il freno a mano tirato. Bisogna apparire serissimi: non è gossip, non è hating, è analisi sociologica.
Un’altra che non sorride mai, e non perché le importi qualcosa delle rughe, è la più spietata di tutte le commentatrici: la signora Giorgina, che in realtà è un’imprenditrice, proprietaria di una boutique a Torino, e infatti il suo account è quello del negozio, San Carlo dal 1973. È la figlia a porle domande su moda e dintorni, a filmare e postare le sue risposte, tranchant quanto adorabili: quel tipo di senso della realtà che appartiene soltanto alle signore forgiate dal Novecento, con un senso della realtà che oggigiorno è andato smarrito, non toccate da qualsivoglia attivismo performativo.
Lo stile proposto dalla signora Giorgina è riconoscibilissimo nella sua essenzialità: il bianco domina incontrastato su tutti gli altri colori; poi arriva la scala dei grigi, il blu scuro, il nero, il tortora e il beige. La sua è una moda fatta di camicie sartoriali, tessuti pregiati e piccoli ricami di scuola giapponese, cinese, francese o italiana. Ricorda molto lo stile di Giorgio Armani, di cui è una grande ammiratrice. La signora Giorgina non solo si è fatta una community online, ma l’ha anche interamente rivestita secondo i suoi dettami. È talmente sassy che persino Selvaggia Lucarelli è andata nella sua boutique, un po’ a comprarsi una sua camicia, un po’ a rendere omaggio a una donna capace di essere ancora più sarcastica di lei. Giorgina è l’unica che si concede il lusso del commento più semplice e più vero: “Tu sei magra, ti sta bene tutto”. Lo dice dall’alto del suo fisico a mela, che conosce perfettamente e che non ha mai avuto bisogno di rinnegare. Lo stile autentico nasce dall’accettazione del proprio corpo, non dalla sua negazione. Da Giorgina non si scivola su nessuna buccia di banana perché il vero stile, alla fine, non è quello che nega la realtà, ma quello che conosce i propri limiti e li trasforma in una firma.