Dal suono del modem dial-up agli esperimenti di Flash e Beatnik, il suono ha accompagnato le trasformazioni del web fin dagli anni Novanta. Trent’anni dopo, continua a farne parte in forme diverse: come strumento di accessibilità, racconto e memoria.
Oggi l’audio rappresenta una componente imprescindibile dell’esperienza digitale, ma la sua fruizione è più che mai frammentata. Il concetto di “suono sul web” si è ormai emancipato dal singolo sito internet: da una parte assistiamo alla migrazione dei contenuti verso piattaforme verticali dedicate a podcast e streaming; dall’altra, la musica ha assunto un ruolo centrale come elemento di viralità, trasformando brevi estratti slegati dal contesto originale nella forza trainante dei trend diffusi sui social network.
Prima del 1996, invece, internet era un luogo perlopiù silenzioso. Gli unici veri suoni della rete erano l’inconfondibile rumore del dial-up del modem e i file MIDI di piccole dimensioni supportati dalle vecchie connessioni a 56k. Il MIDI (Musical Instrument Digital Interface), infatti, non contiene dati audio, ma informazioni essenziali come la notazione musicale e il tempo dei brani. È fondamentalmente un protocollo di comunicazione digitale utilizzato per scambiare informazioni tra strumenti musicali elettronici, inclusi i computer. Proprio per questo risultava infinitamente più leggero dei formati che avrebbero preso piede negli anni successivi. Il pensiero corre subito a GeoCities, il servizio di web hosting fondato nel 1994 da David Bohnett e John Rezner (e poi acquisito da Yahoo): permettendo a chiunque di creare la propria pagina web, la piattaforma ha dato vita a una collezione sterminata di contenuti, in cui i file MIDI facevano quasi sempre da colonna sonora alla navigazione.
Un primo momento di svolta è giunto nel 1996 con l’introduzione del tag <bgsound> su Internet Explorer 3, che consentiva di riprodurre primordiali file audio in sottofondo o legati a brevi interazioni (come il click di un pulsante o il passaggio del mouse su un elemento della pagina). Poco dopo si è imposta l’era dei plugin multimediali esterni come Flash, Shockwave e RealAudio. Tuttavia, tra connessioni lente, l’assenza di un supporto nativo nel linguaggio HTML e la mancanza di uno standard universale, l’audio su browser ha rappresentato per lungo tempo una faccenda di difficile gestione. La vera rivoluzione è arrivata nel 2009 con il tag <audio> di HTML5 – seppur limitato dalla dipendenza da codec esterni – e, successivamente, con lo sviluppo delle moderne API Web Audio in JavaScript, che oggi permettono di manipolare l’audio nel browser in modo totale e flessibile.
Dal CD-ROM a Flash
Ma com’è cambiato l’approccio al suono digitale nel tempo? Negli anni Novanta e nei primi Duemila, i siti di artisti musicali, serie tv di culto come Friends o grandi blockbuster cinematografici come Space Jam (il cui sito originale del 1996 è ancora visitabile) o C’è posta per te offrivano esperienze multimediali immersive, ben lontane dall’essenzialità e dalle funzioni standardizzate del web design attuale. Per certi versi, un’evoluzione molto simile a quella dei social media: se MySpace offriva uno spazio del tutto personalizzabile, il modello affermato da Facebook ha orientato tutto verso l’interazione immediata e la fruizione rapida dei contenuti. Per rendersi conto di quanto fosse diversa l’esperienza di navigazione, basta riavvolgere il nastro e tornare indietro a quando artisti musicali come Beck (nel 2005) o Jamiroquai (nel 2003) si affacciavano sul web con siti realizzati in Flash: spazi dinamici, variopinti e pensati palesemente per catturare ed emozionare gli utenti, non solo per presentare loro un prodotto.
È stato grazie al CD-ROM che il suono interattivo ha mostrato per la prima volta il suo reale potenziale, anticipando ciò che si sarebbe voluto portare online quando la scarsa larghezza di banda ancora non lo permetteva.
È anche vero, però, che negli anni Novanta le possibilità di un browser come Internet Explorer 3 erano piuttosto limitate (questo era il sito ufficiale dei Backstreet Boys nel 1996). Il modo più efficace per aggirare i limiti delle connessioni casalinghe era affidarsi ad altri supporti. Pur non appartenendo in senso stretto al mondo del web, in quegli anni anche il CD-ROM ha fatto la sua parte nel plasmare il soundscape della rivoluzione digitale. È stato proprio grazie al CD-ROM che il suono interattivo ha mostrato per la prima volta il suo reale potenziale, anticipando ciò che si sarebbe voluto portare online quando la scarsa larghezza di banda ancora non lo permetteva. Tra gli esperimenti più visionari spiccano i lavori di musicisti pop come Peter Gabriel (Xplora 1, EVE) e Sting (All This Time), ma anche le sezioni audio/video delle grandi enciclopedie multimediali come Encarta, una sorta di Wikipedia ante litteram.
In particolare, Xplora 1: Peter Gabriel’s Secret World (1993), pubblicato per promuovere l’album Us di Peter Gabriel, era un grande videogioco ricco di mini-games e contenuti interattivi. Il CD permetteva ai fan di esplorare il mondo dell’artista tra video, tour virtuali degli studi di registrazione Real World e l’ascolto dei brani (editi e non), mettendo a disposizione persino un mixer interattivo per rielaborare le singole tracce (chitarra, basso, batteria, voce, tastiere) e produrre dei remix personali. Gabriel ripeté l’esperimento nel 1996 con EVE, un titolo ancora più radicale nell’approccio all’esplorazione e debitore di certe atmosfere da adventure game alla Myst.
Anni dopo, questo tipo di multimedialità complessa è stata riassorbita dal web grazie al già citato plugin Flash, talvolta dando vita a progetti ambiziosi e d’avanguardia. È il caso di 99rooms (2004), un’opera capace di fondere arte, fotografia, animazione e audio in un’unica esperienza sensoriale. L’uso massiccio di Flash ha ispirato anche fenomeni di satira come zombo.com (1999) – un sito cult, nato per prendersi gioco delle interminabili e pretenziose schermate d’attesa che caratterizzavano il web di quegli anni. Ideata da Joshua Levine – che aveva pensato al nome “zombo” come versione maschile di “zombie” – la pagina, in perenne caricamento, accoglieva i visitatori con un enfatico loop audio secondo cui “tutto era possibile”, senza però portare mai a nulla.
Dagli anni d’oro alla nostalgia
Un pioniere dell’audio digitale è stato senza dubbio il musicista britannico Thomas Dolby. Compositore e artista a 360 gradi, venuto alla ribalta nel 1982 con il singolo She Blinded Me With Science – spinto da un celebre video DIY trasmesso a rotazione su MTV – Dolby ha saputo diversificare negli anni il suo talento, passando dal pop alle soundtrack per cinema e videogiochi. Proprio a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta, complice una crescente disillusione verso la discografia tradizionale, Dolby inizia a guardare oltre. La composizione di colonne sonore gli apre le porte di Hollywood e, da lì, la strada verso la Silicon Valley.
A metà degli anni Novanta si trasforma a tutti gli effetti in un imprenditore fondando la Headspace (poi Beatnik Inc.) con un obiettivo preciso: rivoluzionare la qualità e la fruizione del suono sul web. In un momento storico in cui la musica online è una rarità e la componente audio dei siti è pressoché inesistente, Dolby mette a punto soluzioni del tutto inedite, arricchendo la navigazione con suoni leggeri e interattivi che non rallentano il caricamento delle pagine. L’arma segreta della sua azienda è il formato RMF (Rich Music Format), un sistema innovativo che combina la leggerezza del MIDI con campioni audio digitalizzati.
Tuttavia, la vera fortuna di Dolby è stata l’applicazione di questa tecnologia alla telefonia mobile, con lo sviluppo del software per la riproduzione di suonerie polifoniche. L’impatto è stato globale. Entro il 2005, circa due terzi dei telefoni di tutto il mondo si affidavano all’intuizione di Beatnik – primi fra tutti i cellulari Nokia, con la loro inconfondibile suoneria predefinita. Chiusa l’esperienza nel mondo tech, Thomas Dolby ha ricoperto per dieci anni il ruolo di direttore artistico per le conferenze internazionali TED, e oggi prosegue il suo percorso come docente di musica per nuovi media presso la Johns Hopkins University di Baltimora.
Il “caso Dolby” offre uno spunto di riflessione su come sia radicalmente cambiata la percezione dell’audio online. Ai tempi degli esperimenti di Beatnik, la musica di sottofondo era considerata un plus assoluto, un modo per rendere i siti internet accattivanti e futuristici. Oggi, al contrario, il suono sul web è spesso percepito come una componente fastidiosa e intrusiva. Un fenomeno evidente sui social network (Instagram e TikTok su tutti), dove le piattaforme impostano il mute di default e gli utenti preferiscono guardare i video senza audio, affidandosi ai sottotitoli automatici. Questo anche perché la fruizione di internet si è allargata a dismisura con l’avvento degli smartphone e dei tablet, divenendo parte integrante della quotidianità e della mobilità delle persone. Insomma, sono lontani i giorni in cui la navigazione era un’attività confinata al pc di casa.
Ai tempi degli esperimenti di Beatnik, la musica di sottofondo era considerata un plus, un modo per rendere i siti internet accattivanti e futuristici. Oggi, il suono sul web è spesso percepito come una componente fastidiosa.
Nonostante questo, il concetto di suono nel web design continua a sopravvivere in alcuni casi virtuosi, in cui l’audio viene integrato in modo strategico, artistico e minimale per valorizzare portfolio digitali o brand di nicchia. Il suono torna così a essere veicolo di un’esperienza, anche educativa. Ne è un esempio il progetto Beyond the Pandemic, ideato dalla Foundation for Women’s Rights Promotion and Development, che nel 2020 proponeva storie interattive – ispirate a fatti reali avvenuti nel periodo della pandemia di COVID-19 – in cui l’audio sottolineava azioni ed emozioni specifiche dei personaggi, divenendo strumento di sensibilizzazione.
In altri contesti, l’ausilio del comparto audio si rivela di fondamentale importanza per garantire l’accessibilità a persone con disabilità visive o cognitive – l’app Noa (News Over Audio) raccoglie articoli provenienti dalle maggiori testate, letti da narratori professionisti o voci sintetiche generate dall’IA. O ancora, è possibile imbattersi in siti web che ci portano dentro una storia, come fosse un’avventura narrativa: è il caso di The Cursed Library, un’esperienza che immerge l’utente in atmosfere da racconto horror, con tanto di voce narrante e colonna sonora cinematografica.
Parallelamente, il web odierno ha riscoperto il fascino dell’archeologia sonora. È un trend che ha interessato anche i social, dove creator e influencer consigliano siti particolari “sui quali trascorrere ore” o dove scovare ottima musica; oppure siti utili alla produzione musicale, come i simulatori online di strumenti (Online Omnichord) o paradisi del sampling come samplette.io o The Sounds Resource. Ci sono poi gli archivi storici: Internet Archive rappresenta, tra le altre cose, una fonte inesauribile di reperti audio, così come il progetto Save The Sounds e la GeoCities MIDI Collection, spazi nati per salvare i suoni del passato dall’estinzione digitale.
Un altro fenomeno diffuso è quello delle mappe sonore e radio online: il progetto Roaring Twenties raccoglie i rumori industriali degli Stati Uniti tra gli anni Venti e Trenta, utilizzando il suono come strumento per tracciare l’evoluzione tecnologica di quell’epoca; una piattaforma come Radiooooo consente di viaggiare nel tempo e nello spazio ascoltando stazioni radio di ogni latitudine e periodo storico; Radio Garden permette di esplorare le emittenti di tutto il mondo su un globo 3D. Un caso particolarmente affascinante è quello di Aporee, che raccoglie i paesaggi sonori di innumerevoli città del pianeta.
Marco Machera
Traduttore di giorno e musicista di notte – o viceversa. Traduce dall'inglese per Rizzoli Lizard e altri editori. Quando non lavora sui libri, adatta videogiochi in italiano e scrive canzoni.
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