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Niccolò Ammaniti tra la pagina e lo schermo

Romanziere, sceneggiatore e regista. Negli ultimi anni Niccolò Ammaniti ha costruito un percorso insolito tra letteratura e televisione, espandendo il proprio immaginario senza rinunciare a una visione autoriale forte e riconoscibile.

Per Niccolò Ammaniti le storie hanno una vita precisa: iniziano, si evolvono e finiscono. Se le racconta in un libro, difficilmente le racconterà altrove. Se ne fa una serie, difficilmente le riprenderà in un romanzo. Ci sono delle eccezioni, ed è importante dirlo: ma visto che sono eccezioni, non costituiscono una regola o un punto fermo e inamovibile. Anna, che è andata in onda per la prima volta cinque anni fa, nel 2021, e che è tuttora disponibile su Sky e NOW, è una serie che nasce come costola, come estensione, del romanzo di Ammaniti (pubblicato da Einaudi): stesso contesto, stessi presupposti; in qualche modo, però, si muove in una dimensione altra, differente, che non coincide solo e semplicisticamente con la dimensione della serialità televisiva. Ammaniti ha sempre dato un’impronta facilmente riconoscibile alle sue cose: possiamo chiamarla autorialità, visione o anche forma.

Il punto è che la scrittura di Ammaniti – che non si ferma, attenzione, alle sceneggiature o ai libri, ma che va oltre, fino all’impostazione stessa del racconto, come un flusso continuo di idee e spunti – si offre perfettamente per linguaggi diversi, e anche quando lavora a quelli che potremmo definire senza problemi “adattamenti” riesce a trovare una coerenza più specifica e utile alle sue finalità. Facciamo, però, un passo indietro. E proviamo a osservare Ammaniti e la sua produzione da un altro punto di vista. Della “generazione cannibale” di Einaudi si è parlato tanto, eppure non fa male ripetere come la scrittura abbia trovato quasi naturalmente un posto nella vita di Ammaniti: non l’ha cercata, l’ha trovata. Ha iniziato a scrivere per sé stesso e poi, quando è stato letto, ha deciso di pubblicare. Ha vinto molti premi, tra cui lo Strega, e i suoi libri hanno vissuto vite differenti: dalla carta stampata al grande schermo, soprattutto. 

Oltre la pagina scritta

L’ultimo capodanno, Branchie, Io non ho paura e Io e te sono stati trasformati in film diretti da registi diversi: alcuni sono stati più attenti di altri al testo. Io e te, per esempio, vibra delle stesse sensazioni che si trovano leggendo il libro di Ammaniti (pubblicato sempre da Einaudi): Bertolucci è stato in grado di cogliere perfettamente quella tensione leggera, tra l’erotico e l’adolescenziale, che travolge il protagonista. Prima di lavorare a Il miracolo, Ammaniti ha diretto un documentario, facendo di fatto il suo debutto come regista. The Good Life, uscito nel 2014, segue tre italiani che hanno deciso di vivere una nuova vita, trasferendosi in Asia, tra l’India e la regione dell’Himalaya. Sono storie che parlano di riscoperta e di solitudine, e soprattutto di scelte. Questo, però, resta un documentario: e dunque non c’è spazio per trasformare, o addirittura per romanzare, il racconto. È stato un primo contatto tra Ammaniti e la macchina da presa. E in questo primo contatto c’è stata la possibilità di prendere le misure con il mezzo cinema, con la camera, con chi sta dall’altra parte.

Ammaniti prende tre dei grandi temi dell’immaginario italiano e li mette insieme: la politica con la fede e le sue innumerevoli ramificazioni, tra chiesa istituzione e chiesa comunità, e la criminalità organizzata, come anima più violenta del nostro paese.

Il miracolo è stato una cosa completamente diversa. Arrivato nel 2018 su Sky e NOW, ha mostrato un’altra faccia dell’Ammaniti autore. Quando si parla di libri e serie tv, si parla sempre, o quasi sempre, di una differenza sostanziale tra le possibilità che hanno gli scrittori e quelle, invece, che hanno le persone che lavorano su un set: i soldi, il budget; la libertà di fare. In un libro, non ci sono limiti. Contano due cose: la padronanza del linguaggio, e dunque un certo tipo di talento di chi scrive, e la sua immaginazione. In televisione, invece, vanno presi in considerazione anche altri fattori: l’autore non è solo, deve lavorare con i reparti, gli attori e i produttori; deve trovare una coerenza visiva, più che testuale, in ciò che racconta o che vuole raccontare. Insomma, è un salto importante da fare. Specie, poi, se prendiamo in considerazione il periodo particolare in cui Il miracolo è uscito: dopo il successo di Gomorra – La serie, all’alba del fenomeno The Young Pope, con Netflix seriamente intenzionata a inserirsi all’interno del mercato italiano e la spinta innovativa di SKAM Italia. 

Tra religione, politica e criminalità

Per Il miracolo Ammaniti ha fatto una scelta precisa, e cioè quella di continuare a occuparsi del “fantastico” – qui le virgolette sono obbligatorie – italiano, tra religione, folklore e mostruosità. E intendiamoci: la mostruosità, qui, non coincide con creature mitologiche, come succede per esempio ne Il custode, il suo ultimo libro pubblicato da Einaudi, la mostruosità coincide con una caratteristica profonda, intrinseca, dell’essere umano. Soprattutto, però, Ammaniti ha preso tre dei grandi temi dell’immaginario italiano e li ha messi insieme, intelligentemente: da una parte la politica con la fede e le sue innumerevoli ramificazioni, tra chiesa istituzione e chiesa comunità; e dall’altra la criminalità organizzata, come anima più nera e più violenta del substrato umano del nostro paese. Non c’è giudizio, non c’è un pressapochismo narrativo che vuole i buoni contro i cattivi. 

Le storie di Ammaniti non sono mai state – diciamo – “spielberghiane”. C’è, al contrario, un grigiore costante, che avvolge ogni cosa: chi dovrebbe guidare, e quindi il presidente del consiglio e la first lady italiana; chi dovrebbe consigliare, e quindi chi ha preso l’abito e votato la propria vita a Dio; chi dovrebbe essere senza pietà, e dunque un mostro assetato di sangue, pronto a colpire e a fare del male. Con Il miracolo Ammaniti riesce ad affrontare un tema molto abusato, come quello della fede, trovando un altro punto di vista. Uno, e questo è importante, suo. La fede non diventa dogmatica o appiattita al dualismo “credo/non credo”; la fede diventa l’eccezione, la straordinarietà. E tutti vengono messi alla prova: da chi si dice credente convinto a chi, al contrario, si professa ateo e riformatore. 

Il racconto gira intorno a una Madonna che piange sangue: una storia che Ammaniti ha ripreso dalle cronache e di cui ha saputo appropriarsi. Siamo, di nuovo, in una zona grigia: tra il cattolicesimo più fervente e un paganesimo sottile, sottocutaneo, che non ha mai abbandonato l’Italia e gli italiani, specialmente una fetta del sud. Il miracolo è stato, a suo modo, un esperimento: per Sky, per Wildside che l’ha prodotta, e per lo stesso Ammaniti. L’autorialità, in questo caso, ha finito per sovrapporsi gradualmente, più che per coincidere immediatamente, con la sua visione. Ha dovuto imparare a lavorare con gli altri e si è alternato alla regia con Francesco Munzi e Lucio Pellegrini. Questo, forse, gli ha permesso di trovare una gradualità nel processo più strutturato di un set televisivo. La stessa sceneggiatura è stata scritta insieme ad altre tre persone: Stefano Bises, Francesca Manieri e Francesca Marciano. Insomma, l’autore Ammaniti si è mosso in uno spazio ben delimitato: non stringente, non semplificato, piuttosto solido. 

L’affermazione dell’Ammaniti-pensiero

Tre anni dopo Il miracolo, è toccato ad Anna. E questa miniserie è stata la definitiva affermazione, più che consacrazione, dell’Ammaniti-pensiero. Quantomeno sul piccolo schermo italiano. Premessa: Anna è stata girata ed è uscita in un periodo particolarmente complesso, come quello del COVID. La storia che racconta – il mondo sconvolto da una pandemia che uccide tutti, tranne i bambini – è una storia che ha finito per riflettere, se tanto o poco è dipeso dai singoli punti di vista, la tragica attualità. E quindi difficilmente il pubblico, costretto a casa durante il lockdown, ha deciso di vederla. Eppure è innegabile la sua qualità artistica, produttiva e, soprattutto, immaginifica. Lo dicevamo poco fa: Ammaniti non ritorna mai sulle sue storie. Con Anna ha fatto un’eccezione, e per un motivo abbastanza semplice: è una storia potenzialmente infinita, che parte dal singolo, da una situazione specifica, e che si può spostare ovunque, toccando e coinvolgendo personaggi differenti. 

Ammaniti ha approfittato della serialità televisiva, per rivivere e immergersi nuovamente in una storia estrema, dove i protagonisti sono bambini o preadolescenti, dove non ci sono adulti, dove il mondo è finito e, allo stesso tempo, è rinato. Non è, banalmente, una rilettura de Il signore delle mosche di William Golding: è qualcosa di diverso. I bambini restano proiezioni della società e delle famiglie in cui sono cresciuti, e che volenti o nolenti hanno finito per condizionarli intimamente. Ma sono pure individui formati, che hanno vissuto esperienze al limite e che hanno trovato una consapevolezza propria e definita. L’Anna del titolo vuole salvare suo fratello. E quindi lascia la protezione della casa, si carica dei messaggi che le ha tramandato sua madre e si mette in viaggio. Ed è un viaggio che, tanto concettualmente quanto visivamente, può essere sovrapposto alla crescita: l’ingenuità, l’insicurezza, la paura; ma anche la convinzione, l’affermazione e l’amore. 

In Anna la violenza è particolarmente forte perché a commetterla sono bambini – figure che, sia nella letteratura che nel cinema, sono sempre state associate a un’idea ridondante e abbastanza asfissiante di ingenuità pigra e banale. Il senso di meraviglia dei bambini può essere una lama a doppio taglio: li può mettere sulla strada giusta o, al contrario, li può trasformare in mostri – torna il concetto di mostruosità di cui parlavamo prima: deformazione caratteriale, di indole e morale, e non fisica. La differenza tra la parola scritta e la parola che si fa immagine sta nella possibilità per l’autore di proiettare tutto ciò che ha in mente, tutto ciò che ha immaginato, in ciò che viene ricreato. E quindi nella fase di creazione non conta più il punto di vista del lettore; lo spettatore è partecipe, coinvolto, ma allo stesso tempo passivo: può farsi domande, ma non può intervenire in prima persona nel racconto, prendendo quanto gli viene detto, come in un libro, e reinterpretandolo a modo suo. Un’immagine è tale per tutti. E dunque torniamo alla definitiva affermazione dell’Ammaniti-autore: con la sua visione, la sua idea, la sua impostazione di racconto. 

Da Anna a Il custode

Anna è una miniserie, dura appena sei episodi; allarga e allo stesso tempo approfondisce quello che Ammaniti aveva già detto nel suo libro. Con la sua struttura, poi, ribadisce un elemento di cui in questi anni si è parlato a lungo: la vicinanza tra letteratura e miniserie, proprio per la sua forma contenuta, precisa, e quasi capitolare. La serialità ha rappresentato un’occasione per Ammaniti: quella di evolversi. Di dare alle sue paure e alle sue intuizioni una consistenza fisica e una densità narrativa differente. Ed è stata anche l’occasione per confrontarsi con l’altro: non solo lo spettatore o il critico, ma chi lavora sul set, l’attore e il produttore. Con Il custode, il suo ultimo romanzo, Ammaniti era partito dall’idea di fare un film. Poi, però, è tornato alla libertà della carta, alla dimensione del libro, senza perdere quella sua lucidità stilistica e narrativa – è evidente che Il custode sarebbe potuto essere un ottimo film, giocato sulla tensione, sui non detti, sulle cose non mostrate, sul punto di vista del protagonista che, come in Anna, è giovane, preso tra il momento turbolento dell’adolescenza e quello più pacato e tranquillo dell’infanzia, e vive in Sicilia.

La serialità ha rappresentato un’occasione precisa per Ammaniti: quella di evolversi. Di dare alle sue paure e alle sue intuizioni una consistenza fisica e una densità narrativa differente.

Con Ammaniti, più che con altri autori, è chiaro l’assottigliamento di confini e distanze tra linguaggi e spazi differenti. Ammaniti rimane sempre Ammaniti e, in questo, è un’eccezione: non si lascia influenzare dal mezzo, non più di tanto almeno; porta avanti la sua idea e lo fa conservando un nocciolo di argomenti e spunti. Per diverso tempo la serialità televisiva è stata l’esaltazione della visione autoriale di chi ci ha lavorato: in molti sono passati dal cinema al piccolo schermo, e alcuni scrittori, specie all’estero, meno frequentemente in Italia, si sono cimentati con l’audiovisivo. Ammaniti, a suo modo, rimane unico nel nostro mercato. Vuoi per una coincidenza felice di intenti da parte dei canali e delle produzioni; vuoi pure per il periodo in cui si è fatto avanti con Il miracolo (eravamo nel pieno del boom televisivo italiano). Anna è a sua volta un’eccezione nell’eccezione: una storia nata come libro, che Ammaniti ha comunque deciso di adattare e di rielaborare per il piccolo schermo, che potenzialmente potrebbe continuare ma che si è fermata alla struttura della miniserie; una storia post-apocalittica, con il mondo prossimo alla fine, o già ben oltre la fine, e una protagonista che è una ragazza, poco più che una bambina, e che nella sua individualità diventa un simbolo che supera qualunque archetipo narrativo: Anna è Anna, proprio come Ammaniti è Ammaniti; vanno studiati come esempi precisi, ma è chiaro che la loro esperienza resta straordinaria e difficilmente ripetibile.


Gianmaria Tammaro

Scrive di cinema, tv e fumetti. Collabora con La Stampa, Esquire e Vanity Fair. Su Repubblica cura lo speciale "Italia di domani"; su Best Movie firma la rubrica "Dentro le nuvole". Ha diretto la prima edizione del SeriesCon di QMI.

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