Ambientata a Venezia, letta in mezzo mondo e trasformata in una lunga serie tedesca, la saga di Donna Leon è diventata un successo globale restando assente proprio dal Paese che racconta.
C’è un poliziotto italiano famoso in tutto il mondo tranne che nel nostro Paese. Guido Brunetti abita a Venezia nel sestiere di San Polo, prende il vaporetto per andare al lavoro, attraversa ogni mattina i ponti del rione di Castello per arrivare alla Questura. La moglie Paola insegna letteratura inglese all’università. I figli si chiamano Raffi e Chiara, il suocero è un conte con affari un po’ ambigui. Brunetti è un commissario con una vena malinconica e un senso dell’umorismo consumato dall’usura, ama il vino, detesta la corruzione, per rilassarsi legge i classici latini. Non si fida di nessuno che abbia più di due gradi sopra di lui in gerarchia.
Lo conoscono a Francoforte, Monaco, Amburgo. E anche a Londra, Parigi, New York, Tokyo. In Germania gli hanno dedicato vent’anni in prima serata, con una serie che nelle puntate migliori ha incollato sette milioni di spettatori davanti alla tv. Serie tratta da una saga letteraria che conta trentatré romanzi – l’ultimo dei quali, A Refiner’s Fire, è stato pubblicato nel 2024 – tradotti in trentacinque lingue tra cui cinese, ceco, giapponese, olandese e greco. In italiano, però, questi libri non sono mai usciti per una scelta precisa e irremovibile della sua creatrice, la scrittrice Donna Leon. Americana, ottantatré anni, residente in laguna per tre decenni prima di trasferirsi in Svizzera, ha scritto la saga più lunga e dettagliata sulla Venezia contemporanea che esista in letteratura e ha deciso che i veneziani non la leggeranno. La storia di come sia stata possibile una cosa del genere è quella che stiamo per raccontare.
L’americana che voleva fare la spesa in pace
Donna Leon è nata a Montclair, New Jersey, il 28 settembre 1942. Ha studiato a Perugia e Siena, ha fatto la guida turistica a Roma, l’insegnante di letteratura in Iran, Cina, Arabia Saudita. Nel 1981 è arrivata a Venezia, dove ha vissuto per trent’anni stando lontana dai turisti con le valigie a rotelle e mimetizzandosi tra mercati, campielli e conversazioni in dialetto.
Nel 1992 ha pubblicato Death at La Fenice, nato – si racconta – durante una prova della Favorite di Donizetti al teatro veneziano, da una chiacchierata con il direttore d’orchestra che le raccontava di un collega poco simpatico. Collega che nel romanzo morì avvelenato durante una recita de La traviata, indagini tra palchi e camerini, Venezia come palcoscenico e come trappola. Da lì in poi, un libro all’anno senza interruzioni. Trentatré romanzi, milioni di copie. I diritti non sono americani ma svizzeri: l’editore Diogenes di Zurigo, forte del successo clamoroso, è diventato il punto di riferimento mondiale per tutti i mercati editoriali. Tutti tranne uno: quello italiano non esiste. Non perché nessuno abbia voluto pubblicare le indagini di Brunetti, ma perché Leon ha sempre detto no. La spiegazione ufficiale è disarmante: “Voglio vivere tranquilla. Non voglio diventare famosa in Italia. Mi piace passeggiare senza che nessuno mi disturbi”. Una pace che vale più dei diritti d’autore.
Attorno a Donna Leon si è costruita un’aura di scrittrice scomoda, capace di guardare l’Italia con occhi che gli italiani preferiscono non usare. Che sia davvero così, o che si tratti di una signora del New Jersey che vuole semplicemente fare colazione in pace, rimane un mistero sapientemente coltivato.
C’è però dell’altro, non dichiarato ma leggibile tra le righe. L’autrice nei suoi libri non lesina sferzate a volte affettuose, a volte meno, all’Italia, e preferisce che i suoi vicini di casa non la riconoscano come colei che parla male del loro Paese. I romanzi di Brunetti sono ambientati in una Venezia meravigliosa e marcescente, piena di politici spregiudicati, funzionari conniventi, famiglie nobili con scheletri negli armadi. Un critico italiano, dopo aver letto il primo romanzo, ha scritto senza mezzi termini che la vera ragione del veto è che Leon cercava di risparmiarsi le ire dei veneziani.
La terza spiegazione è, se vogliamo, la più bizzarra, e sembrerebbe confermata dall’autrice stessa. I tedeschi sono convinti che non voglia pubblicare in Italia perché ha paura della mafia, e lei lo lascia credere, non avendo mai smentito la voce con troppa decisione. Risultato: attorno a Donna Leon si è costruita un’aura di scrittrice scomoda, capace di guardare l’Italia con occhi che gli italiani preferiscono non usare. Che sia davvero così, o che si tratti di una signora del New Jersey che vuole semplicemente fare colazione in pace, rimane un mistero sapientemente coltivato.
Il risotto, i classici e l’ordine contro il caos
A differenza degli investigatori tormentati, alcolizzati e soli del noir contemporaneo, Brunetti è un uomo felice della propria vita privata. Sedersi a tavola con Paola e i ragazzi non è un intermezzo: è un atto di resistenza morale. I piatti preparati dalla moglie sono diventati così riconoscibili da generare un ricettario, A Taste of Venice, scritto da Leon con la veneziana Roberta Pianaro. La sera, dopo cena, Brunetti si ritira sul divano con un bicchierino di grappa e un volume di autori latini. Il commissario più colto della letteratura europea contemporanea non vede l’ora di coricarsi con Tacito o con Svetonio.
Il cibo, qui, rappresenta l’ordine contrapposto al caos. In un’Italia dominata – così la vede Leon – dal cinismo di chi taglia la strada agli altri pur di arrivare primo, la tavola dei Brunetti è l’ultimo rifugio dei valori civili. Non un semplice dettaglio decorativo: è il fulcro etico della saga. Da quel fulcro, negli ultimi anni, è partita una linea che si è allungata ben oltre la cucina di Paola. Nei romanzi più recenti – Earthly Remains su tutti – Brunetti è diventato quello che la critica ha battezzato un eco-detective. Indaga sul degrado ambientale, sull’inquinamento industriale, sull’impatto delle grandi navi che minacciano le fondamenta dei palazzi. Quando il peso della corruzione diventa insopportabile, si rifugia sull’isola di Sant’Erasmo, tra gli orti e la laguna silenziosa. Un grido d’allarme civile che attraversa ormai mezza saga, e che in Italia quasi nessuno ha potuto leggere. Leon lo ha ripetuto spesso anche sulla stampa tedesca: Venezia sta diventando un museo a uso e consumo dei visitatori. Il fatto che a dirlo sia un’americana non toglie nulla alla diagnosi, semmai la rende più scomoda.
Venezia in tedesco
A descriverla a parole, la serie televisiva sembra un piccolo equivoco produttivo. È una produzione ARD andata in onda dal 2000 al 2019, ventisei film televisivi da novanta minuti, girati interamente a Venezia con attori prevalentemente tedeschi, in lingua tedesca. I gondolieri: tedeschi. I baristi: tedeschi. Il vicequestore che ostacola le indagini: tedesco pure lui. Venezia, però, è quella vera, con le calli, i rii, i cortili.
Questa bizzarra operazione ha funzionato così bene da reggere vent’anni di programmazione. Nelle prime quattro puntate il commissario aveva il volto di Joachim Król; dalla quinta in poi a interpretarlo è stato Uwe Kockisch: occhi chiari, piglio malinconico, il tipo di attore che a vederlo comunica stanchezza esistenziale senza aprire bocca. Non un italiano che recita in tedesco, ma un tedesco che recita un italiano in una città italiana davanti a una troupe tedesca. Una costruzione che, a dirla così, ha tutta l’aria di un malinteso. Eppure…
I luoghi della serie sono reali, censiti con precisione quasi ossessiva. Esiste persino una guida turistica dedicata, Brunetti’s Venice di Toni Sepeda, vera bibbia per i fan che vogliono camminare sulle orme del commissario. Migliaia di tedeschi hanno visitato Venezia inseguendo un personaggio e fotografando palazzi anonimi che i veneziani guardano distrattamente da una vita. Il fulcro di questo pellegrinaggio è la Questura, che nei film è ospitata dalla facciata di un edificio in Campo San Francesco della Vigna. I turisti si mettono in coda per fotografare uno stabile che i veneziani non considerano e cercano disperatamente di individuare la famosa terrazza dei Brunetti, quella dove il commissario cena con la moglie godendosi una vista mozzafiato sulla città. Lo sfasamento raggiungeva l’apice quando i residenti si imbattevano nei set aperti: vedevano attori vestiti con le divise della polizia italiana che impartivano ordini e dialogavano in tedesco. Difficile stabilire se tutto ciò sia più buffo o più malinconico. In questo teatro dell’assurdo, Donna Leon ha sempre mantenuto una coerenza assoluta: non si è mai fatta vedere sul set, nemmeno una volta, per timore che la sua presenza potesse infrangere lo scudo di anonimato che aveva costruito tanto faticosamente.
Il pubblico tedesco nutre verso l’Italia un amore proiettivo: la vuole bella, calda, complicata ma risolvibile. Brunetti offre esattamente questo: un italiano ideale – onesto, malinconico, amante del buon vino e dei classici – in una città reale, con problemi reali, però risolti ogni settimana entro i novanta minuti. Terapia travestita da giallo. Commentando l’ultima puntata, la Frankfurter Allgemeine Zeitung aveva definito le avventure del commissario una “fuga dalla realtà artigianalmente impeccabile”. Brunetti veniva visto come capostipite di un fenomeno solo tedesco, l’investigatore straniero con accento teutonico che si aggira nel paese dove fioriscono i limoni ma con qualcosa di più profondo: il “sogno segreto del tedesco abbronzato come l’italiano migliore”. Una diagnosi ruvida, di quelle che i tedeschi sanno fare anche su loro stessi.
Silenzio in laguna
La serie dell’ARD si è chiusa il 25 dicembre 2019, senza che dalla trama emergesse in alcun modo che fosse un addio. Fine silenziosa, quasi per esaurimento naturale. Brunetti sparisce dagli schermi tedeschi e, per estensione, dal resto del mondo. Nel frattempo Donna Leon, trasferitasi a Zurigo dal 2007 in fuga da una Venezia che trovava ormai troppo rumorosa, si dedica sempre più alla sua altra grande passione, la musica barocca. È dalla fondazione, nel 2012, finanziatrice e co-fondatrice dell’orchestra Il Pomo d’Oro, con cui ha prodotto incisioni delle opere di Händel. “Se dovessi scegliere tra scrivere libri e promuovere la musica, sceglierei la musica”, ha dichiarato di recente. Le registrazioni dell’orchestra, secondo lei, sopravviveranno più a lungo della carta stampata.
Poi, a dicembre 2024, arriva la notizia: sul web inizia a rimbalzare la notizia che ci sarà una nuova versione di Brunetti, in lingua inglese. A scriverla e a produrla sarà nientemeno che Julian Fellowes, il creatore di Downton Abbey. Non un nome a caso. Fellowes è l’uomo che ha costruito una carriera intera sui segreti delle grandi famiglie aristocratiche, sulla decadenza elegante, sui pranzi in cui si sorride mentre ci si detesta cordialmente. Il territorio di Brunetti – Venezia, il suocero conte, la corruzione travestita da tradizione – è esattamente il suo. Donna Leon parteciperà come co-produttrice esecutiva. L’autrice che per trent’anni ha costruito muri attorno ai suoi diritti italiani siederà al tavolo di una produzione internazionale in inglese.
Il pubblico tedesco nutre verso l’Italia un amore proiettivo: la vuole bella, calda, complicata ma risolvibile. Brunetti offre esattamente questo: un italiano ideale in una città reale, con problemi reali, risolti ogni settimana entro i novanta minuti. Terapia travestita da giallo.
Dopo il tam tam su Internet, il nulla. Da quel comunicato di dicembre 2024 non è uscita più una sola notizia ufficiale sul progetto. Nessuna data di inizio riprese, nessun nome del cast, nessuna piattaforma confermata. Solo il silenzio. Nel frattempo, anche sul fronte dei romanzi qualcosa si è incrinato: nel 2025 non è uscito un nuovo libro su Brunetti e Diogenes ha confermato a inizio 2026 che la consueta uscita di fine maggio non sarà più rispettata. L’autrice ha però assicurato che la serie continuerà e che un trentaquattresimo caso è in lavorazione. Al posto del Brunetti annuale, nel maggio 2025 è uscito Backstage, una raccolta di aneddoti dalla vita dell’autrice che include anche una vecchia lettera che Leon aveva scritto al suo personaggio dopo il trentesimo caso: “Caro Guido, è stato un viaggio meraviglioso, e spero che il nostro legame duri tutta la vita”. A rileggerla oggi, in un altro anno senza Brunetti, suona vagamente come un congedo, anche se ufficialmente non lo è. E poi c’è l’altro silenzio, il più definitivo. Il 22 dicembre 2025, a 81 anni, è morto Uwe Kockisch, l’attore tedesco che per quattordici anni e ventidue puntate ha prestato a Brunetti la sua malinconia.
Così oggi il commissario veneziano vive una condizione strana: in libreria un’attesa indefinita, nei piani televisivi di Hollywood un cantiere mai partito o comunque fermo da un anno e mezzo, e il volto più famoso in cui era stato incarnato che adesso si è spento per sempre. L’autrice, che per trent’anni ha lavorato a costruirsi un’invisibilità accuratissima nel paese in cui vive, può finalmente godersi il risultato perfetto. Brunetti, in Italia, non c’è. Ma da qualche mese, ormai, comincia a non esserci anche altrove. Era proprio quello che Donna Leon aveva sempre desiderato: passeggiare nei campielli senza che nessuno la fermasse, costruire un mondo letterario che non avesse bisogno di tradurre sé stesso. Il prezzo, alla fine, è che adesso quel mondo rischia di sparire prima ancora che in Italia ci sia stato concesso di conoscerlo.
Domenico Catagnano
È uno dei vicedirettori di Tgcom24. Ha iniziato nel 1995 in televisione con l'emittente Sei Milano, la prima all news cittadina in Italia. Ha quindi collaborato con diverse testate cartacee nazionali. Sbarca sul web nel 1999, prima su Mediasetonline.it, poi, sin dalla nascita nel marzo del 2001, su Tgcom.it. Ha insegnato giornalismo online presso l’Ifg Walter Tobagi di Milano, è tra i docenti del master Teorie e tecniche della comunicazione integrata e multimediale della Luiss di Roma. Collabora con la cattedra di Diritto dell’informazione dell’Università Cattolica di Milano.
Vedi tutti gli articoli di Domenico CatagnanoLeggi anche
Serie tv
Dead Girl Show
Pop culture
La tv degli imbroglioni