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televisione italiana

Musica coltissima

La musica è sempre stata al centro della televisione italiana: popolare, cantautoriale, leggera, nella maggior parte dei casi. Ma ci sono stati momenti di pura avanguardia, in grado di produrre cortocircuiti indelebili nella memoria collettiva. Li ripercorriamo insieme.

In un episodio del film Dove vai in vacanza (1978), i coniugi Augusta e Remo, interpretati da Anna Longhi e Alberto Sordi, assistono a un concerto di musica contemporanea. La scena enfatizza la rigidezza di un determinato ambiente sociale, ponendo l’accento sugli effetti tragicomici della situazione e sulla proverbiale incomunicabilità tra un’espressione artistica “altra” e la sensibilità popolare del pubblico. A scatenare il tutto, una versione-parodia del brano 4’33” di John Cage, artista statunitense tra i pionieri delle avanguardie musicali. La composizione, concepita nel 1952, è stata al centro di innumerevoli dibattiti a causa della sua natura controversa: lo spartito, infatti, dà istruzione ai musicisti di non suonare alcunché. Con uno slancio comico volto a suscitare l’ilarità degli spettatori, il film estremizza l’esperienza, privando il brano del suo significato originario e paradossalmente della sua ironia di fondo. Cage, in realtà, aveva inteso 4’33” come una cornice concettuale entro cui elevare i suoni ambientali a protagonisti della composizione. Un’inversione di ruoli tra esecutori e pubblico, a dimostrazione di come il rumore possa intendersi come universo di suoni e di per sé musica, nonché una provocazione tesa a dimostrare l’inesistenza del silenzio assoluto. Durante la scena del film, alcuni membri del pubblico invitano Remo e Augusta a tacere per rispetto della performance – ma con ogni probabilità, Cage non avrebbe mai preteso nulla del genere.

Si trattava di un periodo storico in cui, sorprendentemente, l’intrattenimento mainstream si interrogava sul ruolo della musica contemporanea nel panorama culturale nazionale e internazionale. Una larghezza di vedute che riguardava non soltanto le avanguardie, ma più in generale i modi di fare musica che esulavano dalla forma canzone canonica. In questa sovrapposizione di ambiti apparentemente lontani tra loro, hanno avuto luogo episodi curiosi o perlomeno degni di nota, soprattutto nei palinsesti della tv generalista e molto prima dell’avvento dei canali tematici e di internet; incontri tra personaggi straordinari in contesti più o meno improbabili, spesso contraddistinti di un’aura mitica di irripetibilità.

Strane musiche avveniristiche

Proprio John Cage, nel 1959, si ritrovò tra i concorrenti di Lascia o raddoppia, storico quiz televisivo condotto da Mike Bongiorno. Il compositore si presentò in qualità di micologo, essendo un esperto di funghi. Le circostanze della partecipazione sono tuttora poco chiare: Cage, di passaggio in Italia, si trovava in una condizione economica sfavorevole e il montepremi di cinque milioni di lire (che infine riuscì ad aggiudicarsi) gli avrebbe fatto comodo. Nel corso delle puntate, venne sottolineato più volte che John Cage era un musicista (“compositore ed esecutore di strane musiche avveniristiche”, come riportato in un articolo uscito il 30 gennaio 1959 sul quotidiano La Stampa, a commento della trasmissione) e fu addirittura invitato a esibirsi con delle performance che lasciarono sbigottiti i più. Quando, durante la puntata finale, Cage propose Water Walk, Bongiorno chiese a Cage se, una volta terminata la trasmissione, sarebbe rimasto in Italia o avrebbe fatto ritorno a New York. John Cage rispose, lungimirante: “La mia musica resta”. Bongiorno ribatté, senza troppi giri di parole, che avrebbe preferito fosse Cage a restare e che la sua musica andasse via.

A discapito di un simile augurio, John Cage riapparve sui nostri teleschermi per il suo operato musicale. Nel 1984 fu protagonista di un documentario per la Rai intitolato John Cage e i bambini, girato in occasione di una nuova permanenza in Italia del compositore, a Torino e dintorni, per una manifestazione a lui dedicata. Nel corso del filmato vediamo Cage dialogare con gli insegnanti di una scuola elementare; ma ancor più interessante è l’interazione del musicista con i bambini, che forse meglio di chiunque altro riescono a cogliere l’immediatezza delle sue idee, spesso oscurata dall’urgenza filosofico-concettuale delle stesse.

Dopo l’esibizione di Cage a Lascia o raddoppia Bongiorno chiese a Cage se sarebbe rimasto in Italia o avrebbe fatto ritorno a New York. John Cage rispose: “La mia musica resta”. Bongiorno ribatté, senza troppi giri di parole, che avrebbe preferito fosse Cage a restare e che la sua musica andasse via.

Precedentemente, Cage era finito sotto la lente d’ingrandimento del compositore Luciano Berio nel programma C’è musica e musica (1972). Berio, tra l’altro, fu tra quelli che caldeggiarono la partecipazione dell’artista statunitense a Lascia e raddoppia, insieme a un gruppo di amici compositori e personaggi illustri che includeva Bruno Maderna, Umberto Eco, Peggy Guggenheim e altri. Sempre in quel periodo, poteva capitare di imbattersi in Luciano Berio nei palinsesti Rai per interventi sul tema delle avanguardie musicali – ad esempio nel contenitore Settimo giorno con lo speciale Vedere la musica: Berio e la musica contemporanea (1974). L’attenzione per la musica seria si era già esplicitata in programmi come Specchio sonoro (1964) a cura del musicologo Roman Vlad, che analizzava le musiche di compositori d’avanguardia del Novecento come Arnold Schöenberg, Béla Bartók e Igor Stravinskij, o nella prima serata nazional-popolare dell’Anna Moffo Show (1964 e 1967), in cui riuscivano a coesistere, senza troppi problemi, musica colta e canzonette. C’è musica e musica è dunque la riprova di quanto la tv generalista fosse aperta alla divulgazione musicale e culturale. In particolare, l’episodio Nuovo mondo proponeva una rassegna delle ultime avanguardie, mentre quello intitolato Fuga a più voci era un compendio di interviste ai maggiori compositori contemporanei dell’epoca. Le parole di Luciano Berio, tratte proprio dall’episodio Fuga a più voci, danno una misura dei propositi audaci e fuori dagli schemi del programma: “Sappiamo quanto spesso interrogare il passato significhi in realtà nascondersi nel passato e quindi rifiutare il presente. Tanto è vero che quando qualcuno mi dice A me piace la musica contemporanea mi fa un po’ l’effetto di chi dice Tra i miei migliori amici ho degli ebrei o dei negri, affermazione che implica sempre la possibilità di un forno crematorio e dell’impiccagione.”

Tra le personalità di spicco intervenute in C’è musica e musica, figura il compositore tedesco Karlheinz Stockhausen; allievo di Olivier Messiaen e Darius Milhaud, è riconosciuto come un pioniere della musica elettronica e dell’avanguardia novecentesca. Ma quella non fu l’unica incursione di Stockhausen nella tv nostrana. Difatti il compositore apparve insieme all’attrice Lilli Carati – nota per le sue interpretazioni nel cinema di genere tra gli anni Settanta e Ottanta – nel programma di approfondimento Tg l’una, quasi un rotocalco per la domenica ideato da Alfredo Ferruzza, in occasione di una puntata andata in onda l’8 marzo 1981. Il connubio, piuttosto curioso, ebbe un risvolto surreale. Lilli Carati stava attraversando una fase turbolenta della propria vita e si presentò in studio in evidente stato di alterazione psico-fisica. L’episodio viene ricordato ancora oggi per il comportamento controverso del conduttore di turno, il giornalista e scrittore Romano Battaglia, che mancò di tatto ed empatia negli scambi con l’attrice. In tutto questo, Stockhausen sembrò spaesato, in particolar modo alla domanda di Battaglia “Qual è stato il suo più grande errore?”, alla quale il musicista non seppe bene come rispondere.

Di soprano e jazzisti

Ma non furono solo la musica contemporanea e i suoi esponenti a trovare spazio nei programmi di intrattenimento leggero. Sempre per la serie “musicisti classici e quiz televisivi”, Il musichiere (1957-1960), storica trasmissione musicale condotta dal carismatico Mario Riva (che trovò la morte prematuramente e in maniera tragica proprio in palcoscenico, poco prima di dare inizio alla serata finale del festival de Il musichiere all’Arena di Verona, il 21 agosto 1960) ospitò una serie di tenori molto in voga in quegli anni. Nell’Italia del secondo dopoguerra, infatti, i cantanti d’opera erano considerati delle autentiche star – si pensi a personaggi come Maria Callas, Renata Tebaldi o Beniamino Gigli –, con una popolarità che interessava un pubblico eterogeneo e non solo gli appassionati di lirica. In una puntata andata in onda il 20 dicembre 1958, la celebre soprano e attrice Toti Dal Monte si mise in gioco per indovinare le voci di alcuni suoi colleghi (tra cui Tito Schipa, Magda Olivero e Rina Corsi), che interpretavano arie d’opera senza che lei potesse vederli.

Anche la musica jazz ebbe i suoi momenti di gloria nei palinsesti italiani: sempre Il musichiere, tra il 1959 e il 1960, vide la partecipazione straordinaria di personaggi come Nat King Cole, pianista e crooner statunitense tra i più importanti insieme a Frank Sinatra e Dean Martin, e del trombettista Louis Armstrong, emblema del jazz di New Orleans, protagonista di un’intervista molto simpatica in cui combinò alla bell’e meglio italiano e inglese, sempre coadiuvato dal mattatore Mario Riva. Quasi dieci anni dopo, nel 1968, Armstrong approdò di nuovo in Italia e apparve a Quelli della domenica, per un divertente siparietto presentato dall’attore Paolo Villaggio e conseguente esibizione con il brano Grassa e bella, cantato in un italiano improbabile. Il passaggio in tv di Armstrong coincideva con la sua (altrettanto improbabile) partecipazione al 18° Festival di Sanremo come artista in gara. L’esibizione del trombettista, che arrivò al Teatro Ariston per presentare la canzone Mi va di cantare, venne notoriamente interrotta da un giovane Pippo Baudo – al suo debutto alla conduzione del Festival –, che irruppe in scena sventolando un fazzoletto bianco ed evitando che la performance di Armstrong andasse troppo per le lunghe. Si trattò di un malinteso: Armstrong, visto l’ingente compenso ricevuto, aveva immaginato di dover proporre un concerto in piena regola. In seguito dichiarò che era stato pagato troppo “per una sola canzone”, e addirittura venne ipotizzato che Armstrong si credesse un semplice ospite della kermesse e non un partecipante in gara.

Spicca poi lo speciale Rai del 1966, Incontri 1966 – Duke Ellington: Jazz e simpatia(a cura di Ruggero Orlando e Alfredo Di Laura). Il giornalista Ruggero Orlando incontra il compositore Duke Ellington direttamente nel suo appartamento di New York, dando vita a un dialogo approfondito che svela i lati più intimi del musicista. Lo vediamo infatti al risveglio, alle 16:30, ancora tra le lenzuola; poi in cucina, intento a prepararsi dell’acqua calda al posto del caffè; e anche durante una tappa notturna in un night club dove “si beve forte”, ma Ellington sorseggia soltanto del tè. Ne scaturisce l’immagine di un uomo che coniuga “genio e disciplina”, in netta contrapposizione al trito binomio di “genio e sregolatezza”. Il servizio è arricchito dai cameo di personalità come Ella Fitzgerald, stella del jazz, e Aaron Copland, tra i compositori colti più aperti alle contaminazioni stilistiche.

Il tempo di Battiato

Non sono mancate interessanti intersezioni televisive tra artisti di musica pop e sperimentalismi. Non tutti sanno che Ennio Morricone, celebrato perlopiù come autore di colonne sonore e arrangiamenti per brani di musica leggera, prese parte agli esperimenti del Gruppo di Improvvisazione Nuova Consonanza, ensemble di improvvisazione libera vicino alla musica concreta. A questo aspetto della sua carriera venne dedicato un segmento del programma Sapere. Orientamenti culturali e di costume. Incontro con la musica, curato e condotto da Gianfilippo de’ Rossi. La prima puntata, intitolata Il suono (1967) vedeva Morricone intervistato sull’uso dei rumori nell’ambito della moderna espressione musicale.

L’esibizione di Louis Armstrong a Sanremo venne interrotta da un giovane Pippo Baudo, che irruppe in scena sventolando un fazzoletto bianco. Si trattò di un malinteso: Armstrong, visto l’ingente compenso ricevuto, aveva immaginato di dover proporre un concerto in piena regola. In seguito dichiarò che era stato pagato troppo “per una sola canzone”.

Il 29 maggio del 1984, Franco Battiato, all’apice della popolarità, propose un esperimento di concerto telematico durante una puntata speciale di Mister Fantasy, programma cult condotto da Carlo Massarini e ideato da Paolo Giaccio. Rivederlo oggi fa un certo effetto: un momento avveniristico, precursore della “cultura da remoto” che ormai è parte integrante delle nostre vite. L’esibizione riuniva Battiato e Mino di Martino, presenti in studio con Massarini, e gli altri musicisti Giusto Pio, Saro Cosentino, Francesco Messina e Filippo Destrieri, ognuno in collegamento da una parte diversa d’Italia. L’esperimento, che vide l’esecuzione del brano Propiedad Prohibida di Battiato, poté dirsi riuscito. Dal punto di vista tecnico, la natura ambient della performance e l’assenza di una sezione ritmica tradizionale ridussero il rischio di asincronismi. Quello della latenza resta un ostacolo significativo nelle sessioni a distanza, per quanto siano stati fatti passi da gigante: si pensi a LoLa, il sistema di connessione a bassa latenza promosso e sviluppato dal Conservatorio Giuseppe Tartini di Trieste, che permette ai musicisti di suonare in tempo reale da remoto.

Franco Battiato, tuttavia, non era nuovo agli approcci avanguardisti: aveva già attraversato una fase fortemente sperimentale prima di giungere al successo su grande scala, con richiami neanche troppo velati al lavoro di Karlheinz Stockhausen. Al compositore tedesco, Battiato aveva dedicato un album, Clic, pubblicato nel 1974. Il disco conteneva la già menzionata Propiedad Prohibida, che anni dopo venne utilizzata come sigla d’apertura di Tg2 Dossier (anche il non-musicista inglese Brian Eno, un paladino della sperimentazione artistica, compose nel 1987 un tema apposito per il Tg3, che accompagnava il logo audiovisivo della sigla ideato dal pittore e videoartista Mario Sasso). Nel 1978, inoltre, Battiato vinse il Premio Stockhausen di musica contemporanea del Festival pianistico di Brescia e Bergamo con la traccia L’Egitto prima delle sabbie (un solo accordo di pianoforte ripetuto per quattordici minuti), che dava il titolo all’album omonimo. E a proposito di musica pop e telegiornali: il cantante e musicologo Demetrio Stratos apparve in un servizio della rubrica Tg2 Gulliver nel 1979, dando sfoggio delle sue influenze colte. Il frontman degli Area, che tra le altre cose si dedicava all’esecuzione vocale delle musiche di John Cage, dimostrò alcune tecniche vocali estese, tra cui il canto armonico.

Tra il 1987 e il 1989 vennero trasmesse all’incirca quattrocento puntate di una nuova trasmissione, D.O.C.: Musica e altro a denominazione d’origine controllata, ideata da Renzo Arbore per la regia di Pino Leoni – quasi un corrispettivo italiano del celebre Later… with Jools Holland nel Regno Unito o del suo “gemello” statunitense Sunday Night (in seguito Night Music). D.O.C. ospitò diversi artisti pop dalle sensibilità colte e contemporanee: tra questi, un vero e proprio outsider della popular music come David Sylvian e gli esotici Penguin Cafe Orchestra del compianto Simon Jeffes. ll set di Sylvian, in particolare, visse un singolare momento nazional-popolare con l’apparizione tra il pubblico del regista e attore Carlo Verdone, notoriamente un grande fan del cantautore britannico.

Com’è naturale, nel frattempo lo scenario si è trasformato, plasmato dalle innovazioni tecnologiche e dai nuovi assetti dell’industria musicale e della televisione. Come suggeriva il compositore Bruno Maderna nello speciale Rai Un’ora con Bruno Maderna(1971), la musica è un fatto sociale prima che un processo intellettuale o spirituale, e quindi “uno specchio dei rapporti sociali dell’individuo con la società e della società con l’individuo”. Nell’inevitabile mutare dei tempi, è bene ricordare come un approccio laterale alla musica – sebbene non sia mai stato la regola – possa coesistere con le forme di intrattenimento predominanti, fornendo preziosi spunti di riflessione su modi diversi di abitare e interpretare il mondo.


Marco Machera

Traduttore di giorno e musicista di notte – o viceversa. Traduce dall'inglese per Rizzoli Lizard e altri editori. Quando non lavora sui libri, adatta videogiochi in italiano e scrive canzoni.

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