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Sorellanza in vetrina

La corsa per entrare nelle sorority americane diventa un trend virale su TikTok. Tra standard di bellezza esclusivi e codici di appartenenza, la sorellanza si misura in capitale economico e visibilità digitale.

Ogni estate, milioni di utenti in tutto il mondo si sintonizzano su TikTok per seguire il rush delle sorority americane. L’hashtag #BamaRush – riferito all’Università dell’Alabama, epicentro del fenomeno – genera picchi di visualizzazioni che superano i miliardi. Outfit coordinati, coreografie di gruppo davanti a ville in stile pre-Secessione, riti d’iniziazione filmati in tempo reale, tutti elementi che hanno trasformato il fenomeno in un format transmediale, replicabile su più piattaforme, dallo smartphone alla televisione.

Le emittenti se ne sono appropriate, trasformandolo in contenuto per lo streaming con documentari, come Bama Rush di HBO Max, e reality, come A Sorority Mom’s Guide to Rush. Le protagoniste sono simultaneamente performer e pubblico, micro-influencer e concorrenti di un reality diffuso, dove la promessa di sorellanza si intreccia con logiche di personal branding e algoritmi di visibilità. 

Dietro la superficie scintillante emergono però tensioni strutturali mai del tutto superate: costi proibitivi, standard estetici rigidi, esclusioni razziali e di classe.

Anatomia di un rituale 

Il rush è un processo di reclutamento formale che dura circa dieci giorni, solitamente prima dell’inizio dell’anno accademico. Le studentesse interessate – chiamate PNM (Potential New Members) – devono registrarsi pagando una quota di partecipazione all’Università dell’Alabama: 550 dollari non rimborsabili, anche nel caso in cui non venissero selezionate da nessuna sorority. Durante la settimana, le candidate visitano le varie “case” attraverso una serie di eventi a cui partecipano su invito. Ogni giornata prevede un rigido dress code e attività strutturate: dalle conversazioni informali del primo giorno ai colloqui più formali delle fasi successive.

Il RushTok ha generato da un lato un interesse globale: chi non ha mai sentito parlare di sorority si è appassionato a questo microcosmo fatto di gerarchie e codici estetici; dall’altro, ha scatenato la critica feroce: l’accusa di perpetuare standard di bellezza irrealistici e di trasformare l’amicizia in performance.

Il processo è progressivamente selettivo: dopo ogni round, le sorority decidono chi invitare a quello successivo e le candidate classificano le loro preferenze. Chi viene droppata – esclusa da una casa – riceve una chiamata che la informa di non poter proseguire con quella sorority. Il culmine è il bid day, il giorno in cui le ragazze aprono le buste con le offerte finali e corrono verso la loro nuova casa, accolte da coreografie e festeggiamenti filmati ossessivamente. Prima ancora di arrivare al campus, molte ragazze inviano social resumes (curriculum con le attività extrascolastiche, i premi ricevuti, le affiliazioni familiari, soprattutto se ci sono parenti ex membri di quella sorority) e lettere di raccomandazione da parte di ex allieve. Alcune famiglie assumono consulenti privati che preparano le figlie per mesi.

La spettacolarizzazione su TikTok

Ma il punto di svolta di RushTok risale al 2021, quando le sorority ripresero il reclutamento in presenza dopo la pandemia. I video iniziarono a moltiplicarsi: outfit of the day,  tutorial di makeup, tour di stanze decorate con precisione maniacale. L’algoritmo fece il resto, spingendo quei contenuti ben oltre i confini delle università americane. Ragazze di Melbourne, Barcellona, Monterrey all’improvviso si ritrovano a seguire le vicende di studentesse che non incontreranno mai.

Alcune protagoniste raggiungono follower a sei cifre in pochi giorni. Kylan Darnell, ventunenne dell’Università dell’Alabama e membro della Zeta Tau Alpha, diventa il volto del fenomeno, documentando meticolosamente ogni fase del processo. Nell’agosto 2025 si ritira però dai social a causa dei problemi di salute mentale scatenati dall’odio online.

Il fenomeno ha generato reazioni contrastanti. Da un lato, l’interesse globale: chi non ha mai sentito parlare di sorority si è appassionato a questo microcosmo fatto di regole scritte e non scritte, gerarchie invisibili, codici estetici precisi. Dall’altro, la critica feroce: l’accusa di perpetuare standard di bellezza irrealistici, di trasformare l’amicizia in performance, di mercificare l’esperienza universitaria. Per questo molte sorority hanno iniziato a vietare di parlare con i media o postare durante la settimana di reclutamento, nel tentativo di proteggere le ragazze dalle molestie online e dal peso della visibilità.  

La politica dell’esclusione

L’omogeneità visiva di RushTok è impossibile da ignorare. L’aspirante sorella tipo è bianca, abbronzata, con capelli lunghi e lisci, magra, truccata con precisione. Gli abiti seguono codici rigidi: vestiti midi floreali per il primo giorno, abiti più formali per le fasi successive, fino all’outfit perfetto per il bid day. Alcune ragazze spendono decine di migliaia di dollari in guardaroba, voli, consulenze.

Questa estetica non è casuale: è un linguaggio che segnala l’appartenenza a un preciso strato sociale e culturale, quello della southern belle, la bellezza del Sud, che richiama figure come Rossella O’Hara. Le donne competono per incarnare quindi un ideale specifico, non si tratta però solo di estetica ma anche di conformità: la capacità  cioè di aderire a uno standard riconoscibile, capace di rassicurare chi è già parte del gruppo.

La pressione estetica nelle sorority ha conseguenze documentate: diversi studi evidenziano una maggiore incidenza di disturbi dell’immagine corporea e comportamenti alimentari problematici, a cui si aggiunge la pressione delle “sorelle“. Il RushTok amplifica questa dinamica, trasformando il corpo in una vetrina costante, e l’ansia non riguarda solo l’accettazione nella sorority, ma anche quella dall’algoritmo, dal pubblico e dai brand. 

Eppure molte ragazze descrivono l’esperienza come positiva, per via delle amicizie durature e per il sostegno ottenuto in un contesto universitario spesso alienante.  Il problema non è il desiderio di appartenenza, ma le condizioni in cui viene espresso e monetizzato, il processo, le modalità. 

Dietro l’estetica patinata delle sorority si nasconde una storia di esclusione sistematica. Il sistema a cui appartengono, noto come Greek life, prende il nome dalle lettere dell’alfabeto greco che designano fraternity e sorority – un retaggio settecentesco nato per evocare prestigio, cultura e appartenenza a un’élite. Le organizzazioni storicamente bianche del sistema Panhellenic, l’organismo che riunisce le principali confraternite femminili statunitensi, nascono in un’America ancora segregata, riflettendo i valori delle élite del Sud e del Midwest: un ideale di femminilità bianca, borghese e rispettabile. 

L’omogeneità visiva di RushTok è impossibile da ignorare. L’aspirante sorella tipo è bianca, abbronzata, con capelli lunghi e lisci, magra, truccata con precisione. Gli abiti seguono codici rigidi. Alcune ragazze spendono decine di migliaia di dollari in guardaroba, voli, consulenze.

Per decenni, le studentesse afroamericane e di altre minoranze ne sono rimaste escluse, dando vita a proprie reti di appartenenza – le Black Greek-letter Organizations – fondate per affermare solidarietà, leadership e rappresentanza in spazi che negavano loro l’accesso. L’Università dell’Alabama ha aperto ufficialmente le proprie sorority alle studentesse nere solo nel 2013, dopo uno scandalo nazionale e un intervento del Dipartimento di Giustizia statunitense. Ancora oggi, secondo i dati dell’ateneo, gli studenti neri rappresentano appena il 2% dei membri delle organizzazioni greche tradizionalmente bianche.

Il movimento #AbolishGreekLife, emerso negli ultimi anni, denuncia come il razzismo non sia un effetto collaterale ma una conseguenza diretta di un sistema fondato sull’esclusione, e per questo ed altri motivi ne chiede l’abolizione. Alle barriere razziali si aggiungono quelle economiche. Partecipare al rush costa. Se vengono accettate, le ragazze pagano in media 8.400 dollari a semestre per vivere nella casa della sorority, o 4.100 dollari se vivono altrove. A questi si sommano i costi per eventi, regali, viaggi, abbigliamento. L’ascesa dei rush coach, veri e propri preparatori per superare le prove, ha aggiunto un ulteriore livello di disuguaglianza. Alcune famiglie pagano fino a 10.000 dollari per mesi di servizi che possono iniziare già al liceo: preparazione ai colloqui, gestione dei social media, scelta degli outfit.

Questa industria, alimentata dalla popolarità di RushTok, trasforma l’appartenenza in un bene di lusso. Chi può permettersi un consulente ha un vantaggio competitivo netto. Chi no, parte svantaggiato. Il risultato è un ambiente prevalentemente bianco e alto-borghese, dove la “sorellanza” è accessibile solo a chi può investire migliaia di dollari nel processo.


Lucia Antista

Giornalista pubblicista, scrive di cultura, arte e fenomeni digitali per diverse testate, tra cui Lampoon, Siamo Mine, Artribune e Artslife. Come autrice televisiva ha lavorato per i programmi di La7 e del gruppo Class editori.

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