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Algospeak: l’algoritmo ha colonizzato il linguaggio

Lo spazio online è un terreno fertile per la nascita di slang e nuovi linguaggi. Dai fandom ai gruppi politici, una grammatica invisibile attraversa i nostri discorsi, dentro e fuori lo schermo.

La morte in diretta di Charlie Kirk, colpito da un proiettile sul palco della Utah Valley University, è stata ripresa da decine di smartphone, in live streaming, con video diventati virali nel giro di pochi secondi.

Quando in Italia hanno iniziato a circolare notizie sull’identità del presunto assassino, Tyler Robinson, tv e quotidiani si sono concentrati sul dettaglio del proiettile firmato con “Bella Ciao”. Foto di cui abbiamo solo ricostruzioni digitali, oltre alla storia di un ventenne cresciuto in una famiglia repubblicana e pro-armi, che si dice fosse vicino alla sottocultura alt-right dei Groyper. D’altra parte c’è chi fa evidenziare le chat private con la partner in cui attaccava Kirk di essere un seminatore di odio. Mentre scrivo, non possiamo dire se Robinson fosse un radicalizzato di sinistra e non possiamo dirlo nemmeno se lo fosse a destra. Per quanto mi riguarda, la sensazione è che l’urgenza di voler attribuire un’etichetta politica a Robinson sia più un’esigenza giornalistica o, di fazioni politiche che per fare propaganda si addossano la colpa morale.

Il mio feed negli ultimi giorni mi ha proposto video che avanzavano ipotesi alternative, come quelli in cui si sostiene che gli addetti alla sicurezza di Kirk si siano scambiati segnali criptici pochi istanti prima dello sparo. Contenuti che catturano più facilmente la mia attenzione rispetto alle interviste a giornalisti o politici “istituzionali”, e l’algoritmo lo sa bene. Successivamente il flusso delle raccomandazioni mi ha portato a videomontaggi generati con l’intelligenza artificiale, in cui Kirk appare seduto accanto a Iryna Zarutska, la profuga ucraina brutalmente uccisa a Charlotte il 22 agosto da un pregiudicato afroamericano. I due soggetti sono trasformati in un meme della destra, rappresentati come due figure angeliche, consapevoli della loro fine e seduti uno a fianco l’altro nello stesso bus in cui la ragazza è stata uccisa. Ci sono video in cui Kirk salva Zarutska, altri in cui è in paradiso e abbraccia JFK, Martin Luther King o lo stesso Gesù Cristo. La mia attrazione per un certo trash americano ha fatto sì che io guardassi per intero decine di questi video e che cominciassi a sprofondare nella propaganda MAGA e del suo linguaggio.

La macchina del linguaggio

Secondo Adam Aleksic, linguista americano noto come The Etymology Nerd su TikTok, autore del recente Algospeak: How Social Media is Transforming the Future of Language, la comunicazione sui social non è più soltanto linguaggio umano: è linguaggio che viene filtrato, rimodulato e piegato dalle logiche degli algoritmi attraverso cui viaggia. Alcune parole, se troppo esplicite, vengono penalizzate; altre, se particolarmente capaci di generare engagement, vengono invece amplificate. È in questo ring della parola che nasce l’algospeak: un lessico ibrido in cui gli utenti reinventano il linguaggio per aggirare i filtri delle piattaforme e massimizzare la visibilità dei propri contenuti.

Nei forum come 4chan, termini come cuck, snowflake, redpill una volta servivano a segnalare l’appartenenza a una cerchia ristretta. Ma con il tempo queste parole hanno iniziato a viaggiare su altre piattaforme, spinte dai meccanismi di engagement.

Inizialmente il termine indicava soltanto il linguaggio criptato usato per eludere la censura online. Come l’emoji del cocomero per parlare di Gaza. Ma Aleksic ne amplia la definizione fino a includere qualsiasi forma di linguaggio plasmata dagli algoritmi dei social. Non si tratta più solo di sostituzioni ironiche o eufemistiche – unalive al posto di dead, seggs invece di sex – ma di un’intera grammatica influenzata dalle logiche di distribuzione algoritmica. Come scrive l’autore: “Gli algoritmi non ci offrono soltanto sinonimi edulcorati; stanno giocando un ruolo determinante in ogni aspetto dell’etimologia moderna”.

Più in generale, nell’algospeak possiamo intendere tutti quei fenomeni che sono definiti dal rapporto tra uomo e macchina nell’ambito della comunicazione online. Di questo rapporto fanno parte le echo chamber e quei modelli che creano un rapporto biunivoco in cui noi influenziamo cosa vogliamo guardare e l’algoritmo influenza ciò che noi vogliamo vedere. Ad esempio, gli utenti fan del K-pop ricevono in modo sproporzionato raccomandazioni di contenuti di cantanti coreani, pieni di terminologie a loro familiari, come delulu o sasaeng, il che significa che altri contenuti vengono necessariamente filtrati. L’utente amante del K-pop viene risucchiato più a fondo nella tana del coniglio della sua passione, creando un senso di appartenenza che rinforza la sua opinione di apprezzamento nei confronti del pop coreano.

Redpill o brat?

Di quale club faccio parte se decido di passare minuti su minuti a sollazzarmi sui video di teorie alternative – e per quanto mi riguarda, probabili tanto quanto quelle che ci propone la via ufficiale dell’FBI – alla morte di Charlie Kirk? Se guardo i profili che mi vengono proposti ho la sensazione che ruotino attorno alla sfera dei contenuti prodotti da pagine vicine all’alt-right. Non importa se, per principio, non condivido quel mondo: basta che resti a guardare senza scrollare, e per l’algoritmo divento comunque parte del club.  Ma è davvero così? O forse parliamo la lingua dell’alt-right senza farne parte? Secondo Aleksic il lessico dell’alt-right è un caso esemplare di come l’algoritmo trasformi parole nate in spazi marginali in codici diffusi e riconoscibili. Nei forum come 4chan, termini come cuck, snowflake, redpill una volta servivano a segnalare l’appartenenza a una cerchia ristretta, a dimostrare di conoscere il linguaggio occulto che separasse l’iniziato dal mondo dei “normie”. Ma con il tempo queste parole hanno iniziato a viaggiare su altre piattaforme, spinte dai meccanismi di engagement: diventano meme, vengono riprese ironicamente, e proprio per questo riescono a circolare più velocemente. Sebbene termini come simp e cuck siano sicuramente più vecchi della manosfera o dell’universo incel, è tramite questi gruppi sociali che entrano nel dizionario della Gen Z o Alpha (e, seppur meno frequente, nei millennial).

Allontanandoci dal discorso alt-right, diventa evidente come il linguaggio comune sia sempre più colonizzato da espressioni che nascono in fandom e sottoculture online, prima di diffondersi nel parlato quotidiano. Formule come “in my era” o “my brat summer”, originate rispettivamente dal fandom di Taylor Swift e da quello di Charli XCX, appartengono a quello che i linguisti definiscono fanilect: una crasi tra fan e idiolect che indica il lessico specifico generato da comunità di fan. In questi spazi, il linguaggio non è solo strumento di comunicazione, ma dispositivo identitario: costruire termini come Gaylor (la teoria secondo cui Taylor Swift sarebbe gay), Haylor (il nome di coppia con Harry Styles) o Hiddleswift (con Tom Hiddleston) significa produrre una grammatica condivisa che funge da collante sociale.

Colpisce la capacità di queste parole di superare i confini digitali per sedimentarsi nella lingua delle interazioni fisiche. In Italia, casi come sta cucinando , traduzione dall’inglese he’s cooking, resa popolare dal rapper Lil B, testimoniano questo processo: un’espressione nata per segnalare la creatività di un artista diventa formula di uso comune per indicare che qualcuno “sta combinando qualcosa di interessante”. Altri esempi, come letsgoski, nato da un creator di nome Marinoski (poi reso noto da Blur) e diffusosi come grido di incoraggiamento nelle partite online a Fortnite, mostrano come il lessico di micro-comunità digitali possa diventare patrimonio linguistico di intere generazioni. Ancora più evidente è il caso della community di Dario Moccia, che ha sviluppato un vero e proprio dizionario interno (mio padre, pefforza) poi penetrato nel linguaggio dei liceali italiani. La cultura meme non è più confinata all’ambiente online, ma diventa laboratorio di innovazione linguistica che riscrive il registro colloquiale e penetra nella conversazione quotidiana.

Ultraviralità

Accanto alle nuove creazioni linguistiche, ci sono parole già esistenti che conoscono una nuova fortuna grazie alla circolazione digitale. Un esempio è “sono (letteralmente) ingiocabile”, espressione che nel gergo videoludico descrive qualcuno di talmente forte da risultare impossibile da battere. Allo stesso modo, termini ormai consolidati come flexare, GG (Good Game), lore, aura o cursato provengono da specifiche comunità online ma hanno oltrepassato i loro contesti originari fino a diventare parte del linguaggio giovanile comune.

Anche il Brain Rot, secondo l’autore del saggio, è nato nei circoli incel, dove l’espressione era usata per descrivere il percepito declino dell’intelligenza derivante dalla mancanza di interazione sociale. Ora che si è diffuso, al punto tale da vederlo anche su albi di figurine nelle edicole, nella sua incarnazione all’italiana, vale la pena dire che questo è un termine che fa parte del genere dei termini del doomslang, utilizzato dai più giovani, che include espressioni iperbolicamente negative (come wagecuck). Il termine Brain Rot si è diffuso in parte perché l’algoritmo prospera sulla negatività e in parte perché conferma le prospettive culturali esistenti.

I creator usano parole di tendenza, ma a un certo punto queste iniziano a circolare così tanto nella engagement treadmill (il ciclo in cui l’engagement genera più engagement) che risultano abusate e prive di significato. Nonostante ciò diventano un fenomeno epidemico capace di infettare personaggi inaspettati come Gerry Scotti. Il Brain Rot, come ogni fenomeno memetico, muta la forma: sono passati di moda le creature à la Bombardino Crocodilo ma l’estate del 2025 è stata quella in cui l’IA, nei modelli di generazioni di video come Veo 3, ha creato la moda dei video skibidiboppi, opere nonsense in cui si vedono suore andare in bicicletta e lanciarsi da un dirupo mentre urlano “Forza Napoli!”.

Attenzione e ambiguità

Nel 2005, su un forum religioso, christianforums.com, un utente di nome Nathan Poe enunciò in un thread un principio che avrebbe fatto scuola: senza un segnale esplicito di ironia, come un’emoticon, una parentesi autoesplicativa, è impossibile distinguere una parodia del fondamentalismo dal fondamentalismo stesso. Tanto la caricatura quanto l’oggetto della stessa sono intrinsecamente eccessivi, strampalati, al punto da sovrapporsi. Quella che oggi viene conosciuta come Legge di Poe ci dice che nel contesto delle piattaforme social l’ambiguità genera interazioni, le interazioni alimentano il flusso, e il flusso diventa la misura della rilevanza.

La cultura meme non è più confinata all’ambiente online, ma diventa laboratorio di innovazione linguistica che riscrive il registro colloquiale e penetra nella conversazione quotidiana.

Un intero sottogenere di reel contemporanei si regge su questa ambiguità strutturale. La comicità nera rivolta a comunità e temi sensibili come ebrei, mondo arabo, minoranze LGBT, India e Pakistan, funziona come provocazione politica e come strumento di engagement: ciò che oscilla tra ironia e propaganda genera inevitabilmente più interazioni. Il meme del distracted boyfriend che mi è passato sotto gli occhi, in cui Israele è la fidanzata trascurata e la giovane in uniforme delle SS l’oggetto del desiderio mostra bene questa dinamica, tra shitposting e ideologia mascherata da satira, dove le due cose si confondono. L’indecidibilità è parte integrante del suo funzionamento.

Lo stesso meccanismo governa le narrazioni proliferate attorno all’omicidio di Charlie Kirk e al suo assassino convivono con celebrazioni e condanne politiche opposte. La cosa interessante che ci dicono le scritte sui bossoli di Robinson, “If you read this you’re gay, LMAO”, “Hey fascist, catch!” seguito dalle frecce direzionali che servono per lanciare una superbomba in Helldivers 2 e un riferimento a un meme sulla sottocultura Furry è che il ragazzo volesse incorniciare la propria azione di estetica shitposting, ennesimo vocabolo fondamentale di Internet, segnato nel saggio di Aleksic all’interno del dizionario originale di comunità 4chan. Quindi di dare azione all’apparente nonsense, portare il trolling nel mondo reale con un boato. E aggiungiamo niente di veramente nuovo, se uno pensa ai casi noti come Christchurch nel 2019 o al Buffalo Shooting del 2022, in cui gli autori degli omicidi avevano già proposto un manifesto di tale estetica. Tutte queste letture assumono la forma di algospeak, un linguaggio in cui ironia, teoria del complotto, commento politico e satira si sovrappongono fino a risultare indistinguibili. 

È proprio questa indistinzione a garantire la viralità: ciò che non può essere interpretato univocamente viene comunque diffuso, perché l’ambiguità stessa costituisce un valore nell’economia dell’attenzione. Alla fine, il processo risponde a bisogni primari di visibilità, essere likeati, letti, seguiti, condivisi e alla necessità di appartenenza a una comunità, spesso inconsapevole. In questo senso, la sintesi tra pratiche discorsive e filtri algoritmici non si limita a modulare il linguaggio online e ne colonizza le forme, producendo un lessico che oltrepassa i confini digitali e diventa parte integrante del nostro modo di descrivere il mondo.


Diego De Angelis

Diego De Angelis è laureato in Storia, fa il redattore culturale e il programmatore informatico. Ha collaborato con Vice, Esquire, Not, occupandosi perlopiù di cultura e arti. Oggi scrive regolarmente per la rivista Indiscreto.

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