La trasposizione Netflix del romanzo di Tomasi di Lampedusa è apparsa a molti come uno specchio di questi tempi, tra ricercatezza estetica e troppe semplificazioni. Eppure c’è molto di più. Ne parliamo con Raffaello Piraino, consulente della serie e tra i maggiori collezionisti italiani di abiti d’epoca.
Potremmo partire dalla sequenza in cui il Principe di Salina avanza all’interno del Monastero di Santo Spirito, luogo simbolo dell’immaginario paese di Donnafugata, in cui sorge la sua residenza estiva. Lo hanno seguito da Palermo anche la moglie e le figlie, come figure di un acquerello perfettamente cristallizzato in quell’Unità nazionale che, per la Sicilia delle stirpi di sangue blu e del latifondo, avrebbe chiuso un’epoca irripetibile.
Non è difficile, girando oggi per le strade aggrovigliate di Palma di Montechiaro, individuare il Monastero delle Benedettine sul quale Tomasi di Lampedusa si basò per ambientare alcuni momenti de Il Gattopardo: un romanzo che non ebbe il tempo di vedere pubblicato e di cui non avrebbe mai immaginato un successo così grande e duraturo. L’edificio, voluto a metà del Seicento da un suo avo (Giulio Tomasi, passato alle cronache locali come il “Duca santo”), è caratterizzato da una gradinata che nelle giornate d’estate sembra riflettere la luce, proiettandola con incredibile intensità sulla facciata color crema.
Ombrelli, sassi e merletti
Il taglio che si è deciso di dare a questo nuovo adattamento del libro, dopo l’ormai leggendario lungometraggio di Luchino Visconti uscito nel 1963, è riassumibile proprio nella scena del monastero, quando il Don Fabrizio interpretato da Kim Rossi Stuart entra nel chiostro insieme alle “donne di casa”. Ognuno dei personaggi è abbigliato secondo la moda dell’epoca, con un’attenzione maniacale persino negli accessori: da cappelli e calzature che meriterebbero un fermo immagine, fino agli ombrelli ornati di pizzo che venivano adoperati dall’alta società per ripararsi dal sole. Il campo si allarga assecondando le luci di una fotografia particolarmente suggestiva, mentre la telecamera mostra le monache vestite di bianco e la famiglia del Principe attorno alla roccia miracolosa che la Beata Corbera, antenata di Don Fabrizio, aveva sospeso nell’aria dopo un attacco del demonio. Bene, prendiamoci un attimo per ragionare.
Il sasso che si trasforma nell’enorme porzione di roccia è una metafora perfetta di come diverse scelte, nella sceneggiatura della produzione Netflix, abbiano mirato talvolta all’eccesso piuttosto che all’eleganza.
Nelle pagine di Tomasi di Lampedusa, in realtà, non c’è traccia di questo macigno che somiglia a un idolo pagano, ma si parla semplicemente di un sasso. Lo stesso che, in effetti, è tuttora conservato nel Monastero delle Benedettine di Palma di Montechiaro, e che si può vedere facilmente cercando in rete il documentario che Ugo Gregoretti girò nel 1960 con il titolo La Sicilia del Gattopardo. Ecco, il sasso che si trasforma nell’enorme porzione di roccia è una metafora perfetta di come diverse scelte, nella sceneggiatura della produzione Netflix, abbiano mirato talvolta all’eccesso piuttosto che all’eleganza. Una su tutte? Angelica che “bacia” sensualmente l’occhio ferito di Tancredi. “A Palermo si è molto discusso in merito alla raffinatezza formale e alle contraddizioni della serie, talvolta persino su dettagli in fin dei conti secondari. Fa sorridere tuttavia che proprio il documentario di Gregoretti sia, in un certo senso, fortemente legato all’inizio della mia collezione di abiti d’epoca: un archivio che è stato utilizzato come una vera e propria fonte storica per il guardaroba di ognuno dei sei episodi. Tutto torna”. A parlare è Raffaello Piraino, artista, docente, ricercatore, amico intimo di Leonardo Sciascia e figura importantissima della scena culturale palermitana.
Gli abiti della Casa Museo Piraino
A prescindere dalla trasformazione della serie nella controparte più eccessiva e rumorosa del romanzo, l’idea di confezionare un prodotto da vendere alla platea internazionale attraverso scenografie sontuose, punteggiate di costumi bellissimi e impreziosite da una fotografia al cardiopalmo non è affatto sbagliata.
L’idea che Il Gattopardo fosse al centro di un “revival”, per così dire, qui in città ha causato quasi sgomento. Il lavoro di Visconti è considerato da molti l’unico possibile. Quando la troupe è approdata a casa mia per avere un confronto sulla scelta dei costumi, sia quelli dei nobili che quelli indossati dal popolo, ho invece avuto modo di interagire con il loro reparto sartoria e osservare il modo in cui si muovevano. Soprattutto il costume popolare non è semplice da ricreare perché molto meno documentato, eppure mi sono reso conto che i loro modelli erano abbastanza vicini alla realtà storica palermitana del 1860.
La collezione conta migliaia di pezzi: visitare la Casa Museo è un viaggio incredibile nella società e nella cultura siciliana di tre secoli diversi. Si sarà rivelato senza dubbio interessantissimo da studiare per chi ha lavorato al vestiario del cast e delle comparse.
Ho cercato di mettere a disposizione tutto ciò che è nelle mie possibilità per dare informazioni e suggerimenti sugli abiti. Devo dire che il risultato mi è sembrato ottimo, ma non sempre si parte già con le idee chiare. Ricordo ancora il film di Florestano Vencini girato nel 1972, Bronte: cronaca di un massacro che i libri di storia non hanno raccontato, anche quello legato all’epopea garibaldina. La produzione chiese a Leonardo Sciascia di collaborare per l’inquadramento storico e a me – attraverso il Teatro Massimo di Palermo – di fare da consulente per i costumi. In quel caso era stato fatto un vero disastro e ho dovuto cambiare tutto: avevano vestito le donne del popolo con grembiuli fiorati e i contadini di colori brillanti, mentre storicamente a prevalere era quasi sempre il nero del lutto e della povertà. Basta pensare che le scarpe in quei contesti erano fatte solo di corda, senza cuoio neanche per le suole. L’ambientazione del film, piuttosto che un piccolo paesino siciliano, rischiava di sembrare la Bassa Baviera.
Curioso notare come il romanzo di Tomasi di Lampedusa, nel 1958, fosse una storia molto più distante dal gusto dei lettori (e dalle richieste del mercato) di quanto non lo sia adesso, in un momento nel quale la Sicilia che piace è quasi sempre quella del liberty e delle granite in corsetto, e non quella della strage di Bronte o della “questione meridionale”. Penso al successo de I Leoni di Sicilia.
Qui a Palermo, a dire la verità, quando ci sono progetti di questo tipo è quasi scontato che si passi da casa mia. A volte per semplice curiosità, altre per un dialogo più tecnico sui costumi indossati da attrici e attori. Nel caso de I Leoni di Sicilia, prima ancora che iniziassero le riprese, mandarono da Roma delle persone per studiare sui modelli della collezione. Tuttavia devo ammettere che chi di dovere non si è rivelato all’altezza della situazione, purtroppo. Talvolta capita.
L’idea che Il Gattopardo fosse al centro di un “revival”, per così dire, qui in città ha causato quasi sgomento. Il lavoro di Visconti è considerato da molti l’unico possibile.
All’inizio raccontava che la collezione ha delle connessioni con il documentario di Ugo Gregoretti.
Ho sempre comperato quadri, sculture e curiosità varie, frequentando assiduamente il mercatino delle pulci e vari rigattieri di Palermo. Un giorno mi sono imbattuto in alcune casse che contenevano un corredo femminile d’epoca tardo ottocentesca, tra cui c’era un bellissimo abito di seta che acquistai subito. Fu l’inizio di qualcosa, in un certo senso. Se avessi immaginato come andava a finire, mi sarei accaparrato tutto il lotto senza pensarci un secondo! Sono tornato in quel negozio il giorno dopo e trovai la troupe di Gregoretti che girava una scena de La Sicilia del Gattopardo, scoprendo così che si trattava probabilmente del corredo di quella che nel romanzo è Concetta, la primogenita di casa Corbera: una principessa palermitana che è realmente esistita, così come buona parte dei personaggi del libro. Compreso Don Fabrizio, ovviamente.
È nella proiezione tra il nipote, cioè Giuseppe Tomasi di Lampedusa, e il bisnonno – Giulio Fabrizio, il vero Gattopardo – che i capitoli del romanzo, a fine anni Cinquanta, raccontavano l’Unità d’Italia nascondendovi all’interno uno specchio in frantumi del secondo dopoguerra. La villa dell’imponente Principe astronomo a Piana dei Colli, non a caso, è un luogo simbolo della produzione Netflix, così come del lungometraggio di Visconti.
Nel 1962 ho avuto la fortuna di essere presente alle riprese del film come assistente del mio professore di pittura all’Accademia di Belle Arti, che aveva ricevuto l’incarico di eseguire i finti affreschi della villa. Quella realmente abitata dall’antenato dello scrittore era ormai abbandonata da tempo, a tal punto che nel salone razzolavano le galline. E così ho sbirciato le scenografie di Visconti e ammirato quel mondo che non c’era più ma che era stato perfettamente ricostruito, anche attraverso i costumi. Che meraviglia. Due anni fa sono stato anche sul set della serie, durante la scena del ballo.
Immagino che, per deformazione professionale, siano stati i movimenti degli abiti femminili durante il valzer ad attirare subito la sua attenzione.
Infatti, ecco un’ultima suggestione. Piero Tosi, il costumista del film di Visconti, aveva vestito le dame presenti al ballo con le gonne sostenute dalla cosiddetta crinolina rotonda, che le rendeva molto ampie. Nella ritrattistica palermitana del tempo però non c’è traccia di questi modelli. Parlandone con lui, anni dopo, mi confermò che per esigenze artistiche gli era stato chiesto di basarsi sulla moda che c’era alla corte francese, in cui gli abiti delle nobildonne erano più appariscenti. Per l’ultimo valzer di Don Fabrizio nella serie, invece, le figure femminili sono vestite con una accuratezza storica e culturale maggiore. Anche se – diciamoci la verità – il magnetismo di Claudia Cardinale nei panni di Angelica è assolutamente irreplicabile, a prescindere dalla crinolina.
Carlo Babando
Giornalista, scrittore e docente di letteratura italiana e storia. Ha collaborato con Mucchio Selvaggio, Mucchio Extra e dal 2014 firma recensioni e retrospettive sulle pagine di Blow Up, curando una rubrica mensile interamente dedicata alla cultura afroamericana. Lavora a vario titolo nel campo della musica, della radio e della televisione. È autore di Marvin Gaye. Il sogno spezzato (2016), Blackness (2020) e Miss Black America (2024).
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