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La terza vita di Tom Cruise

Dall’esordio al successo con Mission Impossible, dai divorzi a Scientology, fino alla rinascita come ambasciatore dello star system hollywoodiano. Indagine sulla vita e la carriera di Tom Cruise, l’attore più potente del cinema americano.⁠

Oggi Tom Cruise è il divo del cinema per antonomasia, uno dei pochi rimasti con lo star power necessario a portare il pubblico in sala. Come ha mantenuto questo status per quarant’anni mentre Hollywood si rivelava incapace di proteggere e ampliare il suo pantheon? Trovare una risposta è una missione impossibile, perché Cruise ha legato il suo destino così saldamente a quello del cinema da diventare piuttosto arduo scinderli. Come ogni bravo leader infatti ha riscritto la sua intera ascesa al successo come una profezia che si avvera, mentre cambiava pelle per mantenere lo status di star über alles in un mondo in continuo mutamento.

Stella nascente del brat pack

Quando esordisce nel 1981 in Amore senza fine di Franco Zeffirelli, Cruise è uno dei tanti attori statunitensi in rapida ascesa. Non che non si distingua, anzi: già eccelle, tanto che un fuoriclasse come Paul Newman lo prende sotto la sua ala protettiva sul set di Il colore dei soldi di Martin Scorsese. Per i dieci anni successivi, Cruise infila un grande film dietro l’altro, alternando pellicole pensate per il botteghino a titoli di cineasti riveriti come Francis Ford Coppola e Oliver Stone. Riscrive il mito del maschio americano con Top Gun e affronta il tema dell’autismo in Rain Man – L’uomo della pioggia. Seduce le platee con Cuori ribelli e Intervista col vampiro, convince sul fronte drammatico con Codice d’onore e Nato il quattro luglio.

Finisce così nel profetico profilo di David Blum su New York Magazine che conia il termine brat pack per descrivere i nuovi divi di Hollywood: il ventitreenne Cruise è the hottest of them all. Nella sostanza non è così differente da Sean Penn, Nicolas Cage, Matt Dillon. Si limita a essere il migliore di un gruppo in cui tutti aspirano al denaro, alla fama e al riconoscimento critico. 

Il 22 maggio 1996 arriva in sala il primo capitolo del franchise in cui Tom Cruise interpreta Ethan Hunt, personaggio i cui confini si sono via via così sovrapposti a Tom Cruise da diventarne l’alter ego. Il successo clamoroso di questo ruolo è stato il grimaldello attraverso cui l’attore è riuscito a ottenere il potere di sedere nella stanza dei bottoni quando si prendono decisioni su chi scriverà e dirigerà cosa.

All’inizio degli anni Novanta si affermano star come il coetaneo Brad Pitt e il più giovane Leonardo DiCaprio. Insieme a Cruise, sono gli unici oggi a mantenere quello status di divismo vecchia maniera che combina star power, affabilità di persone alla mano e un’allure da vip inavvicinabile. Mentre gli ex compagni del brat pack ancora in circolazione sono diventati “grandi vecchi del cinema”, Cruise resiste al passar del tempo meglio di quelli che sarebbero dovuti essere i suoi eredi.

La vera nascita cinematografica di Tom Cruise come lo conosciamo oggi avviene però il 22 maggio 1996: una data così importante da comparire con molta enfasi ma senza alcuna spiegazione in merito in Mission: Impossible – The Final Reckoning. Proprio quel giorno arrivava in sala il primo capitolo del franchise in cui Tom Cruise interpreta Ethan Hunt, uomo che riesce a rendere possibile l’impossibile, personaggio i cui confini si sono via via così sovrapposti a Tom Cruise da diventarne l’alter ego. Il successo clamoroso di questo ruolo è stato il grimaldello attraverso cui l’attore è riuscito a ottenere il potere di sedere nella stanza dei bottoni quando si prendono decisioni su chi scriverà e dirigerà cosa.

Quello di Mission: Impossible è un successo così epocale da avere anche un risvolto negativo per le ambizioni di Cruise. Nel 1999 è protagonista al fianco dell’allora moglie Nicole Kidman in Eyes Wide Shut di Stanley Kubrick, ma solo a lei viene riconosciuto lo status d’interprete di spessore. L’impressione è che il successo stratosferico dei suoi film d’azione lo renda meno credibile nella cornice del cinema d’autore, che pure frequenta fin dagli inizi. Cruise non molla, ci riprova con Magnolia di Paul Thomas Anderson, poi con Vanilla Sky di Cameron Crowe. Raggiunge il picco di plauso critico qualche anno più tardi con Collateral di Michael Mann, ma il film viene ignorato dal pubblico, mentre gli incassi dei vari Mission: Impossible crescono sempre più.

That awkward moment

Cruise è già uno dei re di Hollywood, ma ha qualche crisi personale da gestire con attenzione. Il matrimonio glamour con Nicole Kidman arriva infatti dopo il divorzio da Mimi Rogers nel 1990. La rottura si consuma quattro anni dopo l’adesione a Scientology dell’attore, introdotto nell’organizzazione proprio da Rogers. Successivamente si scoprirà che il loro divorzio è stato orchestrato dai leader del movimento. Come raccontato nel libro denuncia A Billion Years, Scientology avrebbe spinto Cruise a rompere con Rogers per legarsi sentimentalmente a Nicole Kidman, nella speranza che anche lei aderisse al movimento.

Sempre più sotto l’influenza di Scientology, Cruise va incontro alla prima e unica crisi della sua carriera: il 23 maggio 2005 la star è protagonista del singolo passaggio televisivo più famigerato del decennio. Di fronte a un’attonita Oprah Winfrey, Tom Cruise si mette a saltare sul divanetto color panna del talk show più popolare d’America. A riguardarla oggi l’intervista è ancor più surreale di quanto ricordiamo, tanto da dare l’impressione che Tom Cruise non sia in sé. In quella che è la singola peggior battuta da lui mai pronunciata davanti alla telecamere, Cruise proclama a Oprah di essere innamorato. Balza sul divano, rimane in piedi sul cuscino per qualche secondo, ridiscende, si siede. Ripeterà l’azione poco dopo, mettendo da parte la promozione di La guerra dei mondi per annunciare il suo fidanzamento con Katie Holmes. 

Solitamente in pieno controllo, Tom Cruise non riesce ad atterrare uno stunt facilissimo: quello di legare la promozione di un film a un nuovo rapporto sentimentale, uno dei trucchi più vecchi di Hollywood. Improvvisamente il divo appare scollegato da quella figura amichevole che il pubblico ama. Quel pubblico Cruise finisce per metterlo a disagio. Si apre un decennio complicato per l’attore e a Hollywood serpeggia l’impressione che la sua stella possa appannarsi. D’altronde è successo praticamente a tutti i suoi coetanei e a due generazioni di star dopo di lui. 

In realtà sul fronte lavorativo Cruise si prende parecchi rischi. Spogliato della sua bellezza grazie al trucco di scena – invecchiato in Collateral, appesantito e semi calvo in Tropic Thunder – il talento di Cruise torna a brillare. È il momento peggiore però per tentare la strada della consacrazione ad attore “serio”. Con il divorzio da Katie Holmes nel 2012 si aprono le prime crepe visibili nella figura pubblica. La sua posizione è talmente debole (in termini relativi: è pur sempre Tom Cruise) che le tre ex mogli si arrischiano a confermare di averlo lasciato per i suoi contatti stretti con Scientology. In un’intervista Holmes confessa di essersi separata per tenere la loro figlia Suri fuori dall’organizzazione, ricostruzione poi confermata dall’attore. Il divo rescinde i legami con la bambina, mentre è legatissimo ai due figli adottati con Nicole Kidman e cresciuti dentro Scientology, dalla cui vita è stata invece esclusa l’attrice australiana.

Nel frattempo Cruise ha trovato il suo personal branding, accreditandosi come colui che non accetta mai un “no, non si può fare”. Da veicolo promozionale, i dietro le quinte di Mission: Impossible diventano una filmica leggendaria in cui Cruise si cimenta in sequenze pericolose anche per i cascatori professionisti. Di fatto diventa uno stuntman, evoluzione che però non è una narrazione straordinaria. Presentarsi come la star che fa gli stunt da sé invece sì. È una suggestione così potente che cominciano ad adottarla anche i colleghi.

Presenziando sui neonati social media in maniera istituzionale come i pontefici e i capi di stato, Cruise supera così una crisi reputazionale che pareva irreversibile. Il divano e Scientology fanno ormai parte della sua figura, ma diventano un riflesso del prisma della sua eccezionalità. Ogni comportamento sopra le righe viene derubricato a normalità nel piano del reale in cui si muove Cruise, che non è nemmeno più quello degli altri divi, figurarsi se ha qualcosa a che fare con i comuni mortali.

Gli anni della rinascita

La terza vita di Tom Cruise passa attraverso la piaga della pandemia. Il conseguente lockdown azzera per mesi gli introiti dei cinema, dando uno straordinario assist all’ascesa delle piattaforme streaming. Nel pieno della crisi delle sale, Cruise subisce la tentazione del demonio, incarnato da Netflix.  Paramount infatti ha fermo ai blocchi di partenza un film potenzialmente enorme: il sequel di Top Gun. Tenere in stallo un titolo pronto all’uscita costa cifre ragguardevoli, specie quando non puoi contare su nessun incasso perché i cinema sono chiusi. Netflix lo sa e si dice metta sul tavolo quattrocento o forse addirittura cinquecento milioni di dollari per portare Top Gun: Maverick sulla sua piattaforma senza passare in sala. La N rossa vuole prendersi la verginità televisiva di Cruise, l’ultima grande star a resistere alle sirene dello streaming, con quel genere di colpo che può cambiare il corso della storia.

Il 18 maggio 2022, il giorno del suo passaggio trionfale in Croisette, Cruise rinasce come ambasciatore del cinema. Il divo ritrovato finalmente può presentarsi come una figura solida, che rassicura un’intera industria. Cosa accomuna il CDA di Paramount ai ragazzi dei popcorn? Il fatto che tutti – almeno nella narrazione cruisiana – abbiano il numero privato della star, dagli alti papaveri ai lavoratori più umili.

Sempre attento a costruire il mito di sé stesso, Cruise si appropria della narrazione in quel momento cruciale, dipingendosi come il consigliere testardo che sostiene Paramount nella sua scelta saggia. Durante un talk pubblico al Festival di Cannes, l’attore ricorda così quei giorni di grande incertezza: “i ragazzi che vendono i popcorn nel mio cinema mi chiamavano tutti i giorni pregandomi di far uscire Top Gun: Maverick in sala quando avrebbero riaperto, di non cederlo alle piattaforme. Li ho tranquillizzati: bisogna creare l’ambiente giusto per tirare fuori il potenziale di una storia. […] Quando un film è finito, lo voglio vedere al cinema e solo lì”.

Accade nel 2022, quando Cruise salva anche le sorti del Festival cinematografico più prestigioso al mondo, mentre molte star statunitensi rimangono a casa per paura del COVID. Il divo invece tende la mano a una manifestazione da anni ai ferri corti con Netflix proprio per il nodo della distribuzione nelle sale. Il 18 maggio 2022, il giorno del suo passaggio trionfale in Croisette, Cruise rinasce come ambasciatore del cinema. Il divo ritrovato finalmente può presentarsi come una figura solida, che rassicura un’intera industria. Cosa accomuna il CDA di Paramount ai ragazzi dei popcorn? Il fatto che tutti – almeno nella narrazione cruisiana – abbiano il numero privato della star, dagli alti papaveri ai lavoratori più umili. Sempre in quell’incontro spiegò che basta mettersi un cappellino per non essere riconosciuti al cinema. Fu lì che mi resi conto che l’intera platea di oltre duemila accreditati stampa e industria credeva ciecamente a Cruise. In un’epoca in cui è semplicissimo operare una sorta di soft stalking monitorando passo passo divi assai meno famosi di lui, davvero Cruise passa inosservato grazie a un cappellino da baseball?

Nel dicembre 2020 trapela un audio rubato dal set del settimo Mission: Impossible, il primo film a ripartire con le riprese dopo lo stop dovuto al COVID. Cruise vede due tecnici non rispettare la distanza di sicurezza e dà in escandescenza. Il suo sfogo è la summa senza filtri di quello che è diventato: di giorno gira stunt impossibili, di notte rassicura al telefono produttori, CEO, compagnie d’assicurazione. In pubblico sempre rilassato, quando perde le staffe la star parla come un uomo che ha sulle spalle il peso dell’intera collina con la scritta Hollywood.

Il re dello star system

Sia quando perde la pazienza sia quando è in modalità promozionale, il divo è pienamente calato in questa sua nuova identità di ambasciatore del cinema, tanto da non perdere occasione di consumare popcorn in pubblico. Lo fa a manciate, forse perché anche mangiare popcorn per lui è uno stunt. 

Ormai fa promozione anche a film concorrenti che incarnano quella natura di blockbuster di qualità che tanto apprezza. Nel 2023 posta sui social una sua foto al cinema con il biglietto d’ingresso di Barbie e Oppenheimer, ovvero i diretti concorrenti di Mission: Impossible – Dead Reckoning al botteghino, nel 2025 replica con Sinners e Ballerina mentre è in sala Mission: Impossible – The Final Reckoning.

Oggi Tom Cruise è un paio di gradini sopra il resto di Hollywood: uno status riconosciuto da tutti i colleghi. Lo ha ottenuto in questo preciso momento storico per due motivi. Il primo è che puntare i piedi sull’uscita di Top Gun: Maverick in sala è stato un oggettivo gesto di coraggio e generosità, che con buona probabilità ha salvato il circuito delle sale, o quantomeno ne ha di molto rallentato la morte. Inoltre il botteghino gli ha dato ragione: Top Gun: Maverick ha incassato oltre un miliardo e mezzo di dollari nel mondo.

Il secondo motivo per cui Cruise è il re dello star system mondiale è che la Hollywood di oggi ha disperatamente bisogno di lui, assediata com’è dalla crescita dell’intrattenimento alternativo al cinema, dalla crisi creativa degli studios. Cruise sembra essere l’unico rimasto a fare ciò che un tempo facevano le grandi case di produzione, con un livello d’altruismo che sarebbe ammirevole, se non ricordasse una setta riunita attorno a un carismatico leader.

In una Hollywood che non riesce più a creare divi dotati di star power, Cruise promuove di continuo nuovi talenti. Glen Powell sembra essere stato scelto come suo delfino, laddove Brad Pitt e Leonardo DiCaprio sembrano più propensi a strozzare nella culla eventuali successori. Cruise è legatissimo anche ai registi che legano i destini dei suoi franchise. In cambio, ovviamente, esige fedeltà assoluta. 

Con Cruise anche un aneddoto di colore può diventare in un annuale promemoria del suo potere. Durante le festività natalizie, l’attore fa spedire qualche centinaio di torte al cocco realizzate dall’esclusiva pasticceria Doan’s Bakery di Los Angeles. Ogni dolce costa la bellezza di centrotrenta dollari. Stabilire ogni anno chi entra ed esce dalla lista dei destinatari è un altro modo con cui la star esercita il suo potere sull’intera Hollywood.

Non è quindi un caso se, dopo anni di snobismo nei suoi confronti, nel 2026 Tom Cruise riceverà il suo primo Oscar: un premio onorario per riconoscergli il contributo gigantesco dato al cinema come interprete, produttore, ambasciatore. Per quarant’anni ha lavorato duro e spesso controcorrente, attendendo il momento in cui l’Academy avrebbe avuto bisogno della narrazione secondo cui se la carriera di Tom Cruise va a gonfie vele significa che il cinema in sala sta bene. In un momento in cui tutti a Hollywood si sentono deboli, incalzati dalla necessità di dover fare tanto altro oltre a recitare per sopravvivere, celebrare Tom Cruise con un Oscar significa far vincere il cinema e, di riflesso, ancora una volta uscirne tutti vincitori.


Elisa Giudici

Scrive di tutto quello che passa su piccolo e grande schermo e in libreria per Rivista Studio, Rockol, Tiscali Gamesurf e The Film Experience.

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