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Narrazioni

La romanticizzazione del male

Tra serie tv, meme e narrazioni idealizzate, il crimine si trasforma in intrattenimento virale, dove la linea tra realtà e finzione si assottiglia. Il rischio non è solo quello di banalizzare il male, ma di renderlo un prodotto di consumo.

Il fenomeno della romanticizzazione dei cattivi, reali o di finzione, ha radici profonde ma l’avvento dei social media ne ha drasticamente amplificato la portata, trasformando una nicchia in una tendenza di massa. Da You a Ripley, fino ai protagonisti di recenti produzioni come Inspira, espira, uccidi e The Day of the Jackal, è soprattutto la figura dell’assassino affascinante ad attrarre un pubblico sempre più vasto, specialmente online. 

La diffusione del romanticismo dark

Il caso più emblematico è quello di Joe Goldberg di You, i cui hashtag su TikTok e X non solo accumulano milioni di visualizzazioni, ma generano un engagement che oscilla tra l’inquietante “mi potrebbe uccidere quando vuole” e l’esplicito “vorrei che si ossessionasse con me”. Una situazione che ha spinto l’attore che lo interpreta, Penn Badgley, a intervenire più volte pubblicamente. Ad esempio, quando una fan ha scritto sui social “Penn Badgley mi sta facendo innamorare ancora una volta nei panni di Joe”, lui ha risposto secco: “È un assassino”.

Su TikTok, l’hashtag #JoeGoldberg ha superato i 2 miliardi di visualizzazioni, con contenuti che spaziano dagli edit romantici ai POV in cui gli utenti immaginano scenari di “incontri casuali” con il personaggio. L’algoritmo della piattaforma amplifica questi contenuti attraverso la sezione “Per Te”, creando vere e proprie community di fan che normalizzano, o nel migliore dei casi sottostimano, comportamenti di stalking e violenza sotto l’etichetta di romanticismo dark. Quando si tratta di personaggi di fantasia, la loro caratterizzazione può portare alcuni spettatori a simpatizzare eccessivamente, confondendo lo scopo narrativo della complessità con una legittimazione morale. Questa fascinazione per i “cattivi” assume forme diverse da storia a storia: in Joker,  il pubblico empatizza con Arthur Fleck perché è stato vittima di abusi infantili e cerca giustizia per i torti subiti dalla povera gente di Gotham.

Il rischio è la desensibilizzazione alla violenza che si mescola a una pericolosa confusione tra finzione e realtà, proprio mentre i casi di violenza riempiono quotidianamente le cronache. Nel caso dei serial killer reali, può tradursi in una percezione distorta, che talvolta sfocia nella giustificazione o persino nell’ammirazione.

Un caso diverso è quello di Dexter Morgan, che nella serie Dexter dà la caccia ad assassini e criminali in nome della legge, una sorta di “punitore” che usa la violenza come strumento di giustizia. Il rischio è la desensibilizzazione alla violenza che si mescola a una pericolosa confusione tra finzione e realtà, proprio mentre i casi di violenza riempiono quotidianamente le cronache. Nel caso dei serial killer reali, invece, questo può tradursi in una percezione distorta, che talvolta sfocia nella giustificazione o persino nell’ammirazione.

Dall’intrattenimento al culto, e viceversa

Da una parte la società diventa sempre più consapevole della violenza di genere, con movimenti come il #MeToo e campagne di sensibilizzazione contro il femminicidio, dall’altra assistiamo a una crescente romanticizzazione dei perpetratori di quella stessa violenza. Questa attrazione per figure pericolose ha precedenti storici ben documentati: dalla fascinazione dell’aristocrazia vittoriana per i criminali (cfr Jack lo squartatore) alla rappresentazione romantica dei fuorilegge nell’America della Grande Depressione, fino al culto delle personalità criminali del XX secolo.

Un esempio emblematico di quest’ultimo fenomeno è rappresentato dalle killer groupies negli anni Settanta e Ottanta: Ted Bundy, durante il processo per omicidio, riceveva centinaia di lettere d’amore da donne come quelle che aveva ucciso; Richard Ramirez, che aveva violentato e ammazzato 16 persone, fra cui dei bambini, si sposò in carcere con una fan che gli aveva scritto per 11 anni; persino Jeffrey Dahmer, il cannibale di Milwaukee, riceveva regolarmente missive romantiche dalle ammiratrici. È un  fenomeno prevalentemente femminile ma non è sempre così come dimostra il caso di Susan Atkins, una delle principali complici di Charles Manson e membro della Manson Family. Durante il suo periodo di detenzione per gli omicidi legati al culto, Atkins si è sposata due volte con uomini conosciuti tramite corrispondenza.

Il caso di Gary Gilmore, il primo condannato a morte giustiziato negli Stati Uniti dopo la reintroduzione della pena capitale nel 1977, rappresenta forse l’esempio più emblematico di come questa romanticizzazione arriva ad essere anche mediatica. La sua relazione con la diciannovenne Nicole Baker, documentata da The Executioner’s Song con cui Norman Mailer vinse il premio Pulitzer, si spinse fino a un tragico patto suicida: dopo che Gilmore venne condannato per due omicidi, i due amanti tentarono di morire insieme, lei con un’overdose di sonniferi nel suo appartamento, lui nella sua cella. Entrambi sopravvissero (lei finirà quasi strangolata da un altro uomo conosciuto in un istituto psichiatrico), ma la storia della loro relazione “maledetta”, amplificata dall’attenzione della stampa (con interviste perfino su Playboy) e dalla commercializzazione del caso, divenne il prototipo di quelle narrazioni romantiche di relazioni con criminali che oggi proliferano. La sua ultima frase prima della fucilazione, Let’s do it, divenne così iconica da ispirare anni dopo il famoso slogan Just do it della Nike. È un esempio di come la cultura pop possa assorbire e trasformare anche gli aspetti più cupi della cronaca nera. 

Narrazioni simili proliferano oggi nei media e sui social: nel caso di Filippo Turetta, in carcere per l’omicidio di Giulia Cecchettin, mentre da un lato riceve lettere d’amore e nascono gruppi in sua difesa, dall’altro le cronache si soffermano su dettagli come le sue lacrime, i suoi pasti, il suo sonno, creando una narrazione quasi romanzata dell’assassino. Sui social, “meriti di incontrare un Turetta” è diventata persino una frase usata per attaccare le donne che criticano comportamenti maschili. Un esempio di come sia normalizzata e giustificata la violenza di genere.

A spiegare questa persistente fascinazione verso figure violente è il fenomeno dell’ibristofilia, cioè l’attrazione sessuale e mentale verso persone che hanno commesso crimini. Si tratta di una dinamica che affonda nella psicologia umana e nei traumi personali, seguendo tre pattern principali: da un lato emerge il “complesso del salvatore”, ovvero il desiderio di redimere il criminale, dall’altro l’idealizzazione di una relazione che, essendo impossibile nella realtà, non può deludere. Ma il fattore più significativo è l’effetto del trauma personale: le persone che hanno vissuto relazioni abusive tendono a ripetere questo ciclo, cercando – consciamente o meno – situazioni familiari. Chi ha subito abusi in età formativa spesso sviluppa una distorta percezione delle dinamiche relazionali, dove il controllo viene scambiato per protezione e l’ossessione per dedizione. 

La spettacolarizzazione della violenza

Se un tempo la fascinazione per il crimine e i suoi protagonisti era confinata in forum specializzati e community di nicchia, oggi i social media portano questi contenuti nei feed di milioni di utenti.

Questo processo è particolarmente evidente nel caso di Luigi Mangione, che vanta già tre produzioni documentaristiche in lavorazione. La sua giovane età, l’aspetto curato e il background culturale diventano elementi che alimentano una narrazione distorta, in un meccanismo simile a quello che nella finzione ha portato alla romanticizzazione di Joe Goldberg. Siamo abituati a pensare che chi compie gesti violenti sia ai margini della società, che non condivida con noi gusti, abitudini e idee. La narrativa del “Robin Hood della Gen Z” costruita attorno alla sua figura riflette una tendenza più ampia a romanticizzare le azioni criminali quando vengono percepite come una forma di ribellione contro il sistema. Il caso Mangione rappresenta un esempio emblematico di come l’opinione pubblica tenda a separare l’apparenza dal comportamento, creando una dissonanza cognitiva che porta a minimizzare la gravità delle azioni quando il protagonista non corrisponde allo stereotipo tradizionale del criminale. Come dimostrano i numerosi post, hashtag e meme a lui dedicati, il fenomeno si è esteso fino alla commercializzazione di merchandising con felpe con cappuccio, tazze e spillette, e persino gare di sosia. 

La serializzazione delle storie di criminali, reali o di finzione, costruisce un rapporto quasi intimo con lo spettatore. Questo meccanismo di fidelizzazione contribuisce a normalizzare comportamenti e dinamiche potenzialmente pericolosi.

Piattaforme come TikTok e Instagram non solo amplificano questi contenuti attraverso i loro algoritmi ma li rendono “digeribili” attraverso format leggeri e accattivanti: dagli edit musicali che trasformano scene violente in momenti romantici, ai filtri che rendono “esteticamente gradevoli” contenuti potenzialmente disturbanti. Si crea così un cortocircuito dove la distinzione tra intrattenimento e realtà diventa sempre più sfumata. Parallelamente, le piattaforme streaming, con la loro capacità di offrire contenuti personalizzati e binge-watching, creano un’immersione narrativa che trasforma il crimine in intrattenimento seriale. La serializzazione delle storie di criminali, reali o di finzione, costruisce un rapporto quasi intimo con lo spettatore. Questo meccanismo di fidelizzazione, unito alla tendenza dei social media a creare comunità di fan sempre più coinvolte, contribuisce a normalizzare comportamenti e dinamiche potenzialmente pericolosi. 

L’industria dell’intrattenimento cavalca questa tendenza producendo sempre più contenuti true crime e serie tv incentrate sugli assassini che finiscono spesso per alimentare proprio quella fascinazione per il male che dovrebbe essere scoraggiata. Di fronte a questo fenomeno, diventa cruciale sviluppare dei contrappesi a livello informativo ed educativo. Alcune piattaforme, per quello che può valere, stanno già sperimentando con warning più espliciti e moderazione dei contenuti che romanticizzano la violenza. Affiancare a questi prodotti delle contronarrazioni che diano voce alle vittime sposta il focus dal carnefice rimarcando l’impatto reale della violenza.

Non è solo una questione di come raccontare queste storie: il problema resta come le narrazioni vengono metabolizzate e riprodotte nell’ecosistema digitale contemporaneo, dove ogni contenuto può essere ridotto, reinterpretato e amplificato fino a perdere il suo contesto originale, trasformando potenziali warning sign in trend virali. Un processo che rischia di rendere sempre più sottile la linea tra consapevolezza sociale e spettacolarizzazione del male.


Lucia Antista

Giornalista pubblicista, scrive di cultura, arte e fenomeni digitali per diverse testate, tra cui Lampoon, Siamo Mine, Artribune e Artslife. Come autrice televisiva ha lavorato per i programmi di La7 e del gruppo Class editori.

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