Cosa succede quando un programma simbolo del racconto di cronaca nera sceglie la via del podcast? E come si traducono linguaggi e tensioni narrative in un nuovo formato? Ne parliamo con Gianluigi Nuzzi, a partire da Ignoto 1.
“Un romanzo familiare”. È così che Gianluigi Nuzzi definisce Ignoto 1 – L’assassino di Yara, il podcast firmato dalla squadra di Quarto grado che ripercorre tutte le tappe di un caso di cronaca nera unico in Italia, forse in Europa e nel mondo, per l’entità delle indagini che hanno portato all’arresto dell’omicida: “Un romanzo familiare” – specifica Nuzzi – “in cui tutti i personaggi hanno una potenza narrativa impressionante”.
Ci incontriamo un venerdì mattina in un locale dietro il Duomo di Milano. Dopo qualche ora, Gianluigi Nuzzi sarà in studio per l’appuntamento settimanale con il pubblico televisivo di Rete 4: a Quarto Grado, parleranno dei gialli di Liliana Resinovich, Pierina Paganelli e Garlasco. Intanto, mentre chiacchieriamo davanti a un caffè, Ignoto 1 è al terzo posto della classifica dei podcast più ascoltati su Spotify.
“Non ci aspettavamo un successo simile”, è il commento di Nuzzi: “Per noi è un mercato inedito, ma abbiamo dato il massimo come team autoriale e siamo entusiasti che l’azienda abbia scelto noi per questo numero zero”. È la prima volta, infatti, che Mediaset produce un podcast di questo tipo e, tra l’altro, è anche forse la prima volta in cui un programma televisivo si fa podcast, in un modo così aderente allo specifico del mezzo, rispetto all’ormai iter consolidato del prodotto audio di successo riadattato per il racconto televisivo.
Dentro Ignoto 1
Sono otto puntate da 25 minuti l’una narrate da Nuzzi in coppia con la collega Alessandra Viero, caricate dalle piattaforme nella categoria più amata dagli ascoltatori italiani: true crime. Un tempo si diceva che la carta stampata si reggesse sulle tre esse: soldi, sesso e sangue. Ma tra i vecchi giornali in edicola e l’audio in streaming nelle orecchie non sembra esserci troppa differenza. Perché vogliamo ascoltare sempre più storie di nera? O, magari, continuiamo ad ascoltare più volte la stessa storia, raccontata però da voci diverse, con altre sfumature o addirittura altre presunte, alternative verità?
“C’è un aspetto sociale in questo lavoro”, ragiona pacato Nuzzi: “Siamo in un momento storico in un cui la violenza è aumentata e questo si riflette nella comunicazione. Noi ci nutriamo di violenza, ma la nostra capacità di sopravvivenza, che come insegna Darwin ci fa vivere e comandare sul mondo, fa sì che ci adattiamo alla violenza, che diventa un veleno, un dolce veleno che noi ingeriamo”.
Ma ogni veleno ha un antidoto. “Noi abbiamo comunque degli anticorpi”, spiega il giornalista con la stessa voce calda che accompagna il pubblico all’ascolto del podcast: “Sono anticorpi che ci spingono a capire perché questo accade, per evitare che questo accada a noi stessi. Ecco da dove arriva l’interesse per il crimine: è un tentativo di capire cos’è il male e come evitarlo”.
Un tempo si diceva che la carta stampata si reggesse sulle tre esse: soldi, sesso e sangue. Ma tra i vecchi giornali in edicola e l’audio in streaming nelle orecchie non sembra esserci troppa differenza. Perché vogliamo ascoltare sempre più storie di nera?
La concorrenza è a dir poco agguerrita e Ignoto 1 è l’ultimo arrivato. Qual è dunque la differenza tra questo podcast e gli altri che trattano omicidi e indagini? “Noi qui volevamo, come amo dire anche in televisione, mettere in ordine le cose. Mentre il mondo dei podcast è più abituato al ragionamento e al commento, la nostra particolarità è quella di modulare un’enorme quantità di informazioni: documenti cartacei, audio e video”.
La materia prima è nei computer della redazione del programma tv: “Abbiamo archivi infiniti. Soprattutto su casi importanti, come l’omicidio della povera Yara”. Classe 1969, Gianluigi Nuzzi conduce Quarto Grado dal 2013, ma la trasmissione ha iniziato ad andare in onda proprio nel 2010, lo stesso anno del caso Gambirasio, la tredicenne scomparsa da Brembate di Sopra il 26 novembre e ritrovata morta esattamente tre mesi dopo, il 26 febbraio 2011.
Una partita a scacchi
Ma perché è stata scelta proprio questa storia per inaugurare la produzione di un podcast? A questo punto dell’intervista Nuzzi toglie la giacca, sbottona la camicia: “Il caso di Yara è emblematico: c’è una forsennata e miope campagna innocentista che ha minato la credibilità della Magistratura, dei Carabinieri e della Polizia Scientifica. È una sciatta vulgata che racconta Bossetti come un padre di famiglia innocente, un uomo condannato all’ergastolo senza prove. Questa è un’offesa a Yara, ai suoi genitori, che scatena danni incalcolabili, soprattutto tra i più giovani”. E qui Nuzzi snocciola un primo aneddoto personale: “Un giorno mi chiama al telefono mio figlio e mi dice: Papà, sei in vivavoce. Spieghi ai miei amici perché Bossetti è colpevole?”.
Il podcast Ignoto 1 si apre proprio con l’audio dell’arresto di Massimo Bossetti, le voci delle forze dell’ordine in cantiere, la confusione tra gli operai che non capiscono cosa stia accadendo, il tentativo goffo di fuga. “Quel momento ha un valore narrativo pazzesco”, dice Nuzzi: “Siamo stati tre mesi appesi a una paura collettiva dovuta all’idea del mostro che girava in città. Le manette sono l’ago che fa esplodere la bolla della paura”.
I giornali sono fatti di parole scritte nero su bianco. La televisione di voci e immagini in movimento. Il podcast è un racconto orale punteggiato da suoni alternati a silenzi. “Una volta”, è il commento di Nuzzi, “un cardinale in Vaticano mi disse che sono più importanti i silenzi tra una parola e l’altra che le parole stesse. Aveva ragione”. Dopo la dichiarazione di innocenza di Bossetti, ci sono quattro secondi di silenzio. E così nella prima puntata di Ignoto 1 sentiamo l’abbaiare dei cani molecolari alla ricerca di Yara, il rumore dell’aeroplanino telecomandato che cade in mezzo a un campo facendo ritrovare il corpo della ragazzina, il trambusto scatenato dal blitz tra i muratori al lavoro, e Bossetti che davanti a un giudice dice: “Non ho mai fatto male a nessuno, lo giuro sui miei figli, il mio problema è come è finito il DNA, è quello il mio problema”.
“Otto minuti e otto secondi”, ricorda Nuzzi riassumendo con questa immagine la storia di Yara: “Una ragazzina che è uscita dalla palestra, doveva tornare a casa, percorrere un tratto di strada che normalmente faceva in otto minuti e otto secondi, e non è più tornata a casa. Una storia devastante”. Una partita a scacchi in cui la scienza ha la parte della Regina.
Nuzzi dà lucidamente tutti i numeri del caso, le cifre che hanno contribuito alla risoluzione del giallo: “Questa è un’indagine che a livello europeo non ha eguali: vengono sentite 4.600 persone, analizzate 120mila utenze telefoniche, prelevato il DNA a 26mila persone”. Eccolo, il test del DNA che davvero trasforma questa devastante storia di cronaca in un romanzo familiare in cui è coinvolta tutta la provincia di Bergamo. Perché c’è la famiglia Gambirasio distrutta dalla morte di Yara. La famiglia di Bossetti – una moglie e tre figli – stravolta dal marito-padre-assassino e dalle indagini scientifiche che hanno sradicato il loro albero genealogico. E tutte le famiglie bergamasche messe di fronte a una realtà ben distante dall’immaginario Mulino Bianco del focolare domestico delle Valli, magari toccate anche loro nell’intimo da quei 26mila test del DNA.
“L’abbiamo definito romanzo familiare per via dell’interazione tra le singole famiglie, che ci ha lasciati senza parole. E perché tutti i personaggi hanno una potenza narrativa impressionante”, spiega Nuzzi: “Questa è una storia che inizia con la nascita di Massimo Bossetti: la madre ha avuto due figli illegittimi, lui e la gemella. Poi lui compie un delitto dal quale scaturisce un’indagine genetica senza eguali precedenti. Ma se fai rilievi genetici a 26mila persone è probabile che vengano fuori tantissimi altri figli illegittimi”.
Dalla ricerca meticolosa allo storytelling emotivo
“Parlava poco, si abbronzava tanto”: è uno dei telegrafici ritratti al limite del caricaturale di Bossetti fatto dalla stampa nei giorni successivi al suo arresto. Un interesse da parte dei media, quello per le lampade, ritenuto da alcuni commentatori, innocentisti e non, superfluo se non ascrivibile a quella sfera morbosa che – a seconda dei punti di vista – cresce più o meno a dismisura intorno a questi casi. “Adesso questi qui si occupano di quanto si abbronzava”, era il commento di molti. È lì che ho capito che noi divulgatori avevamo fatto un grande errore”, è la risposta istintiva di Nuzzi: “Il problema non era che Bossetti si facesse le lampade o meno, ma perché negasse di farlo. Ti davi una risposta andando a vedere dove fosse il centro estetico che frequentava: scoprivi che era adiacente allo studio dentistico dove andava spesso Yara”.
I giornali sono fatti di parole scritte nero su bianco. La televisione di voci e immagini in movimento. Il podcast è un racconto orale punteggiato da suoni alternati a silenzi.
Qui Nuzzi rallenta, riflessivo, quasi parlando tra sé e sé: “Il predatore non è come noi persone normali. Il predatore desidera ciò che vede, e si prende quello che desidera. Se lo prende, se lo prende. E se l’è presa”. Quando affrontiamo il tema della morbosità – “una parola che viene spesso usata per delegittimare la cronaca” – Nuzzi racconta un altro episodio personale: “Un giorno mi chiama mia mamma e mi dice: Voi fate cose morbose. Ho visto che a Quarto Grado mostravate il gancetto di un reggiseno. Cosa c’entra con la morte di quella povera ragazza?”. “Parlava di Meredith Kercher e il delitto di Perugia”, continua la spiegazione del conduttore di Quarto Grado: “Bollava di morbosità una cosa che non conosceva. Perché se avesse saputo del valore di quel gancetto, sul quale c’erano impronte che non sono state valorizzate e che hanno consentito agli assassini, in parte, di farla franca e restare tuttora impuniti, non avrebbe parlato così”. Lo stesso discorso del gancetto del reggiseno potrebbe valere anche per il dettaglio degli slip di Yara, ovviamente citato più volte nel podcast Ignoto 1. È proprio lì che è stato rilevato il DNA dell’assassino: “Non lo scardini più il processo dopo che sono state trovate ed esaminate tracce di DNA sui leggings, sugli slip della bambina e tracce miste vicino alle ferite: non è più possibile ritenere Bossetti innocente”.
La fabbrica degli innocenti: si chiama così lo spettacolo che Gianluigi Nuzzi sta portando a teatro, la forma è diversa ma la sostanza la stessa. Ed è proprio riflettendo sul lavoro sul palco che il diretto interessato trova un parallelo con la produzione del podcast: non ci sono immagini video e tutta la matrice della narrazione sta nelle voci e nel sonoro, come il buon vecchio sceneggiato radiofonico. Podcast, teatro, televisione. “Credo profondamente in una sinergia tra gli elementi della comunicazione”, spiega Nuzzi, “che non è a compartimenti stagni, ma interconnessi tra loro. Mi piace creare link, anche per aiutare la mia squadra a fare contenuti. In generale, dirò una cosa forse irriverente: credo che il successo dei podcast abbia avuto un rimbalzo positivo sulla tv generalista, che ha notoriamente un pubblico diversamente giovane”.
Se dovesse riassumere in una parola, un solo aggettivo, la qualità che contraddistingue il podcast Ignoto 1 dai prodotti concorrenti, Gianluigi Nuzzi come risponde? Con una battuta apparentemente poco modesta: “Devo usare due parole: Quarto Grado”. Da un punto di vista quantitativo e qualitativo ci sono anni e anni di interviste e servizi raccolti sul campo, il lavoro duro e certosino di un’intera squadra autoriale che lui cita in continuazione.
E da un punto di vista dello storytelling e del conseguente coinvolgimento emotivo dell’ascoltatore? “La narrazione ha degli artifici legati ai tempi del racconto e al lasciare intravedere le cose, ed è legata a un’emotività fondamentale per noi e per chi ci segue. Ed è un’emotività che si declina in sentimenti diversi come rabbia e stupore, nell’identificazione e nella partecipazione. Noi dobbiamo entrare nella pancia del nostro pubblico e rimanerci dentro”.
Michele Bisceglia
Classe 1979, è direttore creativo e responsabile della comunicazione di WAO - We Are Open, spazi di coworking ed eventi a Milano. Fino al 2024 si è occupato di reality show per Mediaset Infinity e ora è autore di lecture e spettacoli su navi da crociera per conto di Rolling Stone e MTV. Sta lavorando a un libro fotografico su un film di culto del cinema italiano anni Settanta.
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