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Narrazioni

L’America rurale al centro della tv

Un numero crescente di serie tv sta ridefinendo il racconto dell’America rurale, portandola al centro della narrazione mainstream. L’entroterra diventa così una lente per osservare le complessità di una certa America trumpiana, catturando l’attenzione di un pubblico ampio e diversificato.

Nel panorama della serialità televisiva americana, accanto alle narrazioni metropolitane e progressiste che hanno dominato gli ultimi decenni, si sta affermando con forza una corrente che sposta lo sguardo verso il cuore rurale del Paese. Da Yellowstone ad American Rust, passando per Dark Winds e Outer Range, una nuova tipologia di prodotti televisivi sta portando sullo schermo un’America lontana dai grattacieli di Manhattan e dalle ville hollywoodiane di Los Angeles: quella dei grandi spazi, dei ranch, delle piccole città minerarie in declino, delle riserve native.

Non si tratta solo di una questione geografica ma di un profondo cambio di prospettiva culturale e politica. Queste storie danno voce e rappresentazione a un’America che spesso si sente minacciata e messa all’angolo dalla modernità urbana e dalle sue élite progressiste. È quella delle comunità locali legate a valori tradizionali, che guarda con sospetto alle istituzioni federali e alle grandi corporazioni. Un’America che, negli ultimi anni, ha spesso trovato il suo alfiere politico in Donald Trump e nei movimenti populisti di destra.

Il politicamente ambiguo che piace a tutti

Le serie tv prodotte da Taylor Sheridan si inseriscono in un ambiente mediatico profondamente polarizzato come politicamente ambiguo. Yellowstone, in particolare, è diventata un fenomeno culturale che trascende i confini del genere western e soprattutto del politically correct, sia nei toni spesso crudi e scorretti, sia nella celebrazione di valori e stili di vita tradizionali.

La saga dei Dutton, la famiglia proprietaria del più grande ranch del Montana, non si riduce a una semplice operazione nostalgica o di revanscismo culturale, ma cattura le tensioni e le contraddizioni dell’America rurale contemporanea: la difesa di uno stile di vita tradizionale minacciato dall’avanzata del capitalismo predatorio, i conflitti con le autorità federali e le rivendicazioni delle comunità native, il rapporto complesso con la violenza come strumento di giustizia privata.

Sulla stessa linea gli spin-off 1883 e 1923 attraversano in altre epoche tensioni e ambiguità politiche che ne rendono difficile l’incasellamento ideologico. Da un lato, la celebrazione di valori tradizionali come la famiglia, la terra, la comunità locale, unita a un’estetica conservatrice fatta di cowboy, fucili e cavalli, fa subito pensare al sogno trumpiano. Dall’altro, l’attenzione alle rivendicazioni delle comunità native, la critica al capitalismo predatorio e alla gentrificazione, i personaggi femminili forti e indipendenti, sembrano allineare queste serie tv a istanze più progressiste.

Non è difficile scorgere, in questa visione, echi e suggestioni dell’immaginario conservatore e del suo appeal presso una parte significativa dell’elettorato statunitense che ama l’esaltazione di una mascolinità archetipica e senza fronzoli, la celebrazione dello spirito imprenditoriale e della competizione darwiniana, la diffidenza verso le élite urbane e radical chic.

Per la sua nuova serie sempre dall’allure conservatrice, Landman, Sheridan sceglie il mondo dell’industria petrolifera texana, quella dei landmen appunto, i professionisti incaricati di acquisire i diritti di sfruttamento di terreni per conto delle compagnie energetiche. È sempre l’America dei “veri uomini” che parlano poco e agiscono con decisione, dove i conflitti si risolvono con la forza e non con il dialogo (al massimo con le minacce), dove la natura incontaminata fa da sfondo a intrighi e brutalità. Un’americanità idealizzata e mitica, cristallizzata in un eterno passato dove i valori tradizionali resistono all’assalto della modernità e del progressismo.

Non è difficile scorgere, in questa visione, echi e suggestioni dell’immaginario conservatore e del suo appeal presso una parte significativa dell’elettorato statunitense che ama l’esaltazione di una mascolinità archetipica e senza fronzoli, la celebrazione dello spirito imprenditoriale e della competizione darwiniana, la diffidenza verso le élite urbane e radical chic. È qui che lo spettatore progressista potrebbe notare come questi prodotti televisivi rischino di indulgere in una certa compiacenza, coltivando un’attrazione per la violenza e il machismo fini a sé stessi.

Allo stesso tempo, i personaggi di Sheridan, pur muovendosi in un universo morale discutibile, non sono privi di spessore e umanità, e le loro azioni sono inserite in un contesto socio-economico ben tratteggiato, fatto di disuguaglianze, ingiustizie e lotte di potere. Questo approccio riflette una crescente consapevolezza dell’industria televisiva: per rappresentare in modo autentico la complessità e la diversità dell’America rurale, è necessario superare le semplificazioni e le caricature che hanno dominato a lungo le narrazioni di questo contesto.

Nuova visibilità per le storie indigene

Produzioni come Outer Range e Dark Winds si inseriscono in questo filone, offrendo spazio a personaggi e tematiche che raramente hanno ricevuto un’attenzione adeguata. Affrontano questioni cruciali come il razzismo sistemico, l’espropriazione delle terre e la preservazione delle culture indigene, riuscendo a trattarle con una sensibilità e una profondità che segnano un passo avanti rispetto al passato. Questi racconti non solo danno voce a prospettive spesso marginalizzate, ma arricchiscono l’immaginario collettivo con storie che sfidano gli stereotipi e pongono interrogativi urgenti sulla società contemporanea.

Negli ultimi anni, abbiamo visto un numero sempre maggiore di rappresentanti nativi eletti a cariche pubbliche, come Deb Haaland, la prima segretaria degli Interni di origini indigene, il cui lavoro si concentra sulla protezione delle terre pubbliche e sulla giustizia ambientale. Sul fronte culturale, TikTok è diventato uno strumento potente per i nativi americani e altre comunità indigene, consentendo loro di raccontare le proprie storie, condividere tradizioni e sensibilizzare su questioni cruciali come l’appropriazione culturale e la crisi delle donne indigene scomparse e assassinate (MMIW). Hashtag come #IndigenousTikTok e #NativeTikTok raccolgono milioni di visualizzazioni, fungendo da spazio di connessione e resistenza.

Questa crescente visibilità si intreccia con l’industria culturale, che inizia a riconoscere il valore di rappresentazioni più autentiche delle aree rurali. Oltre a Dark Winds, progetti come Reservation Dogs dimostrano come il pubblico sia sempre più interessato a narrazioni più autentiche e slegate dai soliti cliché. TikTok, in questo senso, funge da amplificatore, portando le voci indigene su un palcoscenico globale e spingendo la cultura mainstream a prenderle sul serio.

I disagi dell’era Trump visti dalla tv

In un’epoca di polarizzazione politica e culturale, queste serie televisive sull’America rurale propongono una visione più sfumata e inclusiva dell’identità americana, suggerendo che le divisioni tra “stati rossi” e “stati blu”, tra est e ovest, tra città e campagna, sono meno nette e insormontabili di quanto si possa pensare.

Questi prodotti riescono a far breccia tanto nel pubblico conservatore quanto in quello progressista, offrendo a entrambi una finestra su un mondo spesso trascurato o caricaturizzato dall’entertainment mainstream. Per i primi, rappresentano una rivalsa culturale, una celebrazione di valori e stili di vita tradizionali troppo spesso dileggiati dalle élite liberali. Per i secondi, sono un guilty pleasure e un’occasione per esplorare e cercare di capire “l’altra America”, quella che ha portato Trump alla Casa Bianca e che rimane un punto interrogativo per molti osservatori urbani.

Il successo di Yellowstone e dei suoi epigoni sembra infatti riflettere un disagio profondo e diffuso nell’America contemporanea, un senso di spaesamento e di alienazione rispetto alle élite culturali e politiche percepite come distanti e ostili. È il disagio di quell’America flyover, quella che si estende tra le coste, lontana dai centri del potere e della produzione culturale. Un’America fatta di piccole città e comunità rurali, di working class bianchi e minoranze dimenticate, che spesso si sente marginalizzata ed esclusa dalla narrazione dominante del Paese.

In un momento storico in cui il tessuto sociale e culturale degli Stati Uniti (ma non solo) appare sempre più lacerato e frammentato, questi prodotti televisivi sembrano offrire non solo uno spazio di riconoscimento e di identificazione ma anche un terreno di confronto tra mondi e visioni in apparenza inconciliabili.

Prima delle elezioni presidenziali del 2016 vinte da Trump, il termine Rust Belt che indica l’area compresa tra i monti Appalachi settentrionali e i Grandi Laghi, l’ex cuore dell’industria pesante statunitense, non era molto conosciuto al di fuori degli Stati Uniti. Il termine già da qualche decennio descrive il declino “rugginoso” delle città e dei paesi industriali americani, un processo accelerato dal fatto che sempre più posti di lavoro venivano delocalizzati in mercati del lavoro più economici.

Sono stati soprattutto gli elettori delusi di quegli stessi stati a sconvolgere il panorama politico, mandando Trump al potere. È proprio tra loro che potremmo intravedere i protagonisti di una serie come American Rust, che esplora le difficoltà e le disillusioni di queste comunità.

Questo nuovo filone televisivo sembra incarnare anche un tentativo più ampio: riconquistare un immaginario e un elettorato che i Democratici, per anni, hanno trascurato o dato per perso. Concentrandosi su personaggi stereotipati e comunità rurali tradizionalmente marginalizzate, queste serie tv non solo ampliano la narrazione sull’America profonda, ma cercano anche di riflettere le tensioni e le speranze di una parte significativa del Paese.

Naturalmente, sarebbe ingenuo pensare che la televisione possa sanare da sola fratture sociali e politiche così profonde. Inoltre, c’è sempre il rischio che l’inserimento di temi progressisti in contesti rurali finisca per apparire forzato o scadere nel “tokenismo” – cioè un tentativo superficiale di inclusività. Il fatto però che l’industria culturale si stia rivolgendo a questa “altra America” con uno sguardo nuovo, più attento alla complessità e alla diversità, rappresenta comunque un cambiamento.

In un momento storico in cui il tessuto sociale e culturale degli Stati Uniti (ma non solo) appare sempre più lacerato e frammentato, questa tipologia di prodotti televisivi sembra offrire non solo uno spazio di riconoscimento e di identificazione ma anche un terreno di confronto e di dialogo potenziale tra mondi e visioni in apparenza inconciliabili.

Certo, si tratta di un equilibrio precario e non privo di ambiguità ma forse, è proprio questa ambivalenza a fare di queste serie televisive un fenomeno culturale così significativo e sintomatico. Forse perché nel dare forma ed espressione al disagio e alle contraddizioni dell’America profonda, finiscono per illuminare, per quanto in modo obliquo e disturbante, le crepe e le tensioni che attraversano l’intero Paese. E chissà che, nel farlo, non possano anche contribuire, in qualche misura, a quell’ardua opera di ricucitura e di comprensione reciproca di cui l’America – tutta l’America – sembra avere così disperatamente bisogno.


Lucia Antista

Giornalista pubblicista, scrive di cultura, arte e fenomeni digitali per diverse testate, tra cui Lampoon, Siamo Mine, Artribune e Artslife. Come autrice televisiva ha lavorato per i programmi di La7 e del gruppo Class editori.

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