La distinzione aristoteliana tra commedia e tragedia rappresenta ancora oggi un’importante mappa per comprendere l’essenza delle storie che nutrono il nostro sguardo. Lo scrittore Leonardo Staglianò ce ne regala esempi preziosi, partendo da Willy il Coyote e Beep Beep.
In parte saggio, in parte memoir, Vivere in tre atti è un libro che si propone tre obiettivi: dimostrare che Aristotele è stato il primo story editor della nostra civiltà, che la Poetica era il suo manuale, e che ancora oggi scriviamo le nostre storie così come le scrivevano gli antichi greci. Qui, un estratto dal secondo capitolo, dedicato alla distinzione fra “commedia” e “tragedia”.
Ho trascorso l’infanzia guardando la televisione, in un’epoca, gli anni ‘80, in cui i canali nazionali non arrivavano a dieci. Come tanti della mia generazione, passavo il pomeriggio facendo zapping fra i programmi per ragazzi della Rai e di Fininvest, spesso collocati nello stesso orario, per la disperazione di noi piccoli telespettatori. L’immaginario che si andava formando nella mia mente era un gran calderone in cui trovavano spazio Paolo Bonolis, Cristina D’Avena, Uan, Four, i cartoni animati americani e gli anime giapponesi. Se mi avessero chiesto, all’epoca, qual era la cosa che mi piaceva di più in assoluto, avrei risposto senza esitazione: guardare i cartoni.
La mia seconda attività preferita era elaborare una classifica di preferenze, che aggiornavo di continuo. Per molto tempo, a interessarmi erano stati solo i robot: Mazinga Zeta, UFO Robot Goldrake, Transformers. Abitavo mondi basici, e manichei: da una parte i buoni, dall’altra i cattivi, e lo scontro finale lo vinceva il più forte. Poi c’è stato il periodo dei misteri da risolvere; che fossero criminali o detective a occuparsene, poco importava: volevo l’indagine, l’inganno, la verità nascosta, e allora giù con Scooby-Doo, Lupin e Occhi di gatto. La mia dimensione morale diventava sempre più complessa: potevo identificarmi anche con i ladri, parteggiare con chi i crimini li commette, e ridere dei goffi ispettori Toshio e Zenigata, immancabilmente presi in giro dai loro antagonisti. Accanto alla forza, entrava in campo l’ingegno, la mente.
Il palinsesto che mi creavo giornalmente era fluido: i miei gusti erano influenzati dall’età, dai suggerimenti dei compagni di gioco, e, banalmente, dalle scelte delle reti televisive. A volte un cartone che adoravo scompariva per mesi, o veniva programmato nello stesso orario di un altro che mi piaceva in eguale misura, e così ero costretto a compiere delle scelte. Il mio unico, vero e incondizionato amore era quello per i cartoni della Warner Bros. e di Hanna-Barbera. […] Fra tutti i miei preferiti erano Tom & Jerry e Willy Coyote e Beep Beep.
Mi piacciono gli eroi perdenti, come Tom e Willy Coyote. In questi cortometraggi il protagonista è destinato a fallire, sempre. Non c’è puntata in cui il gatto mangi il topo, o il coyote lo struzzo.
È difficile dire se il gusto che ho sviluppato negli anni successivi sia una conseguenza del mio amore per questi due cartoni animati, o se, viceversa, il fatto che mi piacessero era già indice di un’innata preferenza per determinate trame e personaggi. Mi piacciono gli eroi perdenti, come Tom e Willy Coyote. In questi cortometraggi il protagonista è destinato a fallire, sempre. Non c’è puntata in cui il gatto mangi il topo, o il coyote lo struzzo (che in realtà, ho scoperto poi, è un animale che esiste solo in America, un uccello del deserto che corre a velocità matta). Dev’essere per questo che, studiando l’Iliade a scuola, invece di ammirare la forza di Achille rimuginavo con tormento sul destino di Ettore. Tifo per i perdenti, ancora oggi, meglio se cattivi, e a pensarci anche questa dinamica era già contenuta in nuce nei cartoni animati che guardavo da bambino. Per quanto ci possano stare antipatici, in ogni episodio Jerry e Beep Beep sono i buoni; se il gatto e il coyote non cercassero di ucciderli, le loro vite scorrerebbero placide. Eppure, tifiamo per loro: vogliamo che il male si compia, e ci dispiace quando falliscono, come ci accade quando guardiamo una puntata de I Soprano in cui il protagonista, Tony, non ottiene ciò che vuole; non ci interessa che sia un mafioso del New Jersey, e che i suoi propositi siano, di volta in volta, far saltare in aria un ristorante, corrompere un poliziotto o uccidere un antagonista.
[…] Tutto vero, ma secondario. Ciò che davvero cercavo, in quei cartoni animati, era altro: la ripetizione. Il riproporsi della medesima dinamica, all’infinito. Avevo bisogno di essere rassicurato, come quando da piccoli ascoltiamo una fiaba e temiamo che il finale cambi. Se Tom avesse mangiato Jerry, e Willy Coyote Beep Beep, tutte le mie certezze si sarebbero infrante: il mondo in cui credevo sarebbe imploso. Ma questo non sarebbe mai successo, perché quegli episodi erano pensati per essere tutti uguali; in ognuno c’è una caccia, e il finale è noto: la preda scappa. Nella Poetica, Aristotele dà un nome a questo tipo di storie: commedia.
Oggi, quando associamo le parole commedia e tragedia a una storia, con tutta probabilità abbiamo in mente una distinzione di questo tipo: le storie comiche sono divertenti, fanno ridere, e finiscono bene; quelle tragiche sono cupe, ci rattristano e si concludono male. Se ciò può essere vero nel linguaggio di tutti i giorni, non lo è altrettanto in quello di Aristotele. Quando adotta questi termini, il filosofo greco pensa a qualcosa di profondamente diverso, e lo spiega bene nel secondo capitolo della Poetica.
Nell’universo di Aristotele, commedia e tragedia sono le due forme che può assumere una drammaturgia, e la differenza fra l’una e l’altra non riguarda né il tono del racconto, né il suo finale. Tanto una storia comica, quanto una tragica, possono provocare allegria e tristezza; non solo: entrambe possono avere una conclusione sia positiva, sia negativa. La vera distinzione risiede altrove: ciò a cui dobbiamo prestare attenzione sono i personaggi. Le loro intrinseche qualità. E una su tutte appare decisiva, agli occhi del filosofo di Stagira: essere in grado di cambiare, oppure no.
In estrema sintesi, un personaggio che cambia dà vita a una tragedia; uno che resta sé stesso origina una commedia. Non è il genere a indirizzare il personaggio verso certi comportamenti, è il contrario: a seconda di che natura umana portiamo in scena, stiamo scrivendo una storia tragica o comica. Sorprendente, vero? […]
Nel giro di qualche anno, il mio zapping quotidiano si è ridotto a un unico gesto: accendere la tv e premere il tasto sei del telecomando. All’epoca Italia 1 ci inondava di telefilm: un unico flusso, quasi ininterrotto, dal risveglio all’ora di cena. Se durante l’infanzia era stato il pomeriggio il clou della mia vita di telespettatore, da un certo punto in poi l’orizzonte si era allargato all’intera giornata; come un drogato, prendevo la prima dose quando ancora non avevo fatto colazione, un’altra dopo pranzo, appena prima dei cartoni animati, e un’altra ancora nella fascia preserale. Ralph Supermaxieroe, Wonder Woman, A-Team: la lista era infinita, e in continuo aggiornamento. Potevi sintonizzarti anche quando la puntata era già iniziata: bastavano pochi minuti per orientarsi. Quelle storie, infatti, erano tutte uguali, proprio come i cartoni della Warner Bros. e di Hanna-Barbera. […]
Quando definiva l’essenza della commedia, Aristotele non aveva certo in mente i cartoni animati di Hanna-Barbera e Warner Bros., né i telefilm degli anni ‘70 e ‘80. Eppure le sue riflessioni ci permettono di comprendere l’intima differenza fra serie tv come Wonder Woman, fondate sul principio che ogni puntata è autoconclusiva, e quelle come Gomorra, costruite sull’idea che i personaggi siano sempre più difficili da decifrare.
Qualunque fosse il telefilm, potevo immergermi nella vicenda senza preoccuparmi di ciò che era successo prima e di cosa sarebbe accaduto dopo; le avventure del protagonista si svolgevano in un eterno presente, sempre nuovo e sempre uguale a sé stesso. A volte in una puntata accadeva qualcosa di significativo: sbocciava un amore, un personaggio ricorrente usciva di scena, una vicenda del passato tornava a galla; in teoria si creavano le condizioni per un cambiamento, eppure, questa possibilità non veniva mai esperita. Niente di ciò che era accaduto avrebbe alterato l’approccio dei personaggi verso il mondo; nell’episodio successivo sarebbero riapparsi sullo schermo di nuovo integri, nel fisico e nelle psiche, come non avessero memoria. Anche queste storie, al pari di quelle che guardavo da piccolo, erano prive di passato e di futuro.
Quando definiva l’essenza della commedia, Aristotele non aveva certo in mente i cartoni animati di Hanna-Barbera e Warner Bros., né i telefilm prodotti negli Stati Uniti fra gli anni ‘70 e ‘80. Eppure le sue riflessioni si rivelano ancora attuali. Ci permettono, per esempio, di comprendere l’intima differenza fra le serie tv come Wonder Woman, fondate sul principio che ogni puntata è autoconclusiva, e quelle che guardiamo oggi in lunghe maratone di binge-watching, come Gomorra, costruite sull’idea che i personaggi, accumulando esperienze, siano sempre più difficili da decifrare.
Il filosofo di Stagira, piuttosto, pensava a opere come Le rane, di Aristofane. In questa storia il dio del teatro, Dioniso, si propone di scendere nell’Ade per resuscitare Euripide. Nel leggere una sua tragedia, l’Andromeda, realizza quanto sia ampio il divario con i poeti in attività in quel momento storico, e così decide di intervenire, per riportare il teatro greco al livello che gli è consono; ad accompagnarlo nella missione il servo Xantia. Durante il viaggio nell’oltretomba, Xantia e Dioniso si scambiano più volte ruoli e vestiti, dando vita a numerose gag; queste esperienze potrebbero indurre entrambi a comprendere meglio l’altro: il dio potrebbe scoprire come si vive nella condizione di servo, e viceversa, ma ciò non accade. Al contrario, le gag funzionano proprio perché entrambi, al di là dei travestimenti, restano fedeli alla propria natura; assistiamo a una ripetitività fine a sé stessa, tesa unicamente a strappare una risata, come negli sketch di Stanlio e Ollio. Al termine della vicenda ognuno dei due continua a trattare l’altro nello stesso modo, come se gli scambi di ruolo non fossero mai avvenuti. Dioniso e Xantia sono impermeabili alle esperienze, ed è proprio questa loro condizione a rendere Le rane una commedia, prima ancora della volgarità del lessico, o dei continui riferimenti a istinti primordiali quali fare sesso e defecare. In questa storia, fra l’altro, si affrontano argomenti affatto banali: l’importanza dell’arte nella vita di una comunità, la presunta decadenza del teatro greco e i criteri per valutare la qualità di un lavoro artistico. Ciò a cui dobbiamo guardare, se vogliamo distinguere una commedia da una tragedia, è la natura – mutevole o immutabile – dei personaggi, e io, questa differenza, ho iniziato a capirla solo quando ho scoperto i filmoni del lunedì sera.
Leonardo Staglianò
Ha scritto il dramma teatrale Cashmere, WA (2012), il lungometraggio Yuri Esposito (2013) e il saggio L’arte del dialogo (2019). Coordina il college International della Scuola Holden e lavora come story editor per film fund, film lab e produttori indipendenti.
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