immagine di copertina per articolo Catechismo per adulti
Serial Fatigue

Catechismo per adulti

Come gran parte della cultura e dei media contemporanei, anche le serie televisive sempre più spesso si pongono l’obiettivo di insegnarci qualcosa, o sono lette come testi che ci fanno diventare migliori. Appiattendone così le contraddizioni.

immagine rivista

Questo articolo è apparso per la prima volta su LINKNumero 30 -Serial Fatigue delottobre 2024

Vedi pubblicazione

L’idea che i prodotti della fantasia debbano insegnare qualcosa a chi li legge, ascolta o vede (un’idea che mi pare serpeggi anche tra i critici dei più nuovi tra i prodotti della fantasia, le serie tv, con i loro maschi non più tossici come una volta, meno stronzi di Tony Soprano o, andando indietro nel tempo, di J.R. Ewing, e le loro femmine non più remissive come una volta, meno gregarie di Carmela Soprano o, andando indietro nel tempo, Sue Ellen Ewing, per fare degli uni e delle altre dei role model all’altezza dei tempi), è un’idea essenzialmente scolastica: agisce cioè là dove i prodotti della fantasia vengono letti o ascoltati o visti non principalmente in virtù della loro qualità estetica ma nella prospettiva della formazione del carattere e della socializzazione. O mythos deloi oti… “la favola insegna che” è la formula esopica che giustifica e spiega buona parte delle letture che abbiamo fatto e si fanno in età scolare. Per l’apprezzamento estetico ci sarà tempo: per ora istradiamo alla bontà e alla rettitudine. 

Dimostrare qualcosa

Ora, compilando manuali scolastici di letteratura e tenendomi al corrente di ciò che si fa e si dice nel campo delle arti verbali (libri, film, serie tv, canzoni), mi pare di aver notato due cose. La prima è che la richiesta che l’arte “dimostri qualcosa” si è estesa ben oltre i primi gradi dell’istruzione. Vale a dire che anche nelle scelte antologiche della scuola secondaria si privilegiano soprattutto testi o brani di testo all’interno dei quali sia possibile isolare un messaggio virtuoso, che lo scolaro possa facilmente applicare alla propria vita o al mondo che ha sotto gli occhi; e vale a dire soprattutto che testi o brani di testo che non sembrerebbero prestarsi a questo genere di estrapolazioni vengono commentati in modo da far emergere la lezione morale che essi celano al lettore superficiale.

Le opere del passato ci riguardano in quanto parlano a noi, e non di noi.

La matrice predicatoria di molta paraletteratura contemporanea conforta questo cattivo gusto scolastico: come spiegare altrimenti la fortuna di molte poesie di Arminio, di molta prosa di Murgia? È necessario accettare, persino assecondare questa tendenza? Lo è, se crediamo che l’arte serva soprattutto a insegnare qualcosa che la superi, o che addirittura la prenda a pretesto. Non lo è, se pensiamo che l’arte vada compresa e goduta disinteressatamente, per ciò che dice e non per ciò a cui allude, e che quindi per esempio – usciamo dal perimetro della letteratura contemporanea – una pagina sulla guerra di Troia non debba per forza sollecitare una riflessione sull’inutilità di tutte le guerre, un brano del canto X dell’Inferno non debba per forza essere usato come invito alla moderazione in politica, un brano della Gerusalemme liberata non debba per forza suggerire considerazioni virtuose sulla convivenza sempre possibile tra popoli di tradizioni e fede diverse. Se pensiamo, per chiudere tutto questo in una formula, che le opere del passato ci riguardano in quanto parlano a noi, e non di noi. Mi pare però di notare che questa distinzione non sia più così scontata, e non solo in ambito scolastico. Intanto perché il curriculum scolastico si integra sempre di più, o meglio sempre di più viene invaso da iniziative culturali extra-scolastiche che declinano la memoria storica o la letteratura in chiave di parenesi. Qualche anno fa al Teatro Olimpico di Vicenza mi è capitato di assistere a una manifestazione intitolata Classici contro insieme ad alcune classi dei licei cittadini. In rete si trova ancora il testo che spiegava in breve di che cosa si trattasse: 

“È una questione di città, di civiltà, di polis e di democrazia. L’Europa non può venir meno alla sua storia e ai suoi schemi culturali profondi. A quelli migliori, per allontanare quelli peggiori. Che possono affiorare in un attimo. Per sapere cosa fare in questo tempo di migranti, di bambini, donne, uomini che fuggono dalla guerra, dalla fame, dalla sofferenza, le risposte non sono semplici da ritrovare, certo sono impegnative. Anche di fronte alla violenza e alle tensioni del terrore e della guerra. Da tremila anni abbiamo qualche risposta, noi tutti, noi cittadini d’Europa. Basta rileggere l’Odissea di Omero. Basta vedere le Supplici di Eschilo. C’è tutto, ogni problema”.

Nei classici c’è tutto, i classici sono insieme la voce della ragione e la voce del cuore. Basta rileggere Omero, o Eschilo, per essere persuasi della necessità di comportarsi virtuosamente nei confronti dell’Altro. Ma è davvero questa la lezione che si deve trarre dai versi di Omero e di Eschilo? E se pure lo è: si tratta di una lezione che può far presa oggi, in un mondo così diverso da quello che quegli scrittori avevano sotto gli occhi? E ammesso e non concesso che l’obiettivo sia procurarsi chiavi efficaci per interpretare i problemi contemporanei, non è possibile trovare, anche nel repertorio della letteratura, qualcosa di più aderente alle attuali condizioni di vita? A me pare che questa retorica attualizzante sia uno dei cancri dell’istruzione umanistica corrente. Ma poi, in un contesto del tutto diverso, ospite di Stephen Colbert al Late Show, alla domanda circa il perché mettere in scena a Broadway un dramma di Čechov, Steve Carell non risponde che Čechov è Čechov e tanto basta, ma che i temi centrali di Zio Vanja sono molto pertinenti (relevant) in relazione ai crucci del presente: l’ecologia, l’emergenza climatica, i diritti delle donne. Nella grande arte del passato sono prefigurati insomma i problemi del presente, nonché le possibili soluzioni. Alleggerita dall’impalcatura ideologica, è una concezione moralistica dell’arte che confina con quella vetero-marxista secondo cui i capolavori del passato, anche contro le proprie intenzioni manifeste, riflettono le idee progressive di una determinata epoca, le idee cariche di futuro che hanno contribuito a plasmare l’epoca presente. 

Anche il pop

La seconda cosa che ho notato è che questo genere di eteronomia impronta di sé sempre più spesso anche le arti di massa. Si notano delle convergenze, si percepisce un’aria del tempo, la vecchia ossessione scolastica per il messaggio, “quell’orrore degli orrori preso a prestito dal gergo dei riformatori quaccheri”, sembra aver contagiato i media, l’editoria, i prodotti del pop. Cadute le sicurezze della religione così come quelle dell’ideologia, questo messaggio s’ispira ai valori del civismo, dell’urbanità, della virtù sociale nella più larga delle sue accezioni. Ma benché non abbia sul suo scaffale un testo sacro paragonabile alla Bibbia o al Capitale, questo catechismo civile non è meno aggressivo di quelli che l’hanno preceduto, anche perché fa appello a “pulsioni benevolenti” alle quali nessuna persona ben nata potrebbe opporre un rifiuto: l’anelito alla pace, ai diritti, al rispetto della natura, alla promozione sociale dei poveri.

È dei moventi nascosti e contraddittori della vita umana che si occupano gli scrittori, in questi abissi scende la sonda del Tartufo di Molière, della Coscienza di Zeno di Svevo, del Re Lear di Shakespeare, dell’Informazione di Amis, e in fondo di ogni libro che valga davvero la pena di leggere. Ignorare questi abissi – ed è un’ignoranza che i catechismi assecondano – significa ignorare la natura degli esseri umani, e la propria.

Ora, mentre il catechismo religioso e quello ideologico avevano i loro sacerdoti, questo catechismo valoriale ha una fisionomia così poco definita da poter essere predicato da qualsiasi uomo o donna di buona volontà. Il triste moralismo che spira dalla tv italiana nonché, dicevo, dalle arti di massa, trova qui, in questa piega dello spirito del tempo, una sua spiegazione. Al di là di ogni giudizio di valore, è difficile non notare che qualcosa, che molto è cambiato nei pochi anni o decenni che separano, diciamo, le asciutte trasmissioni di parola di Minoli, o di Costanzo, o anche di Biagi, da quelle di Fazio o Gramellini; o le vignette di Forattini e Bucchi da quelle di Biani; o i caratteri sempre un po’ ripugnanti di Sordi e Tognazzi e Gassman da quelli che si incontrano nelle commedie di Paola Cortellesi o Antonio Albanese, o anche Carlo Verdone, comici dotatissimi in gioventù che nei loro anni maturi, anziché insistere sul sarcasmo e sulla cattiveria, sembrano essersi arruolati in una laica Compagnia per la propaganda della bontà. E che c’è di male? Perché non dovremmo guardare film che difendono la buona causa dei diritti delle donne o la buona causa dell’istruzione pubblica, o ascoltare monologhi che anziché far ridere mirano a far riflettere, a far indignare, a mobilitare per delle buone cause (Serra, Saviano)? E per tornare alla scuola, perché non dovremmo dare da leggere ai nostri studenti testi che spronano alla virtù? La prima risposta che viene in mente è: perché il moralismo è sempre volgare. Meno superficialmente: perché le opere di fantasia, quelle serie, non dovrebbero solleticare la nostra vanità ma dovrebbero far capire a chi legge o a chi guarda, soprattutto quand’è molto giovane, quanto sia storto il legno dell’umanità, e quanto sia inane e sciocco il tentativo di raddrizzarlo con le prediche. È il genere di verità che non si apprende dai catechismi ma, appunto, dalle opere d’arte, e anzitutto dalla letteratura. “Nei giornali – ha scritto una volta Paul Goodman – leggerete di rado le parole invidia, dispetto, generosità, imbarazzo, confusione, sventatezza, timidezza, compassione, eccetera – i veri moventi della vita”. Ma è appunto di questi moventi nascosti e contraddittori che si occupano gli scrittori, in questi abissi scende la sonda del Tartufo di Molière, della Coscienza di Zeno di Svevo, del Re Lear di Shakespeare, dell’Informazione di Amis, e in fondo di ogni libro che valga davvero la pena di leggere. Ignorare questi abissi – ed è un’ignoranza che i catechismi assecondano – significa ignorare la natura degli esseri umani, e la propria.

Di fatto, è proprio questo genere d’ignoranza che mi pare di ravvisare in molte persone nella cui educazione non sembrano aver avuto un peso sufficiente le grandi opere dell’immaginazione (anche persone che appartengono agli strati più alti della società, giacché si è verificato negli ultimi decenni questo fenomeno inedito nell’Europa moderna, e le cui conseguenze non mi pare siano state ancora adeguatamente valutate: la classe dirigente ha cessato di avere familiarità con la vera cultura umanistica). Nella compunzione con cui si impartiscono e si accolgono lezioni di morale – nei media, e in particolare naturalmente in quella sentina che sono i social network – mi pare di riconoscere precisamente una carenza di intelligenza letteraria. Ci si ignora, proliferano i falsi sé, si crede ciecamente alla virtù propria e a quella degli altri: come se Proust non avesse spiegato lo snobismo, come se Flaubert non avesse spiegato la stupidità, come se Dostoevskij o Freud non avessero fornito prove abbondanti della ferinità dell’animale-uomo. Alla festa dei venticinque anni dei Soprano, David Chase ha osservato che anziché di festa sarebbe stato più corretto parlare di funerale, perché quel genere di televisione ha smesso di interessare i produttori, e prima dei produttori il pubblico: l’ambiguità di Tony Soprano, la complessità del suo carattere e di quello degli altri protagonisti della serie non sarebbe più accettabile nell’epoca della comfort tv. “I’ve been told to dumb it down” – che tradotto liberamente significa: bisogna tornare al catechismo.


Leggi anche

immagine articolo Buddha television
immagine articolo Scrivere una storia della tv italiana

Restiamo in contatto!

Iscriviti alla newsletter di Link per restare aggiornato sulle nostre pubblicazioni e per ricevere contenuti esclusivi.