Da Breaking Bad a Louie, da Mad Men a Girls: alcune delle serie tv più amate hanno protagonisti inquietanti e manipolatori. Ne parliamo con il teologo Adam Kotsko.

Usate troppo una parola, usatela a sproposito, e finirete per toglierle ogni significato. O per dargliene uno diverso. Prendete, per esempio, “genio”, “ansia” o “disagio”: vocaboli buttati un po’ via, che si tratti di un dramma personale o di una battuta sul bar da scegliere per la serata. Ogni generazione ha il suo intercalare, i suoi pantaloni un po’ sbracati, e va bene così. Pensate alla lingua di Shakespeare: dove la parola like è diventata ormai una forma di punteggiatura che intermezza un discorso, un suono senza senso compiuto. Un’altra parola che ha fatto questa fine – ed è interessante notare come i termini più abusati siano quasi sempre quelli dalla connotazione negativa – è creep. Wordreference ci consegna una miriade di traduzioni: dai sostantivi “viscido” e “lecchino” ai verbi che rimandano al gesto di avanzare lentamente, strisciare o arrampicarsi furtivamente. Ma provate a trovarlo davvero, l’equivalente italiano dell’aggettivo creepy: che sia capace di esprimere una tale varietà di malesseri, e altrettanto ubiquo nella vulgata comune.

Creepy, nella parlata anglosassone, può essere il clown di IT, oppure il cane guercio un po’ spelacchiato che ci passa davanti in campagna, il ragno che vediamo salire su per un muro. Ma anche: l’estraneo che ci fissa per più di un secondo in metropolitana, o quello strano compagno di classe che in quella foto ripescata dal baule che sembra in effetti un po’… creepy, appunto. Fondamentalmente, è creepy tutto ciò che ci mette a disagio; e ci mettono a disagio perlopiù i comportamenti umani irrazionali. Ma cosa farcene dell’omnicomprensivo creep in un’epoca in cui i predatori, soprattutto in campo sessuale, e gli atteggiamenti ossessivi sono al centro del dibattito politico e culturale? Vedere creep ovunque significa etichettare in questo modo anche coloro che indugiano in azioni tutto sommato innocue. Per dire: se qualcuno ti segue dalla metropolitana fino a casa, siamo d’accordo, è piuttosto creepy; se invece incrocia il tuo sguardo sull’autobus, beh, quasi sempre è una coincidenza, e basta. Dare peso alle parole ci aiuta a non svalutare comportamenti realmente minacciosi, mischiandoli con gli incidenti casuali del vivere quotidiano.

Fatta questa premessa, va detto che la televisione americana contemporanea, tornata a essere una piattaforma per grandi idee e sperimentazioni coraggiose come forse non avveniva dagli anni Settanta, ci offre una gamma vastissima di personaggi e di storie che giocano proprio sull’ambiguità della nozione di creepiness. Curiosamente, l’autore che più studiato il tema è un giovane teologo americano, Adam Kotsko, autore di saggi su Giorgio Agamben e Slavoj Žižek (in Italia tradotti da Internazionale). Creepiness, pubblicato da Zero Books nel 2015, è l’ultimo capitolo di una trilogia che Kotsko ha dedicato ad alcune tipologie di outsider. I titoli sono espliciti: Awkwardness (altro termine arduo da tradurre, che può stare per “imbarazzo” ma anche “disadattamento”, “disagio”) è del 2010, mentre Why We Love Sociopaths è del 2012. In entrambi i casi Kotsko, intellettuale di sinistra, è coraggiosamente empatico nei confronti dei soggetti che tratta, li dipinge più o meno come gli esclusi dell’ingiusta società neoliberale, le vittime sacrificali del nostro assetto comunitario. Ma con i creep questo non accade: in questo caso la cultura pop è sviscerata per prendere di mira quello che definisce come “il carattere peggiore di tutti”.

Il lato oscuro delle serie tv

Le sue indicazioni di sguardo sono spietate: oltre ai cattivi per eccellenza come Dexter o il protagonista di Breaking Bad, sono citate, nella miriade di esempi, serie tv come Sex and the City, Orange Is The New Black, Girls. Qualche esempio della lente analitica dello scrittore? In Girls (in onda su Hbo dal 2012 al 2017) si ritrovano una nudità e una sessualità invadenti. In Breaking Bad (su Amc tra il 2008 e il 2013), il protagonista ci spinge ad odiare sua moglie. In Mad Men, invece (ancora Amc, 2007-2015) c’è un maschilismo manipolativo e subdolo. Mica roba da poco, e le ultime due sono tra le mie serie preferite di sempre. Che sia stato attratto dal Lato Oscuro? Sono contrariato dalle opinioni contenute in Creepiness, ma credo che valga la pena affrontarle.

“Per me si può definire la creepiness come un desiderio fuori posto”, mi spiega Kotsko, che insegna discipline umanistiche allo Shimer College di Chicago. Prendendo parecchio in prestito dalle teorie psicoanalitiche di Freud, Kotsko sostiene che il desiderio è fondamentalmente sempre creepy, inquietante, molesto: non sta mai nel posto dove dovrebbe stare. Così come in Awkwardness, racconta come i sistemi sociali non siano altro che un tentativo di addomesticare questo animale pericoloso che rischia di fare del male a noi stessi e agli altri. “I personaggi delle serie tv in fondo non sono che la rappresentazione di questo bilanciamento tra ordine e desiderio”, dice. Desiderio non solo di dominio sessuale ma anche economico, di classe.

Quali sono le caratteristiche del creep che ritroviamo in queste serie tv, dunque? Gli elementi comuni si trovano facilmente. L’invasività, innanzitutto; il desiderio enigmatico; l’elemento sessuale che appare quando non dovrebbe. Ma, forse più di tutto, l’imprevedibilità. Il creep non rispecchia le gerarchie sociali e i confini dello spazio personale. È ossessivo, persistente. E la bravura degli autori sta nel farci prendere le sue difese. Se ci pensate, la cosa non è poi così diversa dai tempi in cui Francis Ford Coppola ci faceva tifare per una famiglia di assassini mafiosi. “Quando parlo di sovraidentificazione con il creep come obiettivo specifico di una serie, penso per esempio alla quarta stagione di Louie, dove passiamo la maggior parte del tempo a giustificare la reprensibile condotta del protagonista. In altre serie, come Breaking Bad, forse ciò avviene meno apertamente. Se da un lato realizziamo che Walter è un marito orribile e violento, dall’altro siamo portati a pensare che Skyler, sua moglie, è una stronza castrante che si merita quello che le capita”.

Riguardo alle critiche che Adam Kotsko rivolge all’ideatrice di Girls, Lena Dunham, che ne è anche la protagonista principale, il suo centro di gravità, mi rendo conto che molte delle persone che conosco, anche quelle più tranquillamente progressiste, si sentono infastidite dal suo auto-assorbimento, dal suo privilegio, dal suo egocentrismo (molto liberatorio e molto liberal). Eppure mi chiedo se questo fastidio non sia legato all’ennesimo pregiudizio, sedimentato con anni di tv convenzionale: cioè che Dunham non sia abbastanza attraente da potersi permettere di rappresentarsi così liberata in televisione. Come se ci fosse una vocina malefica che protestasse: “Ma come si permette, questa, di forzare su di noi il suo corpo? Come osa pensare che davvero vogliamo guardarla?”. La domanda Why Is Lena Dunham Taking Her Clothes Off? è comparsa a lungo nelle riviste americane, quasi sempre accompagnata dal medesimo fastidio che descrivo. E il produttore di Girls, Jude Apatow, ha tentato di placare gli insorti, così: “È difficile da guardare [il suo nudo] perché è reale, perché tocca l’insicurezza delle persone”.

Lena Dunham e Louis CK

“Lena Dunham è come un tornado”, ammette Kotsko. “È difficile criticarla senza essere trascinati in automatismi sessisti. Credo proprio che lei abbia avuto coraggio a presentarsi in quel modo, e ritengo che il suo uso ‘eccessivo’ della nudità ci dia modo di vedere il nudo tv in una cornice più naturale. D’altro canto, molte delle scene dove lei è apparsa nuda sono totalmente asessuate: come appunto può capitare nella vita di tutti i giorni, specialmente in una coppia che si conosce da anni. Questo, va detto, contrasta un po’ con quella che sembra la politica aziendale di Hbo: mostrare una nudità femminile piuttosto fuori luogo in quasi tutte le sue serie”.

Come si può affrontare il caso di Louis CK, autore che fino a sei mesi fa godeva di un consenso pressoché unanime di pubblico e critica, che non sbagliava un colpo da dieci anni, senza finire a parlare della cronaca che lo riguarda? Delle accuse, dei comportamenti impropri prima sussurrati e poi infine confessati? Si può davvero dare un taglio ideologico a tale “personaggio”, insomma, senza sforare nella critica moralistica? Secondo Kotsko si può – anzi, si deve – perché i problemi di Louie precedono quelli del suo creatore: “Lui che ci mette in una situazione dove ci chiede di giudicarlo positivamente proprio su di un piano morale: ‘aveva ragione, quando ha tentato di forzare Pamela a fare sesso con lui; aveva ragione, quando subito dopo era arrabbiato e frustrato, perché in fondo lei avrebbe dovuto accettarlo così com’è…’, e via dicendo”. D’accordo: ci sentiamo manipolati, ma in fondo quella manipolazione parte del piacere che vorremmo incluso nel biglietto? E (sia detto a bassa voce) sapere che ciò che accade sullo schermo riflette ciò che accadeva realmente fuori dallo schermo, non ci rende ancor più eccitati di fronte alla rievocazione?

Ovviamente sto pensando all’ultimo, volutamente morboso e ambiguo film di Louis CK, I Love You, Daddy, che è stato bloccato in fase di distribuzione dai produttori-Savonarola. L’universo intellettuale engagé statunitense, molto sensibile a questi temi e altresì rimpinzato di sensi di colpa, si è chiesto parecchie volte come dobbiamo regolarci quando ci nutriamo dell’arte di “uomini mostruosi” (per usare la definizione di Claire Dederer su Paris Review). Ovvero: è giusto continuare a consumare prodotti dell’industria cognitiva quando le menti che hanno partorito le trame sono accusate di cose tremende? O dobbiamo far finta di niente, focalizzandoci sulla fiction? È giustificabile? È possibile? Intanto è, mi sembra ovvio, un processo analitico che rasenta la confessione sul lettino dello psicologo. Ma proprio per questo motivo liquidare il problema con un’alzata di spalle sardonica mi sembra ci aiuti soltanto a nasconderlo, a confinarlo in un contesto culturale e politico – quello puritano – che non ci appartiene. È però anche vero che, per quanto legato a contraddizioni religiose distanti dal barocco mediterraneo, Dr. Jekyll e Mr. Hyde è entrato nel canone letterario non solo inglese ma occidentale: perché parla di una borghesia che ha difficoltà a conciliare decoro e pulsioni animalesche, apparenza di contegno e volontà di sopraffazione. Contraddizioni non limitate certo alla Londra o alla New York vittoriane, ma dall’afflato ormai universale.

E poi l’aspetto della fragilità umana di cui tenere conto, che finisce con l’aprirci una porta su diversi gradi comprensione per la devianza, se non addirittura con l’immedesimazione viscerale. Ma, ancora una volta, quanto c’è di spontaneo escapismo della borghesia, e quanto di subdolo lavoro dei persuasori occulti? “Louie ti controlla, ti manipola, sia dentro la storia che nel suo rapporto con il pubblico”, insiste Kotsko. “Nel suo caso, come per Walter White o Don Draper, sembra che la manipolazione, a un certo punto delle loro storie, diventi davvero il fine in sé. Walter tenta costantemente di controllare le emozioni di Jesse; Don cerca continuamente di insinuarsi nella vita di Peggy, e di esercitare una qualche forma di controllo su di lei: parlo soprattutto della sesta stagione di Mad Men; nella settima sembra relazionarsi in modo più salubre”. Ecco: sono stato contagiato dal Dispositivo Kotsko: e riconosco certi aspetti di creepiness anche in altre serie tv, relativamente più recenti: Broad City, dove due ebree americane di vent’anni si ubriacano di edonismo newyorchese finendo con l’inguaiarsi a vicenda; Chewing Gum, dove una ventenne londinese rinnega l’educazione ultra-religiosa attraverso la promiscuità sessuale; Crazy Ex-Girlfriend, che ha per protagonista un’avvocatessa in preda ad allucinazioni bipolari e continui attacchi d’ansia. Trovo interessante che molte serie centrate sulla creepiness abbiano per protagoniste delle donne. Forse (ma la mia è solo un’ipotesi) perché le loro deviazioni sono meno minacciose e dannose di quelle dei maschi?

La creepiness delle donne

Il movimento #MeToo, risposta dell’ultima generazione di femministe a certi abominevoli costumi del patriarcato, è messo in discussione in questi giorni su un doppio fronte: da un lato, da una prospettiva più conservatrice, “haroldbloomiana”, di chi è preoccupato per le possibili ripercussioni della Scuola del Risentimento sulla libertà d’espressione occidentale (“Adesso ci vogliono togliere Woody Allen!”); dall’altro, da una prospettiva più reazionaria, di chi vede nella correttezza politica l’ennesimo strumento per distogliere l’attenzione dai diritti sociali (“La Boldrini pensa alle declinazioni e non al salario degli operai!”). In questo contesto, è complicatissimo parlare di compassione o fascinazione per i comportamenti deviati senza finire tra i fiancheggiatori dei carnefici. Giorni fa, il filosofo post-anarchico Saul Newman mi diceva molto tranquillamente che lo zelo censorio di #MeToo non è altro che l’ennesima resa dei conti interna all’élite; ma lo diceva, beh, dalla prospettiva del post-anarchismo. Ad Adam Kotsko l’etichetta del politically correct non fa per niente paura: “Non m’interessa, perché certi comportamenti sono realmente, genuinamente predatori e distruttivi, e dovrebbero essere scoraggiati. I nostri desideri saranno pure ingestibili, ma non vuol dire che non possano esistere tentativi per gestirli. La maggioranza di quelli che si lamentano della censura spera in realtà nel ritorno di un ordine dove gli uomini sono liberi di vittimizzare le donne come gli pare e piace: e mi inquieta che si vedano come vittime, solo per il fatto che sono privati di questo privilegio ingiusto”.

I creep, di qualunque sesso, continueranno ad affascinarci: perché il loro desiderio perlomeno è messo in scena, e non respinto e sanzionato come avverrebbe nella realtà. Perché contemplare i creep è una valvola di sfogo. Su di loro proiettiamo le nostre fantasie, le nostre utopie di liberazione e di potere. Ma hanno una qualche possibilità di redenzione? Tra le categorie della psicoanalisi adoperate da Kotsko per definire la categoria, la più recuperabile mi è sembrata quella “dell’isterico”, che di fronte al conflitto tra desiderio e ordine sociale si tira indietro, “andando in sciopero”; facendo questo, mette in discussione la natura artificiosa dell’ordine sociale. Il rischio è però quello di tifare per una proiezione romanzata delle nostre sconfitte: personaggi che a loro volta guardano Netflix con un bicchiere di vino in mano e una coperta di lana sulle cosce dopo una giornata passata a fronteggiare la schizofrenia metropolitana, come in una sorta di racconto à la Borges fatto di incastri e di specchi. E, mi tocca aggiungere, è forse in questa riduzione dell’inquietudine femminile a protagoniste isteriche che sospendono il giudizio ed esplorano se stesse senza riuscire a mettere troppo a fuoco le cause dell’oppressione, ma intanto ci intrattengono, che la produzione creativa maschile ha trovato la quadratura del cerchio.