Dopo più di un decennio di successi nella ricerca di future star, il genere attraversa un momento di difficoltà. Cosa è successo alla retorica dell’x factor?

Nella settimana di Natale 2015, qualcosa si è rotto nella macchina del pop: il singolo della vincitrice dell’X Factor britannico non ha debuttato alla prima posizione in classifica. Piccola premessa: il Christmas number one, ovvero il brano al numero uno nei giorni delle festività, ha un’importanza particolare nel Regno Unito. È un argomento di discussione negli uffici, è oggetto di scommesse, è una notizia nei telegiornali. Nel film Love Actually c’è persino un’intera storyline dedicata alla corsa di un attempato cantante rock verso l’ambita posizione. Dal 2005 al 2014, il Christmas number one è quasi sempre stato l’inedito del vincitore di X Factor proclamato poc’anzi. Negli anni in cui non è successo, c’era un singolo di beneficenza a commuovere la nazione (e la nuova stella del talent stava al secondo posto, e avrebbe comunque guadagnato la vetta nella settimana seguente). Una piccola crepa si era formata nel 2009, quando una campagna di protesta contro lo strapotere discografico del programma aveva permesso a un brano del 1992, “Killing in the Name” dei Rage Against The Machine, di battere l’innocente Joe McElderry: il giovane cantante finì secondo vendendo 450mila copie e conquistò comunque il primo posto una settimana dopo. Ma nel 2015, la vincitrice della dodicesima edizione di X Factor UK Louisa Johnson non solo ha mancato la top 3, ma è finita alla 9. Ed è scomparsa dalla top 100 in meno di un mese. Il fiasco non si deve alla cantante o alla sua cover di “Forever Young” – entrambe accettabili se non superiori agli standard del talent britannico. È il sintomo che qualcosa si è rotto nella macchina infallibile creata dal discografico Simon Cowell ormai più di 12 anni fa, quando decise di potenziare e riproporre il fortunato format Pop Idol, in cui figurava come giudice (ma di cui non possedeva i diritti).

Da Idol a X Factor e The Voice

Per X Factor UK, quella del 2015 doveva essere l’edizione del rinnovamento. C’erano due nuovi giudici ad abbassare l’età media del panel; c’era una coppia di nuovi conduttori a sostituire, dopo otto edizioni, il rassicurante Dermot O’Leary. Tuttavia, gli ascolti hanno continuato a calare e l’edizione è stata la meno vista di sempre dopo quella inaugurale. La puntata dell’incoronazione ha attratto 8.2 milioni di telespettatori, un milione in meno rispetto alla finale 2014, meno della metà di quella del 2011. E la crisi dell’audience è stata di gran lunga la cosa di cui i media hanno parlato di più. Anche l’ultimo X Factor Australia, il settimo, è stato il meno visto, mentre X Factor USA è stato cancellato dopo tre tentativi (uno dei quali con Britney Spears). Sempre oltreoceano, perfino American Idol, dopo quindici edizioni, ha chiuso i battenti. L’ultima ha avuto una media di 11 milioni di telespettatori a puntata, ma si parla di un fenomeno che negli anni d’oro arrivava ai 30 milioni e che per otto stagioni consecutive è stato il programma seriale più visto della nazione. Con l’arrivo di molti, troppi rivali e la perdita di Coca Cola come sponsor principale, nemmeno il talent più grande e culturalmente significativo del mondo è riuscito a uscire di scena in modo dignitoso.

E poi c’è The Voice, l’ultimo arrivato. Nel Regno Unito, da quest’anno dovrà convivere con il rivale X Factor, dopo aver trovato una nuova casa proprio sulla stessa rete commerciale, ITV1. Il servizio pubblico britannico BBC ha deciso di rinunciare al format dopo cinque edizioni: nell’ultima aveva perso in media due milioni di telespettatori, pare a causa dell’assenza di Tom Jones come giudice. Ma c’è anche un altro dato non troppo confortante nella storia, seppur breve, del format: dove sono finite le sue voci nel mercato discografico?

The Voice era nato come risposta “seria” agli Idol e gli X Factor, che verso l’inizio del decennio stavano diventando sempre più varietà. E nel varietà, serve anche la parte comica. Soprattutto nelle puntate dei provini, ci s’imbatteva sempre più spesso in cantanti inequivocabilmente privi di speranze discografiche, ma dal grande potenziale televisivo. Già dal tappeto sonoro, sapevi cosa aspettarti: con qualche nota di fagotto, stava arrivando quello buffo; con lo Schiaccianoci, quello strano e per giunta inquietante. Nell’X Factor della Rai li chiamavano “Talenti incompresi” e trasmettevano pure un montaggio dei “migliori”. A volte invitavano i più divertenti alle puntate dal vivo. Nel Regno Unito, ad alcuni facevano persino passare le selezioni, in modo da avere qualche novelty act per il sabato sera, mescolato ai concorrenti, per così dire, normali. Tutti gli spettatori britannici ricordano l’improbabile Wagner, le simpatiche Two Shoes e i gemelli alieni Jedward. Ogni loro esibizione era un piccolo momento di Eurovision, quando ci si trova di fronte all’idea di pop antiquata o ingenua di un altro paese: ai nostri occhi appare kitsch e ci fa sorridere. (I Jedward, peraltro, all’Eurovision ci sono andati rappresentando l’Irlanda, e con buoni risultati).

Da una parte, la presenza di “talenti incompresi”, nelle audizioni come nei live, portava necessari momenti di leggerezza in mezzo a tante lacrime, battiti cardiaci e tensioni spesso ingiustificate. Ma dall’altra, viene da chiedersi quanto sia giusto approfittare dell’ingenuità di chi forse pensa davvero di poter avere un futuro nella musica. Il caso più eclatante fu quello di una 54enne che nel 2011 ricevette il suo quarto rifiuto dai giudici britannici. L’umiliazione, durata sette interminabili minuti, fu oggetto di polemiche perché la signora era stata invitata a ripresentarsi ai provini dalla redazione stessa del programma. La nazione si accorse che stava ridendo di persone fragili – e talvolta affette da disturbi mentali – inserite in un contesto inutilmente crudele. E poi: non stavamo cercando una popstar?

La situazione fornì terreno fertile a The Voice: se Cowell puntava su casi umani, fenomeni da baraccone e immagine con uno show sempre più pirotecnico, la premessa del format rivale era scovare una voce tanto straordinaria da non avere nemmeno bisogno di un corpo. E tuttavia, l’unico accenno di successo internazionale di The Voice con la voce non c’entra ed è inequivocabilmente un novelty act: Suor Cristina. La sua carriera, malgrado un Padre nostro in diretta tv, non è decollata: è iniziata e finita come video virale. Le altre decine di migliaia – letteralmente – di poltrone girate nei 180 territori in cui è andato in onda il format non hanno prodotto nessuna popstar esportabile, nemmeno nei paesi anglofoni.

Impatto e perdita dell’innocenza

X Factor ha avuto invece un impatto innegabile sull’industria discografica. Basterebbe anche solo menzionare un quintetto che per numeri si può solo paragonare ai Beatles (One Direction), le due girlband attualmente piu importanti al mondo (Little Mix e Fifth Harmony), un one hit wonder internazionale di tutto rispetto (Leona Lewis) o una manciata di ottimi case study locali (l’inglese Olly Murs, gli australiani Dami Im e Guy Sebastian, il nostro Marco Mengoni). E da American Idol sono usciti una country star da sette Grammy (Carrie Underwood) e una popstar da tre (Kelly Clarkson), l’attuale cantante dei Queen (Adam Lambert) e un premio Oscar (Jennifer Hudson). Risultati simili sembrano tuttavia irraggiungibili per i concorrenti di un talent show nel 2016 e, se accostati allo zero discografico ottenuto da The Voice e all’emorragia di ascolti in molti territori, il quadro è chiaro: il genere è in crisi.

Ogni volta che un concorrente è eliminato da un talent, gli viene detto di continuare a credere nel sogno perché, vedrai, farai grandi cose anche se stai uscendo da questo gioco. Ma l’eliminato continua a piangere sapendo che sono frasi di circostanza; l’eliminato, se ha vissuto su questo pianeta per almeno una decina d’anni, ha visto abbastanza eliminazioni altrui per capire che le possibilità di sfondare sono esaurite. Ancora oggi, a ogni apparizione televisiva di Giusy Ferreri, c’è chi troverà divertente twittare che potrebbe o dovrebbe tornare a fare la cassiera dell’Esselunga – come se il suo lavoro precedente non fosse dignitoso, come se la premessa stessa del programma a cui ha partecipato non fosse quella di trovare una popstar tra la gente comune. Una (cinica) fetta di pubblico sembra volerla avvertire che tutto questo è un sogno e che la realtà del supermercato è ancora dietro l’angolo. E se non sono bastati 17 dischi di platino e uno di diamante in otto anni di carriera per cementare l’idea di Giusy Ferreri come popstar, buona fortuna a chi s’iscrive a un talent show oggi.

Industria e pubblico sembrano avere perso l’ingenuità che alimentava le prime edizioni. Un tempo si pensava che tutti i concorrenti di un talent avrebbero avuto successo. Poi si è passati all’idea che solo i finalisti avrebbero avuto successo. Poi si è scoperto che i finalisti avrebbero sì avuto successo, ma solo per una stagione. Ora spesso si parte dal presupposto che nessuno avrà successo. Le case discografiche potevano usufruire di un processo che alla fine forniva un prodotto già pronto e per giunta dotato di fan, perché il processo stesso era la sua campagna di marketing. Ma il gioco aveva senso finché il mercato aveva spazio per accogliere le nuove leve, e soprattutto finché c’erano buoni ascolti in tv. Cosa succede se vengono a mancare queste due condizioni?

Le televisioni di tutto il mondo non sono però ancora pronte a fare a meno dei talent nei loro palinsesti. La Rai, a sorpresa, ha rinunciato a The Voice per sostituirlo con il vetusto Idol, mentre X Factor resterà su Sky Italia almeno fino al 2018 e su ITV fino al 2019. Commentando la notizia, un produttore esecutivo della trasmissione ha detto che X Factor UK è “parte della struttura della nazione”, paragonandolo alle soap opera decennali. È un paragone che voleva essere lusinghiero, ma suona come una confessione non richiesta: nemmeno chi lavora al programma lo vede più come un evento, e la ricerca di talenti è ormai solo un espediente per riempire pigramente qualche ora di televisione. Nel momento in cui i dati e l’esperienza ci dicono che il successo discografico è diventato quasi impossibile, la narrazione del talent muore: investire emozioni (e tempo e tweet ed sms) in flop annunciati non ha più senso. E il pubblico smette, o ha già smesso, di sintonizzarsi.