Una chiacchierata con l’italiano dietro al servizio di streaming più “cool” del momento, Walter Presents, famoso in tutto il mondo. Walter ci mette la faccia.

“Forse non hai mai sentito parlare di Walter Iuzzolino, ma se hai voglia di tv indipendente nuova ed emozionante, potrebbe diventare il tuo nuovo migliore amico”. Inizia così un articolo di IndieWire dal titolo emblematico: “Ecco perché dovresti lasciare che questo nerd scelga la tv che guardi”. Iuzzolino è il “Walter” dietro a “Walter Presents”, servizio di video on demand in streaming che offre le migliori serie straniere, provenienti da tutto il mondo, scelte proprio da lui. Da qui il nome. Lanciato a inizio 2016 in Gran Bretagna sulla piattaforma online di Channel 4, il servizio ha di fatto promosso al pubblico inglese serie come Deutschland 83 o la spagnola Vis a Vis. Da qualche mese Iuzzolino ha fatto il salto negli Usa, dove il New York Times ha definito il suo servizio “A Chic TV Boutique With a Foreign Accent”. Le serie che Iuzzolino “presenta” (non solo scegliendole, ma anche introducendole con un video) sono il risultato di migliaia di ore di tv che racconta di aver divorato per scovare il meglio della produzione internazionale. Nel panorama tv contemporaneo, i servizi di nicchia sono sempre più comuni, e quello di Iuzzolino non è il primo. Ma ciò che lo differenzia è di certo la personalizzazione del brand. Walter “ci mette la faccia”. E ci mette anche molta passione. Per quello che fa e per le serie che ama.

Come è nato Walter Presents?

Da una mia idea. Parlammo con molti possibili partner, come Sky, ma alla fine è stata Channel 4 a crederci davvero. All’inizio pensavo di fare un canale lineare, e furono loro invece a convincermi di scommettere sullo streaming. Mi dissero: “Se vuoi rivolgerti a un pubblico così specifico, che non sarà enorme, ma sicuramente è molto fedele, devi raccoglierlo in un punto dove possa venire quando e come vuole. Mettiamo il canale online, ma usiamo la forza del marketing di Channel 4 per far diventare grande il brand e guidare il pubblico online, su All4”. Fu un’idea geniale: in un ecosistema britannico in cui tutti pagano l’abbonamento a Netflix o Amazon Prime, forniamo un contenuto premium gratuito, perché su All4 c’è la pubblicità. Per questo motivo serie come Deutschland 83 o Vis a vis hanno funzionato così bene. Nel nostro primo anno di vita abbiamo raggiunto i 18 milioni di streams.

Come sei arrivato a Walter Presents? Che cosa facevi prima?

È iniziato tutto tre anni e mezzo fa. Prima facevo il commissioner a Channel 5 e a Channel 4, soprattutto sui factual. Un lavoro che mi piaceva molto, perché Channel 4 ha come obiettivo l’innovazione. Devi avere prodotti di successo, ma spingere sempre i limiti un po’ più in là. Poi sono stato creative director e socio di Betty, una casa di produzione con cui abbiamo lanciato tanti format internazionali. Abbiamo lavorato benissimo per cinque anni, poi abbiamo venduto a Discovery. E lì ho pensato: ora o mai più…

Ti sei ricordato della tua passione per le serie straniere…

Esatto. Ho da sempre l’ossessione della fiction internazionale. Sono in Inghilterra da 22 anni, ma sono cresciuto in Italia, dove vedevo di tutto…

A proposito, nelle tue interviste racconti sempre dei pomeriggi passati a guardare la tv con le tue nonne… Sono state davvero così importanti per la tua formazione?

Sì, e non l’ho capito finché non ho lanciato questo progetto. È stata la classica formazione sentimentale più che accademica. Con loro guardavo tanta tv, con i miei genitori più cinema. E loro guardavano la televisione in modo molto fisico, con gusti molto diversi. Una, più colta ed elegante, vedeva le serie nordeuropee, i classici Rex o Derrick, mentre l’altra nonna, di origini napoletane, era più melodrammatica, amava tutte le telenovelas e, devo ammetterlo, era più divertente: gesticolava, spiegava, si disperava… Me li godevo tanto quei pomeriggi! Mi mancavano molto quando sono venuto in Inghilterra: qui c’erano solo drammi in costume, detective locali o grandi serie americane. Non c’era nulla di straniero.

Però da qualche anno le cose sono un po’ cambiate…

Quando Bbc lanciò la serie francese Spiral ricordo di aver pensato: se questa serie trova un pubblico su Bbc Four, allora posso lanciare il mio canale. Era il momento giusto. E in effetti la serie andò bene, arrivò a un milione di spettatori. Poi sono arrivati The Killing, Borgen e The Bridge, consolidando la fama dello Scandi-noir. A quel punto per me la scelta era ovvia. Bbc si concentrava sul noir nordico, io potevo fare tutto il resto. Potevo lanciare un canale complementare, più commerciale: la mia ambizione era davvero la Hbo, che ha I Soprano ma anche Six Feet Under o Girls. Con i miei soci decidemmo di scommettere su fiction di grande qualità, ovunque fossero state prodotte.

Si discute molto dell’importanza che gli algoritmi di servizi come Netflix hanno sulle nostre scelte di consumo. Il tuo è un approccio completamente diverso, hai scommesso sulla curation. Questo è il futuro, o vinceranno gli algoritmi?

Incarno l’opposto dell’algoritmo. Dico sempre che l’algoritmo è la fine di ogni tipo di associazione culturale. Non può funzionare. È l’uomo contro la macchina, e la macchina non mi interessa. Quello che motiva le nostre scelte culturali o di consumo è una spinta emotiva. Dietro le scelte che facciamo, anche commerciali, c’è sempre un movimento personale, il consiglio di un amico o di una fidanzata… Per quanto sia bello il trailer di un film, vai a vederlo perché qualcuno ti ha detto “è bellissimo”. Ci sono persone di cui ti fidi, un amico o un giornalista. In qualche modo tutto è una forma di curation.

L’offerta è così grande che a volte è difficile, se non impossibile, orientarsi…

Sì, stiamo arrivando a un punto in cui i supermercati sono talmente sterminati, gli scaffali sono così pieni che o finisci per non comprare nulla o compri sempre la stessa cosa. Succede anche a me. Non abbiamo tempo per trovare e provare cose differenti. Per questo ci perdiamo molto. Lo stesso vale per la tv. La sera, se va bene, abbiamo un paio d’ore di tempo. Come fai a navigare “supermercati” come Netflix? Finisce che guardi sempre House of Cards o The Crown, quei due o tre brand di cui tutti parlano e ti senti un po’ in dovere di guardare perché “devi” avere un’opinione. Però poi non ti metti a navigare ogni singolo scaffale del supermercato. Walter Presents nasce come reazione a questa realtà. Siamo come un delicatessen shop, come il vecchio negozietto di alimentari italiano, dove ci sono solo cinquanta cose, ma quelle cinquanta sono sceltissime. Se il commerciante ti vende quel prosciutto, e solo quello, è perché prima l’ha provato e gli è piaciuto.

Per certi versi, sei andato oltre la curation. Ci hai proprio “messo la faccia”, non solo nei video di presentazione. Il brand sei tu. Come sei arrivato a questa decisione?

Devo ammettere che il brand non era concepito così, non c’era l’idea di personalizzarlo. Avevamo provato altri nomi, ma erano orribili. L’idea è stata di Channel 4. Mi hanno detto: “Questo progetto funziona solo se siamo onesti sul brand. Tu compri le serie secondo il tuo gusto. E i clienti verranno perché comprano il tuo gusto, non un prodotto generico”. Per quanto riguarda i video, è vero che parlo molto, ma in fondo sono timido. Mettermi di fronte a una telecamera era inconcepibile. Non ero sicuro di farcela. Abbiamo fatto una prova ed è andata bene. Avevano ragione loro anche su questo.

La personalizzazione si riflette sul tipo di serie che decidi di distribuire?

Non posso comprare i prodotti tanto per farlo. Abbiamo una clientela troppo specifica. Non posso prendere una serie se mi sembra noiosa. Meglio lasciarla stare. Siamo un brand costruito sull’entusiasmo e la passione, dove tutto ciò che trovi è qualcosa che io e i miei soci amiamo davvero. Se poi non lo guarda nessuno, pazienza, è nella natura delle cose. Lanciamo quaranta serie ogni anno, ci può stare che tre o quattro non vadano bene…

A proposito, qual è il profilo dei vostri spettatori?

Il nostro spettatore medio ha un profilo splendido. Equamente diviso tra uomini e donne. Per quanto riguarda l’età è più difficile, perché dipende molto dai titoli. Abbiamo titoli come Deutschland 83 che hanno un pubblico molto giovane, dai 16 ai 34 anni, e alcuni thriller o serie politiche che sono per un pubblico più maturo, dai 35 in su. Se volessimo fare una media per tutti i prodotti, direi dai 30 ai 55. È un pubblico di classe alta, quella che in Inghilterra chiamiamo Abc1: diciamo che sono gli spettatori di Hbo, Sky Atlantic o Showtime. Amano consumare in streaming e hanno Netflix. Per gli Usa invece è ancora presto, abbiamo davvero appena lanciato, ma anche lì i primi dati ci dicono che ci rivolgiamo a un pubblico di fascia alta e appassionato ai cosiddetti premium media brand.

Qual è il modello di business di Walter Presents?

Il nostro modello cambia in base al Paese, perché dipende dalla maturità del mercato. In Inghilterra abbiamo una joint venture con Channel 4, che ha investito nella società come socio di maggioranza. Il modello è un servizio AVOD nella loro piattaforma online All4. Channel 4 vende la pubblicità e noi siamo pagati in rapporto diretto alla quantità di streams. Quindi noi viviamo o moriamo sulla base del successo dei nostri programmi. Per l’Inghilterra i diritti sono in esclusiva e facciamo licenze di almeno tre anni. Compriamo diritti AVOD e per la tv lineare, perché spesso la prima puntata delle nostre serie va in onda su Channel 4 per farla conoscere.

Invece negli Stati Uniti?

Lì il modello è diverso. In Usa è uno SVOD, un mini-Netflix per così dire, un vertical con contenuti premium, perché il mercato è più maturo e spezzettato. Lì è comune abbonarsi a Netflix e ad altri due o tre vertical in base ai gusti della famiglia. Costa 6,99 dollari al mese e siamo distribuiti su molte piattaforme. Ora dobbiamo costruire un pubblico, cercandolo per esempio tra gli abbonati di Hbo o tra le persone che amano il cinema indie. E a fine 2017 lanceremo in altri tre Paesi… ma non posso ancora dirti quali!

Qual è il futuro di Walter Presents? Hai mai pensato di lanciarti nella produzione originale?

Non credo produrremo serie originali come Netflix, semplicemente perché va contro il nostro brand. Siamo una galleria d’arte che cura artisti già esistenti. L’idea invece è di allearsi sempre più con grandi talenti locali. I creatori e produttori apprezzano il lavoro che facciamo per dare visibilità alle loro serie. Netflix arriva e mette un grosso assegno sul tavolo e compra i diritti globali. Però poi a loro spesso non interessa sfruttare la serie al di fuori del territorio originale. Noi facciamo il contrario. Compriamo e lo promuoviamo ovunque. Per questo i produttori stanno iniziando a venire da noi subito, quando la serie è ancora in fase di sviluppo. Per esempio, la serie norvegese Valkyrien l’abbiamo comprata leggendo la sceneggiatura e vedendo i primi due minuti di girato. Con il tempo, l’idea è di coprodurre sempre più, lavorando su un progetto dall’inizio e acquistando i diritti per tutti i territori in cui saremo.

Il tuo è anche un osservatorio privilegiato sul mercato internazionale delle serie. Quali tendenze intravedi?

Un certo tipo di noir scandinavo sta diventando ripetitivo e noioso. Ci sono produzioni belle, ma ce ne sono troppe, tutte uguali. Ogni settimana me ne arriva una sulla scrivania… È un genere che si sta seccando, come una pianta. Invece i due grossi trend che vedo sono da un lato l’America Latina e i Paesi per così dire “latini”, come Spagna o Italia: stanno emergendo dalla loro vecchia tradizione un po’ da soap opera e un po’ noiosa. I produttori, più ancora che i commissioner, che di solito rischiano meno, cominciano a capire che possono raggiungere fama internazionale creando prodotti che non servono solo il mercato locale. Addirittura due titoli come Deutschland 83 e Vis a Vis, molto forti sul mercato internazionale l’anno scorso, hanno sofferto a livello di ascolti nel loro mercato originario. E l’altro trend che vedo sono i paesi dell’Est Europa, come Polonia o Repubblica Ceca. Hbo lì è molto attiva, e stanno perfezionando la struttura produttiva seguendo un po’ il modello scandinavo. Ho una vera passione per la Repubblica Ceca: per esempio, Burning Bush è una delle mie serie preferite di sempre.

Nella televisione di oggi cosa vuol dire essere mainstream o di nicchia? Questa divisione ha ancora senso?

Molte serie sono ancora pensate credendo che tutta la famiglia, dal bambino alla nonna, si sieda insieme a guardare la televisione. La vecchia tv, da cui provengo, pensa ancora al pubblico più ampio possibile. Ed è un problema, perché devono fare numeri, sono reti commerciali. In realtà però viviamo in una realtà dove il consumo di contenuti è sempre più di nicchia. Non esiste più il concetto di broad. Nemmeno tra marito e moglie: guardano programmi diversi, leggono riviste diverse, consumano cose diverse… Non è più pensabile costruire un prodotto come negli anni Cinquanta o Sessanta. Non esiste più quel tipo di pubblico. E questa è una cosa molto bella, un’opportunità. L’obiettivo della tv tradizionale è ancora raggiungere tutti. Il mondo però non è più di tutti, è un mondo di piccoli settorini verticali che possono diventare mainstream. Voglio dire, chi ama il nordic noir lo ama in tutto il mondo. Non saranno sei milioni di persone nel Regno Unito, ma magari un milione e mezzo lì, 400 mila in Italia, 250 mila in Francia. Li metti insieme e quei vertical, i VOD channel, diventano un mainstream.

Prima di Walter Presents ti sei occupato di intrattenimento, come produttore e commissioner. Lo streaming e le tecnologie digitali cambieranno anche il modo in cui consumiamo l’intrattenimento?

Il vero trend emerso negli ultimi anni è solo uno: la tv non è morta, anzi, gode di buona salute. Ma si è staccato dalla tv un grosso genere che era un enorme driver di consumo. Quello che Netflix ha fatto è stato togliere il drama dalla programmazione televisiva, perché il pubblico ha capito che potevano consumarlo in modo diverso. Se compri un romanzo, lo leggi quando vuoi. Non ha senso che ti dicano che devi leggere un capitolo ogni mercoledì alle 21.30. Il factual, l’intrattenimento, le news e soprattutto lo sport restano invece radicati nella tv tradizionale, che riflette ciò che succede in quel momento, siano le notizie del giorno o la finale di X Factor. A me interessa la tv che crea un mondo alternativo. Per quei generi lo streaming e il binge watching non hanno senso, perché una volta che è passato il momento, è passato anche il tuo interesse. Lo streaming rivela la solidità del genere fiction e allo stesso tempo la fragilità del factual. Nessuno guarda quattro puntate di seguito di un programma di cucina. E il motivo è solo uno: non ha senso. In caso, vai su YouTube e cerchi una ricetta. Di una serie che ti piace, invece, puoi vederne anche tre o quattro puntate in una serata. Altri programmi sono stati enormi negli ultimi anni, e ancora resistono i vari Bake Off, ma è un tipo di tv che per me non ha più niente da raccontare.

Come vedi il panorama televisivo italiano e le serie che si producono nel nostro Paese?

Le serie italiane stanno migliorando, ma c’è ancora molto lavoro da fare. Al di fuori delle fiction di Sky, come Gomorra, prodotte con tono un po’ più internazionale, sono davvero poche le cose che puoi presentare a un pubblico angloamericano. Per carità, gli inglesi amano molto Montalbano, che a me non è mai piaciuto, lo trovo lento e noioso. C’è uno spazio anche per quel tipo di fiction, ma noi scegliamo cose diverse, con un taglio tipo Hbo o Showtime. Anche le produzioni della Rai sono migliorate e ci sono serie in cantiere per i prossimi due anni che potrebbero essere interessanti. Ma abbiamo bisogno di prodotti più dinamici, perché il mercato è in una fase di enorme cambiamento. Il problema è la classe dirigente, che quasi sempre è più indietro del pubblico. Se alcune fiction italiane sono brutte, la colpa non è del pubblico, ma dei commissioner. Però grossi gruppi come Discovery o Sky stanno scardinando il sistema. Inizia a esserci spazio per serie diverse. Per questo non ti nascondo che sarebbe per me una gioia portare presto Walter Presents anche in Italia.