Chiacchierate nella storia e nei mestieri televisivi, prima puntata. Con la testimonianza di un protagonista della tv dagli anni Ottanta a oggi, in regia.

Paolo Beldì è un venerato maestro della regia televisiva. Venerato, perché è di quelli che quando entrano in uno studio gli operatori gli vanno incontro per salutarlo. Maestro, perché quando i suddetti operatori gli stringono la mano lo chiamano, appunto, “maestro”.

È una parola che non si sente spesso in tv.

Tutte cazzate!

Fai il modesto.

No, davvero: sono loro che sono molto gentili.

Va bene, facciamo che ti credo. Chi era il tuo, di maestro?

Recchia. Beppe Recchia. Io ho imparato da lui.

Quello del Drive In!

E non solo. Ti dice qualcosa, solo per farti un esempio, Televacca?

Benigni, Mario Cioni, sì: l’ho studiato all’università, quando andava ero appena nato.

Sfotti, sfotti. Recchia era un gigante di bravura. Sono entrato in quella regia ed è stata una folgorazione, ho pensato “è un genio”.

Che regia?

Antenna Tre.

Siamo ai pionieri. Raccontami.

Ero un ragazzo di Novara con voglia di fare. Mio padre era un pubblicitario, uno figo: Pavesini, Bialetti. Insomma: non era come adesso, la situazione era più artigianale. Recchia aveva bisogno di una mano e così mi sono improvvisato aiuto regista.

Ora un aiuto regia bravo tiene in piedi anche un programma intero.

Lì era diverso. Facevamo dirette di quattro ore con mezzi artigianali.

Ma tu come hai imparato?

Guardavo. E incameravo tutto. Ma non solo quello: registravo le Kessler che ballavano il Dadaumpa e imparavo. Facevo qualunque cosa a quei tempi, però poi assorbivo tutto. La tecnica l’ho imparata così.

Che ambiente era?

Eh… si formava un gruppo. Sono uno degli autori della sigla musicale di Non lo sapessi ma lo so.

Boldi e Teocoli!

Loro e non solo. Ero insieme a Gino e Michele.

Il Derby, quella Milano lì.

Un po’ è stato culo ritrovarmi in quel momento lì, però era esaltante.

Poi Recchia ha imbroccato Drive In.

Sì, ma lui era già famoso prima.

E tu?

Siamo andati in quella che oggi si chiama Mediaset, anche io.

Prima Antenna Tre, poi la Cologno degli anni Ottanta: eri sempre al posto giusto, dove c’erano le idee migliori.

Fortunatamente sì. Ho fatto lo sport. E poi Ambrogio Fogar.

Hai fatto anche i soldi: in quel periodo lavorare con Berlusconi voleva dire fare i soldi!

È vero, dopo il suo arrivo i cachet sono aumentati. Ma ricco è un’altra cosa!

Cosa intendi “dopo l’arrivo di Berlusconi”?

Prima le cose andavano diversamente. Recchia, che aveva pure fatto un film presentato a Venezia [La piazza vuota, del 1971, ndr.], cioè che era uno bravo, era fermo e non lavorava solo perché era divorziato. Il clima era quello. Con l’arrivo della tv commerciale e del mercato le cose sono cambiate.

In meglio o in peggio?

Secondo me la pluralità è sempre un bene. In più i soldi ti permettono di rifiutare, una cosa che nel nostro lavoro è determinante, sei più libero. Io in carriera ho detto molti no; oggi mi rendo conto che non sia più possibile: non come allora, almeno.

Altri incontri che ricordi?

Ricci, Lupo Solitario.

Con Roversi e la Blady.

Loro. Poi vabbè…

Vabbè cosa?

Matrioska.

Hai fatto anche quello?

Sì. Con lo Scrondo e Moana Pozzi, una follia pura. Ma una follia divertente.

In che senso?

Ricci faceva arrivare la Pozzi nuda, così, a sorpresa. Non lo sapeva nessuno. Immagina uno studio televisivo, uno studio qualsiasi, e a un certo punto dalla quinta esce Moana nuda.

In effetti faccio fatica.

Però è stata un’esperienza, anche se scoppiò il casino che sai.

Neanche una puntata in onda.

No, ma poi facemmo L’araba fenice. Tra l’altro, tra gli autori, c’era un giovanissimo Corrado Guzzanti.

Ma dai!

Davvero. Timidissimo ma talentuoso, anche se lì per lì non mi sarei mai immaginato la carriera che poi ha fatto.

Ricci: mostro o profeta?

Io condivido la sua impostazione “teppistica”, quel suo approccio alla tv.

Altri ricordi?

C’era anche la Gialappa’s.

Con cui poi hai lavorato, no?

A Mai dire Banzai, prima di trovarmeli, guarda un po’, qui a Ballarò. Incredibile.

Insomma, eri un regista di successo.

Eh, ma poi son rimasto fermo.

Ah sì?

Sì, qualche mese, capita. A un certo punto volevo anche smettere.

E poi?

Poi, grazie a un grande dirigente come Bruno Voglino, arrivo alla Raitre di Guglielmi.

Pure lì: le hai fatte davvero tutte!

Diritto di replica, con Sandro Paternostro, dove tra l’altro ho conosciuto Fazio.

Sei risorto come l’araba fenice di Ricci.

Ero contento, sì. Poi Adriano.

Celentano?

Svalutation. Tieni conto che lui era fermo dopo il famoso Fantastico. Ecco: quello fu un vero evento!

E com’era Celentano? È vero che è un rompicoglioni?

No, figurati. È un amico. È molto preciso, sì, un perfezionista. Ma io mi sono sempre trovato bene.

Cos’altro hai fatto a Raitre?

“Su la testa” con Paolo Rossi, Lubrano, …

Poi Fazio.

Sì, partimmo con Quelli che il calcio. Una scommessa. La mission, come si direbbe ora, era di fare tipo attorno all’8%.

Ma dopo esplose.

Fu davvero molto divertente. Arrivammo su Raidue, dove nel frattempo ci avevano spostato, a fare sette milioni e mezzo di spettatori, con punte di nove. Un successo, e un successo divertente!

“Oh Fiorentinaaa…”

Roba mia!

Sei un tifoso sfegatato.

Totale.

Ti ricordi le formazioni?

Quelle che vuoi.

A un gol hai fatto partire la canzone della tua squadra del cuore. In diretta.

Sì. Oggi sarebbe impensabile. Ma lì ci stava, era coerente con il clima. Fazio si divertì e ne facemmo un tormentone.

La consacrazione definitiva arrivò con l’Ariston.

Me lo proposero. Credimi che dentro di me pensai: “ma sarò capace?”.

Di nuovo: fai il finto modesto.

Sono serio. Per certi versi lo è ancora, ma all’epoca ancora di più: era un tempio.

Solo che tu ti divertivi a inquadrare la gente che si addormentava.

“Regista birichino”, scrisse Aldo Grasso.

Da autore dico: ti ammazzo se mi inquadri uno che dorme durante il mio programma!

E perché? Era un linguaggio anche quello, pensaci.

Non so se mi hai convinto.

Fìdati. È un linguaggio più informale, meno impostato.

Sei un regista/autore, una presenza forte.

Sì, ho quella formazione e quella visione.

Il regista che si alza in riunione e fa lo spiegone non è proprio amato dagli autori.

Sai perché ragioni così?

Perche sono un autore?

No, perché sei abituato al fatto che il regista sia uno “staccatore” di camere, perché lo vivi come un ruolo altro. Ma non è così, o almeno non lo era. Io mi considero a tutti gli effetti un autore: porto una mia sensibilità, un mio linguaggio, un mio mondo. Mi piace essere così, mi piace il clima di un programma, il gruppo di lavoro, rispettando tutti, e tutti i ruoli. Non mi piace lavorare solo il giorno della puntata.

È quello che ti ha insegnato Recchia?

All’epoca le scuole erano due: quella del rigore di Antonello Falqui e quella più creativa di Enzo Trapani. Nella prima, quella del varietà, avevi tutta la settimana per provare: era un’altra cosa. A me piace quell’impostazione teatrale, dove hai il tempo per puntare le camere, per scegliere, per fare le cose bene e come si deve.

C’erano anche altri budget, ora in un programma da dieci puntate lo giri in una settimana!

Mi rendo conto, ma sono anche prodotti molto diversi.

Definiscimi quello che per te è lo stile Beldì.

Penso di aver fatto diventare regole i dettagli che prima non venivano considerati. Sono uno che si sceglie le musiche.

Ora però i registi sono anche molto preparati tecnicamente.

Ma io non penso che ora sia tutto male, dico solo che ho un’impostazione più teatrale, diciamo così.

Come sarebbe il varietà di oggi?

C’è già: il varietà di oggi è X Factor.

Ti piace?

È contemporaneo, certo, è ben fatto. Certi format importati – e non mi riferisco in particolare a questo – hanno però inquadrature obbligate, non sono per me.

In regia non hai la fama da cerbero: strano per un regista famoso!

Ma no! In regia voglio i miei, una squadra che metta in comune il know how, gridare fa solo casino.

Dimmi quelli che secondo te sono bravi.

No, dai, i nomi no.

Essù.

Vicario è bravo. E anche Fabrizio Guttuso. E sai anche chi?

No, chi?

Gennaro Nunziante. L’ho conosciuto come autore, ora è un regista ancora più bravo di me.

Hai fatto tutto, il desiderio mancato c’è?

Benigni. Una cosa con lui mi piacerebbe farla. Mentre mi sarebbe piaciuto tantissimo collaborare con Giorgio Gaber.

Va bene maestro, l’intervista è finita.

Posso farti una domanda io, allora?

Vuoi sapere la mia opinione sulla crisi della tv generalista?

No, voglio sapere com’è questo centrocampista che ci avete dato voi del Genoa, Tino Costa. È forte o no?