Scopriamo i segreti del più grande classico natalizio italiano degli ultimi anni (sì, è una pubblicità), chiacchierando con chi l’ha scritto. 

Le canzoni natalizie italiane soffrono visibilmente lo strapotere della tradizione anglosassone: per dare un’idea, Laura Pausini o Mario Biondi le hanno ignorate nei loro fortunati album Laura Xmas o Mario Christmas (la Pausini ha cantato in italiano solo Astro del ciel – che poi è l’austriaca Stille Nacht, più internazionale di Tu scendi dalle stelle). Tra quelle composte in Italia negli ultimi trent’anni ce n’è una di grande popolarità, ma è nata per uno spot, e la cosa le ha portato sia il vantaggio della diffusione a tappeto (che comunque di per sé non è mai garanzia di apprezzamento) sia lo svantaggio di una inevitabile associazione con il marchio reclamizzato, fattore che dissuade i cantanti dall’interpretarla e le radio dal diffonderne le versioni esistenti. In effetti, è difficile anche pubblicare questa intervista senza che qualcuno sospetti la “marchetta” incoraggiata dal brand in oggetto. Nel tentativo di negarla, ricordiamo che anche i dolci natalizi prodotti da Melegatti, Paluani, Motta, Tre Marie, Vergani, Balocco, Maina (e naturalmente quelli di pasticceria) sono prodotti eccellenti… Dopo questa disperata premessa, andiamo a farci raccontare la storia della canzone natalizia che tutti conoscono, e di cui non si sa niente.

Francesco Vitaloni, può raccontarci i natali di A Natale puoi?

Nel 2005, il cliente mi chiese una composizione per una campagna per cui non esisteva ancora un’idea creativa. Era luglio, e in un caldo memorabile sono entrato in clima natalizio. Mi sono venute due idee – una era più conservativa rispetto agli spot precedenti, che avevano una musica allegra, che comunicava frenesia e gioia…

Immagino stia parlando di Ba-ba-ba-Bauli.

Esatto. L’altra andava in direzione opposta, cercava di rendere l’aspetto emotivo di Natale, un linguaggio facile che rispecchiasse sensazioni interpretabili anche da un target più adulto, quell’attitudine a fare i bilanci dell’anno, ma anche in un certo senso della propria vita. L’avevo composta al piano, parole e musica insieme. Ho chiesto una mano ai miei figli che all’epoca erano piccoli, mia figlia mi ha aiutato a capire come rendesse il cantato. Avevo in mente una ballad in stile inglese, sono un grande amante dei Genesis ma soprattutto dei Beatles e nella versione originale c’era qualche passaggio armonico che poteva tradire questa ispirazione, mentre poi con le parole ha preso cadenze più italiane.

Ma è stata concepita per durare 30 secondi?

Inizialmente sì. Il piccolo miracolo è stato trovare il modo di darle un’introduzione, poi un crescendo e infine una chiusura in un tempo brevissimo, ma senza rivelare la velocità con cui si avvicendavano. Da qualche anno siamo più fortunati, con i video per il web abbiamo più tempo per sviluppare la musica, però in Italia la tv detta ancora legge e bisogna pensare con quella tempistica in testa. Con gli spot da 15 secondi, che poi sono quelli che le aziende prediligono, è ancora più difficile.

Ma come mai questo brano ha attecchito così tanto?

Chi fa il mio mestiere sa che è una cosa che va oltre la bravura di chi compone e oltre i soldi spesi dal brand, si mette in moto un’alchimia strana, ma del resto succede anche con la musica pop, alcuni pezzi nonostante la promozione non rimangono, altri invece diventano fenomeni imprevisti. Forse una chiave è stata non aver pronunciato mai nel testo né il nome del prodotto né quello del marchio, come si fa spesso, in rima o con giochi di parole. Poi, a dirla tutta, io pensavo che mi avrebbero bocciato l’idea. Una sensazione che ho oggi è che la gente abbia pensato che la canzone preesistesse, venisse da fuori rispetto allo spot. Il che ha dato maggiore credibilità al messaggio e all’atmosfera.

Perché ha spostato per un attimo l’attenzione dal prodotto, enfatizzando il clima natalizio.

E così facendo ha nobilitato il prodotto stesso, gli ha tolto un po’ dell’aggressività commerciale. Per me è un’opzione che le aziende dovrebbero considerare più spesso, anche quando si compongono cose ad hoc. Mi sono così convinto di questa cosa che per una delle campagne successive mi fu chiesto di cambiare il testo per seguire una nuova idea creativa, ma mi sono opposto. Grazie a ricerche di marketing so che A Natale puoi tra le nuove generazioni è più famosa di Tu scendi dalle stelle. In tantissime scuole viene scelta per gli spettacoli e i saggi di Natale, mi hanno anche chiesto la partitura per inserirla nei libri di educazione musicale.

Ne derivano vantaggi dalla Siae?

Non è pratica diffusa che le scuole compilino i borderò… Naturalmente in questo caso parliamo della versione lunga, la canzone vera e propria, perché per quanto riguarda il numero di passaggi in tv il marchio ha un contratto in esclusiva e manda il pezzo quante volte vuole.

È stata anche tradotta?

Ci stiamo lavorando, per una versione in spagnolo e una in inglese.

Che fa oggi la cantante, Alicia? Sarà cresciuta. La sente ancora?

Alice la sento tutti i giorni, è mia figlia…

Ah, colpo di scena.

Oggi ha 22 anni. Non l’ho mai detto perché non volevo passare per nepotista… Anche a lei ho sempre chiesto di non dirlo in giro, qualcuno avrebbe pensato che era raccomandata. Ma in realtà ho fatto un casting voci con non so quanti bambini, femmine e maschi: per due mesi ho cercato una voce ingenua e non perfetta, perché se fosse stata troppo brava non avrebbe tramesso quell’emozione, quel candore che traspare da ciò che è impreciso. Il cliente scelse proprio la prima versione, e questo mi fa pensare che la mancanza di virtuosismi, la semplicità della voce completasse l’idea del messaggio.

Ma si chiama Alice o Alicia?

All’epoca Sony, che prese in licenza il primo master, suggerì di cambiare il nome in Alicia. Come nome d’arte non è durato a lungo, non ha più cantato nulla.

Posso chiederle quali altri sue composizioni hanno funzionato bene?

Niente di così longevo, perché oggi è difficile che un marchio mantenga la stessa musica per più di tre anni, ma tra i lavori più apprezzati ci sono Per un attimo, composta per il bagnoschiuma Felce Azzurra, e la pubblicità dell’Amaro Averna con Enrico Ruggeri – anche in questo caso il testo non conteneva il marchio. Lui era titubante, ma qualche tempo dopo mi ha chiamato chiedendomi di completare la canzone perché ai fan piaceva e voleva metterla nel suo album – l’abbiamo intitolata Incontri. E tra le ultime produzioni del mio studio Sing Sing sono piuttosto soddisfatto della musica per lo spot Ichnusa.

Però la pubblicità oggi pare orientata a usare hit già conosciute.

Metà e metà. La mia società fa anche consulenze per segnalare brani già editi, proponiamo al cliente canzoni famose o qualche ripescaggio che può funzionare. In una logica di questo tipo il cliente paga anche molto di più perché ci sono i diritti di sfruttamento, ma così ha il traino della diffusione radiofonica della hit o del successo dell’artista. Dipende anche molto dal tipo di comunicazione.

In pubblicità è diventato normale ricorrere al rap.

Sì, comunica rapidamente l’idea di un prodotto giovane, ma spesso i risultati sono un po’ goffi, in particolare quando sono composti senza rivolgersi ai rapper veri. Che tra l’altro mi pare non rifiutino a priori questa collaborazione, chi vuole fare il mestiere del musicista oggi deve in qualche modo contemplare tutte le possibili joint-venture.

A proposito, lei dei tentativi come intrattenitore li ha mai fatti?

Ho fatto parte di qualche gruppo e ho provato a cimentarmi come cantautore, facendo un po’ di apprendistato a fianco del grande Valerio Negrini, e ho scritto qualche pezzo con Federico Cavalli, un coautore de La solitudine di Laura Pausini. Ma se devo essere sincero non era una strada che mi allettava.

Ma come, è una strada che alletta chiunque.

No, a me non è mai piaciuta l’idea della competizione per il successo, la battaglia per l’attenzione per il pubblico – ma soprattutto l’idea di fare un solo genere musicale, che credo sia un’esigenza sia della discografia sia del pubblico. E poi molto ha inciso il fatto di aver frequentato la Bocconi negli anni Ottanta: già all’epoca mi interessavano le potenzialità della musica nella comunicazione pubblicitaria.

Cosa comunica la musica oggi?

La musica siamo noi, sono le persone che la generano, e anche se si cerca sempre più di usare formule matematiche, sono le persone che la ascoltano. La musica deve mantenere un certo stupore, come quello che provavo io da bambino: un giorno chiesi a mia madre se la musica sarebbe finita, se tutta la musica sarebbe stata scritta. Mi rispose che non era possibile perché la fantasia umana non aveva limiti.

Alcuni critici, di questi tempi, fanno ipotesi diverse.

Oggi è cambiata la fruizione della musica, una volta un disco per digerirlo lo ascoltavi mille volte ogni volta che lo sentivi – con il vinile eri obbligato a riascoltare anche quello che non capivi subito perché non c’era lo skip, la musica poteva essere ricca e complicata perché ogni volta scoprivi un passaggio in più, uno strumento che faceva una frase nascosta, un colore diverso della voce. È possibile che oggi le canzoni si somiglino maggiormente come arrangiamento perché devono essere facilmente decodificabili e orecchiabili già al primo ascolto.

Ultima domanda, non posso esimermi. Panettone o pandoro?

Forse non dovrei dirlo, ma non mangio nessuno dei due…