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Sanremo

Sanremo in dieci momenti

Settantacinque anni di Festival, di storie, canzoni e televisione. Li festeggiamo ripercorrendo dieci episodi esemplari, tra polemiche e momenti difficili, performance e conduzioni memorabili. Perché Sanremo è tutto questo e molto di più.

Credevo di aver visto quasi tutto. Invece ho scoperto che la copertina di TV Sorrisi e Canzoni dedicata al Festival non è solo oggetto da collezione, ma viene smembrata in tante micro-foto per farne meme sui social. È evidente: siamo nella fase più radicale di quel processo – partito con l’edizione del 2013 di Fabio Fazio – che ha reso il Festival di Sanremo di nuovo bigger than life. 

Un processo finalizzato a una ricerca del nazionalpopolare in senso moderno e soprattutto pop. La gara che è ridiventata spettacolare, con nomi nuovi e freschi, capaci di svecchiare quel palco, creare aspettative, richiamare un pubblico giovane. La scrittura dello show ha cercato soluzioni meno improvvisate, a seconda di conduttori e autori, calibrando varietà e gara, tv e musica. Infine, complici anche i social, Sanremo è diventato di nuovo memoria condivisa intergenerazionale. Sanremo oggi vale perché è Sanremo. È quello che questi anni di rinnovamento sono riusciti a ottenere. Ogni edizione del Festival gareggia con la precedente, ma questo non significa che un’edizione meno riuscita debba mettere in discussione, come accadeva qualche decennio fa, il Festival stesso. Mi spiego meglio: possiamo discutere se la collezione Valentino 2025 sia meglio o peggio dell’anno prima, ma sempre Valentino rimane. Certo il Festival non può vivere di rendita, e questa è la vera sfida di Carlo Conti.

Sanremo è Sanremo, e sono ben 75 edizioni. Cifra tonda, anniversario: chi sono io per sottrarmi al classico gioco dei “dieci momenti che hanno segnato la storia del Festival”? E chi sono io per non rigirare la domanda all’intelligenza artificiale, per poter così scopiazzare mentre fingo di dire la mia opinione sul nuovo mezzo, negativa o positiva a seconda che io sia un’apocalittica o un’integrata? 

Interrogata la prima volta, la macchina cita solo esibizioni musicali. Ma a parte Domenico Modugno con Nel blu, dipinto di blu, tutte le altre si situano negli anni Ottanta e soprattutto dal Duemila in poi, segno che la memoria dell’Intelligenza Artificiale sul Festival è ancorata lì perché le fonti disponibili sono quelle in rete. Le ho chiesto allora di riprovarci, e lei ha allargato il campo anche ai momenti televisivi. Ma non solo ha risposto seguendo lo stesso bias temporale, ma ha segnalato come momenti “indimenticabili” roba di cui non ricordavo l’esistenza: Elisa che nel 2001 che quasi inciampa sul palco e Susan Boyle che nel 2010 “emoziona il pubblico italiano con la sua interpretazione di I Dreamed a Dream, portando un tocco internazionale al Festival”.

Sanremo è Sanremo, e sono ben 75 edizioni. Cifra tonda, anniversario: chi sono io per sottrarmi al classico gioco dei “dieci momenti che hanno segnato la storia del Festival”?

Un po’ perplessa, ho deciso allora di chiedere i momenti indimenticabili di Sanremo a quella “intelligenza collettiva” che chi mi segue sui social. Hanno citato quasi tutti momenti che per ragioni musicali, spettacolari e di “estetica trash” possono essere definiti come “fuori dall’ordinario”. Perché il Festival stesso è – come da nome – un momento festivo, qualcosa al di là del quotidiano. Una parentesi tra sogno e realtà, a tratti lynchiana. Tipo Bono Vox che durante la sua esibizione scende le scale dell’Ariston e si inchina davanti a Mario Merola seduto in platea. 

La vittoria di Nel blu, dipinto di blu (1958)

Siamo a ridosso degli anni Sessanta, e c’è fermento. Al Festival Modugno scrive e canta – e questo doppio ruolo è già una novità – una canzone che è un mix di vari generi musicali. Sul palco apre le braccia invece di portarle al petto, e innova anche con i gesti la musica italiana. Dimostra che già nel 1958 quella gara è televisiva, conta insomma la performance in diretta. Nel blu, dipinto di blu è un successo strepitoso, in Italia e all’estero. La canzone si ispira a un quadro di Chagall – dicono alcuni. Secondo altri è metafora della liberazione sessuale ormai alla porte: nello stesso anno, a novembre, il celebre spogliarello del Rugantino sancisce la nascita della Dolce Vita. A pochi anni dalla sua nascita il Festival diventa “moderno”, diventa un evento capace di mostrare, seppur secondo le regole della tv più rigida rispetto al cinema e ai rotocalchi, i cambiamenti della cultura italiana, del suo immaginario e della sua società. Non sarà sempre così: non sempre cioè tutti questi elementi si proporranno allo stesso tempo, allo stesso modo, con la stessa intensità. Eppure l’edizione del 1958 dimostra che Sanremo può essere proprio tutto questo.

Il suicidio di Tenco (1967)

28 gennaio 1967: sulla prima pagina del Corriere della Sera riporta in apertura la visita del presidente dell’Urss Podgorni a Milano per degli accordi commerciali. Nella colonna di destra la notizia dell’incidente a Capo Kennedy: morti tre astronauti nella capsula Apollo. In quella di sinistra un editoriale sull’aumento delle rapine. In basso, sempre a sinistra: due tedeschi che fuggivano in Occidente sono stati trucidati. Accanto, all’interno del pezzo sull’incidente dell’Apollo, ecco la foto di Tenco: “Il cantautore suicida a Sanremo” (l’evento è avvenuto nella notte tra il 26 e il 27 gennaio). Forse oggi questa sarebbe la notizia di apertura. E non solo perché oggi – secondo gli apocalittici – il giornalismo rende conto delle “cose che non contano”. Allora erano altri tempi, c’erano altre rigidità e altri pudori. Soprattutto molte cose non si potevano dire, eppure irrompevano con violenza nella consuetudine persino di un evento di canzonette. La tragedia di Tenco, incorniciata dalle altre notizie tragiche dal mondo, dimostra che Sanremo è allo stesso tempo una bolla fuori dal mondo e una bolla dentro il mondo. Una bolla sulla cui superficie spingono molte altre realtà anche quando si cerca di nasconderle. 

La prima volta all’Ariston a colori (1977)

Per motivi di sicurezza il Festival di Sanremo viene trasferito temporaneamente dal Casinò al Teatro Ariston, il più importante della città. I lavori al Casinò si prolungheranno, e intanto l’Ariston si dimostrerà più versatile della vecchia sede, e più adatto alle esigenze televisive. Che si arricchiscono di un nuovo elemento: il 1977 è infatti anche l’anno che segna la fine del Festival in bianco e nero. Per la prima volta gli italiani in possesso del giusto apparecchio possono vedere la gara a colori. Il sapore di Sanremo cambia. Grazie alle radio libere appena nate, l’edizione segna un discreto successo delle canzoni in concorso rispetto all’anno precedente, e così il palco dell’Ariston diventa un elemento distintivo del Festival mentre i colori sono pronti ad esplodere di lì a poco.

Anna Oxa punk (1978)

Anna Oxa debutta al Festival con un abito “punk”. Siamo alla fine del decennio, e si fa sempre più evidente l’aria di cambiamento: il clima culturale vede spostarsi l’attenzione dalla politica al disimpegno. Nelle varie edizioni degli anni Ottanta Patty Pravo indossa un pesante abito da geisha di Versace, Vasco Rossi veste casual, Ruggeri e i Decibel si distinguono per lo stile eccentrico, mentre Bertè scandalizza con microgonna e finto pancione. La moda è spettacolo. A partire dagli anni Novanta si consolida il legame tra stilisti e Sanremo, ed entra così in scena progressivamente la figura dello stylist. Non che prima non fosse importante ciò che si indossava su quel palco, ma adesso per alcuni cantanti è ormai parte integrante della performance.

Il Festival è tanto, troppo. Può succedere di tutto nel bene e nel male. Sanremo stesso è un cavallo pazzo, e pochi come Pippo Baudo hanno saputo spronare e cavalcare questa bestia del caos.

Maledetta primavera (1981)

Ognuno ha la sua, io ho questa (anche se poi negli ultimi anni se ne sono aggiunte altre). Sanremo sono solo canzonette che però rimangono nella testa, nell’immaginario, nel subconscio. Spuntano anni dopo quando meno te l’aspetti, a volte su di una spiaggia quando una bambina di pochi anni urla “maledettaaaaaaa primaveraaaaaa” e ti chiedi come abbia fatto anche lei a prendersi quella maledizione. È come nell’horror The Ring: molte canzoni di Sanremo non ti piacciono razionalmente al primo ascolto, ne hai talvolta persino orrore, ma poi spuntano fuori dallo schermo della tv e ti vengono a cercare fin dentro casa, infettandoti emotivamente. E alla fine ti piacciono davvero. E il contagio non si ferma, va avanti per generazioni. La musica di Sanremo ti fa cadere nel pozzo: è un meccanismo identitario che funziona sulla ripetizione di una canzonetta cantata con tutta la passione che c’è. 

Il domatore Baudo (1992 e 1995)

1992: un uomo entra sul palco urlando “Questo festival è truccato e lo vince Fausto Leali”, Pippo Baudo cerca di placcarlo mentre intervengono poi altri uomini della sicurezza. È Cavallo Pazzo, soprannome di Mario Appignani, scrittore e attivista. 1995: un uomo – Pino Pagano – minaccia di buttarsi in diretta dalla balaustra della galleria. Ma c’è ancora una volta Pippo Baudo, che lo placa evitando l’estremo gesto. Baudo ha condotto 13 edizioni del Festival. Se facessi l’elenco di tutte cose memorabili che ha portato su quel palco andrei avanti per ore. Momenti, volti e naturalmente canzoni: il 1995 per esempio è il festival in cui Giorgia vince con Come saprei e i Neri per caso con Le ragazze nelle Nuove proposte – c’è pure Grignani con Destinazione paradiso. In gara c’è anche Bocelli che porta Con te partirò, arrivata quarta ma esplosa a livello internazionale. C’è pure Fiorello con una canzone degli 883, Finalmente tu, e gli 883 o meglio per la prima volta il solo Max Pezzali in gara con Senza averti qui. Il Festival è tanto, troppo. Può succedere di tutto nel bene e nel male. Sanremo stesso è un cavallo pazzo, e pochi come Pippo Baudo hanno saputo spronare e cavalcare questa bestia del caos.

Il televoto (2004)

Dopo i reality e i talent anche Sanremo entra nell’era del voto massivo via telefono. Che negli ultimi anni è diventato sinonimo non solo di voto popolare ma di “voto del popolo” contro ogni altra giuria, di qualità o stampa, rea di essere sinonimo di élite (vedi alla voce “La vittoria di Soldi”). Se fossimo all’Eurovision ci saremmo inventati un modo per spettacolarizzare al meglio la votazione finale, e magari evitare certe distorsioni narrative. Ogni anno Sanremo dimostra che ogni sistema di voto scelto determina alcune possibili vittorie rispetto ad altre: il regolamento va studiato per bene. Questa sarebbe l’unica cosa da spiegare per bene ogni anno agli spettatori, per renderli cittadini più consapevoli. Aiuterebbe forse anche diversi partiti e soprattutto diversi giornalisti politici a capire meglio il funzionamento del nostro sistema elettorale.

“I figli d’arte” secondo Fazio (2013)

Me la ricordo quella piccola scossa di divertita adrenalina quando in sala stampa scoprimmo che durante la quarta serata del Festival ci sarebbero stati ospiti Rosita Celentano, Paola Dominguin, Danny Quinn e Gianmarco Tognazzi. E cioè i conduttori del Sanremo del 1989, quello detto dei “figli d’arte” (nepo baby si direbbe adesso), un’edizione piuttosto sgangherata e anche per questo ricordata da chi c’era. Fabio Fazio prende quel passato e lo mette tra virgolette, lo tematizza, ci ironizza su. Smonta il giocattolo per rimontarlo e omaggiarlo. Cosa che aveva fatto anche nelle altre sue edizioni degli anni Novanta. Fazio porta il suo stile dentro il Festival. Spesso si dice che Sanremo non inventa nulla, a parte aver inventato se stesso. Vero, ma è il palco in cui certe innovazioni, stili, temi e personaggi diventano di tutti e per tutti, e quindi diventano definitivamente storia della tv.

La vittoria di Soldi (2019)

Già nel 2017 aveva vinto Gabbani con una canzone che raramente avrebbe trionfato in altri tempi, e in più con una performance fuori dagli schemi (la scimmia!). Nel 2019 arriva Mahmood: porta una canzone atipica per Sanremo, ha una presenza scenica nuova e quel clap clap nel ritornello irresistibile. La corsa è a tre: Il Volo, Ultimo e appunto Mahmood. Che vince: la polemica si accende contro la giuria d’onore e della stampa, accusate di favorire un’élite a scapito del “volere del popolo”, cioè del televoto. Quel che conta sul lungo periodo è però che il Festival di Claudio Baglioni sancisce definitivamente l’inclusione di nuove voci e generi prima esclusi dal palco. Sanremo può riflettere di nuovo il panorama contemporaneo, seppur sempre a suo modo. Partecipare alla gara è di nuovo cool.

Morgan, Bugo, Ama, Fiore (2020)

Non sto nemmeno a spiegare cosa sia il caso Morgan e Bugo. E la reazione di Amadeus e Fiorello subito dopo. Lo do per scontato: non c’è IA o amici o follower che non me lo abbia elencato tra i momenti di Sanremo. Non solo perché è il classico deragliamento dai binari, quella deviazione pazza che rende però il Festival speciale: siamo pur sempre la nazione che ama il caos, l’imprevisto, l’errore e – se vogliamo darci un tono – la costruita improvvisazione da Commedia dell’Arte. Quel momento ha anche dimostrato il legame indissolubile con i social, già forte da qualche anno, ma che nel 2020 – e negli anni della pandemia – ha dato vita a vere e proprie narrazioni parallele, che hanno diffuso e rafforzato il brand del Festival di Sanremo. Potete decidere di non guardare il Festival, di non leggere, ascoltare nulla sul Festival, ma potete davvero pensare di restare esclusi da meme, reels, tweet per mesi e mesi?


Stefania Carini

Si occupa di cultura, media e brand. Collabora con il Post, la Radio Svizzera Italiana, il Corriere della Sera. Ha realizzato podcast (Da Vermicino in poi per il Post) e documentari per la tv (Televisori, Galassia Nerd, L’Italia di Carlo Vanzina). Ha scritto Il testo espanso (Vita e Pensiero, 2009), I misteri de Les Revenants (Sperling&Kupfer, 2015), Ogni canzone mi parla di te (Rizzoli, 2018), Le ragazze di Mister Jo (Mondadori, 2022). Il suo ultimo libro è Il coraggio di Oscar (Mondadori, 2024).

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