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Immaginari

Nel mito dell’America. Street gang e cultura italiana

I gruppi di ragazzi che popolano le strade delle grandi città sono un cliché del cinema americano. Con un impatto forte anche in Italia, tra richiami, parodie e imitazioni. Dal cinema fino al rap.

Una serie di film prodotti negli Stati Uniti tra gli anni Settanta e Ottanta ha raccontato a più riprese il mondo delle street gang. Già tra gli anni Cinquanta e Sessanta sono apparse sugli schermi le prime forme embrionali di queste bande giovanili in film come Il selvaggio (1953), Gioventù bruciata (1955) e West Side Story (1961). Ma l’immaginario legato a questi gruppi di “ragazzi brutti, sporchi e cattivi, tutti maniche tagliate e stemmi nazisti” (così li descrive lo scrittore statunitense Jeff Chang nel suo saggio Can’t Stop Won’t Stop. L’incredibile storia sociale dell’hip hop) ha toccato l’apice con I guerrieri della notte (1979) di Walter Hill, che mostra una New York notturna dove le gang difendono ogni centimetro del loro territorio dal passaggio degli sgraditi Warriors. Questo film esercita tuttora fascino sulle nuove generazioni, anche visto che ha una struttura che ricorda i videogame, con i protagonisti che, ogni volta che sconfinano in un nuovo quartiere, sembrano passare di livello, dovendo affrontare sempre altri nemici, sfide diverse e più rischiose (ed esiste un videogioco ispirato al film). E continua a fare colpo la caratteristica principale dei membri di queste gang, la temerarietà che ha una certa presa su ogni generazione.

Ci ha pensato Francis Ford Coppola ad aggiungere un tocco di romanticismo al racconto del fenomeno con due film in cui ha puntato molto sul concetto di fratellanza, accostando i legami familiari di sangue a quelli tra membri delle gang: I ragazzi della 56a strada e Rusty il selvaggio in un solo anno, il 1983, a distanza di sette mesi l’uno dall’altro, hanno raccontato, rispettivamente, l’ascesa e la scomparsa di queste forme di aggregazione ingenue, ribelli, disperate ma anche passionali. Tramite questi e altri film, anche in Italia abbiamo conosciuto gruppi di giovani che faticavano a immaginare un futuro e vivevano in una faida continua. E tutte queste messinscena prendevano spunto dalla realtà: il documentario di Shan Nicholson del 2015, Rubble Kings, si concentra sul Bronx – distretto newyorchese dove, a cavallo tra gli anni Sessanta e Settanta, risiedevano un centinaio di gang – e racconta come solo l’omicidio di uno stimato paciere, Black Benjie dei Ghetto Brothers, abbia contribuito a trasformare queste bande in crew. Il tragico evento, epifania definitiva sull’insensatezza di una guerra tra membri della stessa generazione appartenenti allo stesso ceto sociale, pur avendo prodotto strascichi, si è sovrapposto al primo emergere della cultura hip hop, e questo ha permesso di spostare gradualmente il senso di rivalità e competizione su una serie di discipline artistiche come il rap, la breakdance, il writing e il djing

Metamorfosi italiana

All’inizio degli anni Ottanta, quando molti di questi film uscivano in sala e, dopo circa un anno, erano trasmessi in tv, il cinema italiano era dominato dalla commedia, non solo quella d’autore di maestri come Mario Monicelli e Dino Risi, attivi da anni, ma anche quella, spesso più spicciola e popolare, di registi più giovani. Nel decennio dell’edonismo, in cui la società italiana si è avvicinata definitivamente al modello statunitense, sono usciti tanti film leggeri che un po’ hanno celebrato il lusso, gli yuppies e gli arrampicatori sociali, facendo sognare al pubblico la bella vita, e un po’ hanno stimolato il mito degli “uomini duri”, magari accompagnati da donne formose. In questa offerta di stereotipi è finita anche l’idealizzazione delle gang statunitensi, nonostante si trattasse di giovani trasandati che, quando uscivano dagli appartamenti fatiscenti in cui vivevano, si piazzavano per strada proteggendo e controllando la loro zona con la violenza. Un’idealizzazione sui generis, perché la commedia all’italiana degli anni Ottanta ha sdrammatizzato tutto, rievocando queste bande in film stracult – per dirla con Marco Giusti – in cui c’è, al contempo, un’emulazione e una caricatura di questi giovani “uomini duri”. Si tratta di film ambientati a Roma e Milano, in cui le due maggiori città italiane fanno da sfondo alle disavventure di queste tribù metropolitane caserecce. Non i classici dark, skin e punk – che esistevano davvero – ma una serie di caricature dei membri delle gang di strada americani. Alberto Sordi, anni prima, aveva già preso di mira il mito dell’americano bullo e rude con il suo storico personaggio Nando Mericoni (o Moriconi, a seconda del film), ispirato a Marlon Brando e delineato insieme a Lucio Fulci e Steno. Tra chi, in parte, ha seguito questa tendenza ma ispirandosi alle gang ci sono proprio i figli di Steno, i fratelli Vanzina, e l’attore e regista considerato l’erede di Sordi, Carlo Verdone.

In Troppo forte (1986), uno dei film di Verdone meno ricordati ma adorato dagli appassionati, il protagonista, Oscar Pettinari, oltre a celebrare due eroi popolari del cinema anni Ottanta come Rambo e Indiana Jones (figure di riferimento nel suo mondo immaginario da aspirante attore), incarna una serie di rimandi alle bande di strada giovanili statunitensi – anche perché nel soggetto e nella sceneggiatura c’è il contributo di una persona che conosceva bene l’America come Sergio Leone. Molte street gang nate a New York tra la fine degli anni Sessanta e l’inizio dei Settanta, composte da afroamericani e portoricani, si ispiravano a bande di motociclisti venute alla ribalta nei due decenni precedenti, come gli Hell’s Angels, anche nell’utilizzo di simboli di guerra, soprattutto quelli nazisti (come sottolinea Chang), scelti sia per spaventare i rivali sia per scioccare il resto della società. In Troppo forte il gruppo di amici della borgata romana gira in moto, ha un look che va dal gilet senza maniche allo “straccio intorno alla testa” e Pettinari indossa un anello con la croce di ferro. Questa banda all’italiana è composta da gente con accenti non solo romani ma anche napoletani ed emiliani, e un membro, Mirko Frankovic, ha presumibilmente origini balcaniche. La società italiana era ancora timidamente multietnica ma, anche se nel gruppo sono tutti bianchi, le origini sono miste e il “plagio” della street gang è evidente. 

Ne Il ras del quartiere c’è anche l’uso del riocontra, tipico gergo milanese che inverte le sillabe delle parole (come il verlan francese o l’inglese back slang) usato ancora oggi nelle piazze di quartiere e nel rap: per non farsi capire dai poliziotti e dai rivali, le gang hanno sempre usato un loro linguaggio di strada.

Ma non finisce qui, perché c’è una scena in cui due o tre personaggi secondari accennano dei grotteschi passi di breakdance con ogni probabilità ispirati a due film minori del 1984, Breakdance e Beat Street, che mettono in scena agguerrite sfide di danza tra ragazzi di quartiere della stessa estrazione dei Warriors ma più spensierati. Infine, sempre non a caso, il titolo di uno dei film in cui Pettinari millanta di aver recitato si intitola I ragazzi del Bronx, sorta di mix tra I ragazzi della 56ª strada e quel Bronx da cui partono i Guerrieri per tornare nella loro Coney Island e teatro anche delle disavventure di una gang italiana in The Wanderers. I nuovi guerrieri, film uscito cinque mesi dopo la pellicola epocale di Walter Hill. 

Quest’ultima è evocata esplicitamente anche ne I fichissimi (1981) e ne Il ras del quartiere (1983), film molto popolari sceneggiati dai fratelli Vanzina e diretti da uno dei due, Carlo. In entrambi, a partire dai titoli di testa, si mostra una Milano notturna abitata principalmente da improbabili bande urbane: toni e atmosfere sono chiaramente diversi rispetto a I guerrieri della notte, è una parodia voluta e confermata dalle varie scene ambientate di notte nella metropolitana o in scorci di città buia e deserta. Ne Il ras del quartiere c’è anche l’uso del riocontra, tipico gergo milanese che inverte le sillabe delle parole (come il verlan francese o l’inglese back slang) usato ancora oggi nelle piazze di quartiere e nel rap: per non farsi capire dai poliziotti e dai rivali, le gang hanno sempre usato un loro linguaggio di strada. Anche in questi film, infine, c’è l’omaggio all’americano duro e temerario: il personaggio interpretato da Mauro Di Francesco si fa chiamare Jena come (nella versione italiana) il protagonista di 1997: Fuga da New York (1981) di Carpenter, mentre sulle spalle della giacca di pelle che indossa Diego Abatantuono campeggia la scritta Toro scatenato, come il film di Scorsese del 1980 sulla vita del pugile Jake LaMotta.

Dagli anni Ottanta a oggi

Gli anni Ottanta sono stati anche il preludio al crollo definitivo delle ideologie e alla conseguente epoca di transizione che stiamo ancora vivendo. L’italiano medio aveva il mito dell’America e il cinema era il mezzo principale per la diffusione di questa aspirazione. Ma un conto erano gli “uomini duri” e invincibili alla Rambo, Indiana Jones o Jena Plissken, un altro queste bande di ragazzi ostili che, dopo le risse con i rivali, finivano puntualmente decimate. Le commedie italiane che riprendono in maniera casereccia l’immaginario di queste street gang sembrano anche un modo per esorcizzare il lato oscuro del mito americano, quella realtà disagiata che, per esempio, a New York, a pochi isolati dal lusso (come allude il titolo del documentario del 1979 sulle gang del South Bronx, 80 Blocks from Tiffany’s) era fatta di disoccupazione, palazzi allo sfascio, spaccio e violenza ordinaria. Volevamo assomigliare all’America, insomma, ma fino a un certo punto: eravamo più che mai certi di non voler rinunciare alla risata, anche facendo autoironia sul nostro essere cialtroni e provinciali. La tendenza era questa, se si escludono i due b-movie distopici di Enzo G. Castellari, 1990. I guerrieri del Bronx del 1982 e Fuga dal Bronx del 1983.

Le commedie italiane che riprendono in maniera casereccia l’immaginario di queste street gang sembrano anche un modo per esorcizzare il lato oscuro del mito americano, quella realtà disagiata che era fatta di disoccupazione, palazzi allo sfascio, spaccio e violenza ordinaria. Volevamo assomigliare all’America, insomma, ma fino a un certo punto: eravamo più che mai certi di non voler rinunciare alla risata.

Oggi l’influsso di questo immaginario sulla cultura italiana si è spostato dal cinema alla musica, dalla commedia al rap che da almeno cinque anni domina le classifiche di vendite e ascolto. I toni però, per quanto spesso facciano parte delle pose da personaggio famoso, non sono del tutto da farsa, almeno nelle intenzioni. Se I guerrieri della notte è un film citato nel rap sin dagli anni Novanta, è da vent’anni, in parallelo alla diminuzione dell’approccio conscious (una volta una sorta di dogma per il rap italiano), che l’uso della parola gang si è diffuso sempre di più in questo ambiente, a testimonianza del fatto che il concetto di banda giovanile all’americana è stato assimilato. Dai nomi di collettivi, gruppi e singoli artisti (come Dogo Gang, Dark Polo Gang o Baby Gang) a qualche verso nei testi, passando, come accaduto in questi ultimi mesi, per la rivalità tra zone (San Siro vs. Rozzano), i rimandi consapevoli e inconsapevoli a quel mondo non mancano. Un riferimento c’è anche sul disco più popolare del rap contemporaneo, Rockstar di Sfera Ebbasta: nel brano XNX il produttore musicale Charlie Charles ha campionato un pezzo della colonna sonora di The Education of Sonny Carson, film del 1974 in cui l’appartenenza a una gang è un aspetto cruciale nella storia personale del protagonista. 

Non sembra una casualità perché è un film molto campionato anche nel rap americano e nel testo Sfera attacca ripetendo varie volte due parole, “Money Gang”, anche se nel resto della canzone non parla di gang. È certo che le ultime generazioni di rapper italiani attribuiscano alla parola gang soprattutto quell’accezione di famiglia acquisita, qui da noi tramandata prima dal cinema che dalla musica. Quando Salmo in Gang! (contenuta in un altro album importante, Machete Mixtape 4) dice “Machete, Machete è la gang” si riferisce alla sua crew (Machete, appunto), la più nota degli ultimi dieci anni di storia del rap italiano, un collettivo che, fin dai primi passi, ha avuto la sua forza nell’affiatamento di squadra. Così, anche a migliaia di chilometri di distanza dal luogo d’origine, il rap, la disciplina più popolare della cultura hip hop, sembra aver assorbito il passaggio da gang a crew degli anni Settanta.
L’intensa fase narrativa del cinema sulle gang si è chiusa nel 1988 con Colors di Dennis Hopper, ambientato in una Los Angeles travolta dalla faida tra Bloods e Crips. Un anno dopo ha fatto rumore Fa’ la cosa giusta: grazie al suo autore, Spike Lee, e ad altri suoi colleghi afroamericani tra cui John Singleton, Mario Van Peebles e i fratelli Hughes, da lì in avanti ha avuto sempre più spazio un punto di vista sui ghetti metropolitani diverso rispetto al passato. Una delle maggiori novità introdotte da questa generazione è stata proprio la rappresentazione dei giovani: nei loro film c’è chi continua a non trovare “soluzioni” alternative alla violenza, magari facendo squadra con qualche amico, ma tutti sanno di poter fare affidamento sul rap e altri aspetti della cultura con cui sono cresciuti, l’hip hop.


Luca Gricinella

Ha scritto due saggi per Agenzia X: il primo, Rapropos (2012), esplora il legame tra la società francese e il rap, il secondo, Cinema in rima (2013), ripercorre la storia della presenza dell'hip hop nei film, con qualche accenno alle prime serie tv in cui ci sono tracce di questa cultura. Ha collaborato con varie testate e attualmente scrive soprattutto su Rumore, Alias (Il Manifesto), CheFare e WU magazine. Lavora anche da ufficio stampa in campo musicale.

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