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Testimonianza

Dove vai se il comico non ce l’hai?

Forme e spazi della comicità nel talk show politico, da Ballarò a Piazzapulita, al tempo della sua crisi. Una risata ci seppellirà.

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Questo articolo è apparso per la prima volta su LINK Numero 18 - Comedy del 08 aprile 2015

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Non c’è un momento preciso in cui lo si decide, non c’è un’esigenza chiara: è un pensiero che si insinua, una voce che prende a girare; i giornali cominciano a scriverne, i blog a reclamare, e alla fine sembra non se ne possa fare a meno, sembra non si possa andare in onda senza. Per fare un talk show adesso “serve” un comico.

Non l’ha deciso nessuno, non c’è scritto da nessuna parte, non lo chiedono i dirigenti (o, almeno, non lo chiedevano: adesso sì, pure loro), eppure o ce l’hai o non sei contemporaneo, sei vecchio, eccheppalle solo la politica, senza comico sei morto.

Ovviamente, come tutto quello che accade in televisione, o almeno nella tv italiana, da che prima nessuno ce l’aveva, un comico, adesso sono diventati tutti falchi, pasdaran della comicità e della contaminazione. E in un secondo ecco arrivare le spiegazioni teoriche, le motivazioni ontologiche, le dichiarazioni d’intenti: “ma come? Non avete un comico in trasmissione? Non pensate neanche di averlo? Ma non ve l’hanno detto che la politica ha stancato? E Jimmy Fallon? Ecco, Jimmy Fallon, lui sì, lui ha capito che il nuovo linguaggio è ibrido, lo facevano anche Letterman e Leno ma lui più di tutti. Prenditi ’sto comico, dai retta a me, lo spettatore si stanca, della crisi non gliene frega più niente a nessuno (questi sono i talebani della rottamazione, del tutto vecchio), la gente (la gente! Quando uno che fa televisione sente questo termine dovrebbe subito e sempre mettere mano alla pistola) vuole distrarsi, vuole ridere. E poi fa figo, i video girano su internet, il corriere punto ittì li riprende sempre, è tutto pubblico, immagine del programma, vi date una svecchiata. E poi, senti, Beppe Grillo dove me lo metti? Beppe Grillo è un comico, no? E hanno preso più del 20%. Quindi se tanto mi dà tanto…”. Veramente no, ma vabbè.

Purtroppo la tv italiana vive di mode e non di teorie. Nessuno parte mai dalla domanda “come posso raccontare la contemporaneità?”. Nessuno si chiede come arginare l’emorragia di pubblico generalista, come intercettarne le maniere, i modi di accesso all’informazione. No, qui a un certo punto si alza uno e dice: “ecco cosa serve, un comico”, e come le pennette alla vodka degli anni Ottanta, che erano allucinanti ma tutti le ordinavano nei ristoranti, adesso è scattata la caccia al giullare.

Ovviamente gli apologeti della risata mista alle news corrono subito a rifugiarsi nel passato: ma Maurizio Costanzo intervistava Fini e poi faceva suonare Nosei. Ma la Dandini. Ma Satyricon. E se lo sventurato muove qualche minima obiezione pseudo-sensata tipo “ma sei sicuro che sia proprio il comico la chiave di volta della crisi dei talk?”, quelli roteano gli occhi, sbuffano e alla fine sentenziano: “ma l’hai capito o no che è tutto vecchio, è tutto finito?”. E poi basta fare un breve countdown perché arrivi anche la citazione banale e scontata: “amico mio, una risata ci seppellirà. Anzi ci ha già sepolto”. Ah ah ah.

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Dal modello alle mode

Il modello, ovviamente, il più riuscito e vincente proprio perché antesignano, almeno in tempi recenti, è Maurizio Crozza, che continua tuttora a fare – con ascolti da star e una felice vena satirica che sembra non abbandonarlo mai – la sua copertina prima che Giovanni Floris inizi il talk. Siccome Crozza è un modello, imitarlo è molto difficile. Forse, si azzarderebbe, persino inutile.

Unica la sua collocazione e unico il suo stile: “Buonasera Salvini”, gli dice, e lo stacco del regista su Salvini che sa di essere inquadrato e abbozza un sorriso, in attesa di venire preso in giro per dieci minuti. A un certo punto, in tempi di guerra dei mondi che sembrano lontanissimi ma che invece risalgono solo a pochi anni fa, da Arcore era partita la direttiva del “non si ride mai quando Crozza vi tira in ballo”, e questi poveri restavano muti e impassibili mentre lo studio si sbellicava e da casa ghignavano il doppio vedendo quelle facce scure. Poi, per fortuna, hanno smesso. Mara Carfagna provò persino a replicare (altrove ci si interrogherà sull’efficacia di un politico che bisticcia con un comico famoso; soprattutto, ci si interrogherà sulle possibilità effettive che in un caso simile qualcuno possa prendere le parti del politico e non del comico). Su Gasparri meglio non interrogarsi.

Insomma: Crozza sembrava e forse è l’esempio perfetto, nella collocazione perfetta: è dentro il talk ma è fuori, ci parla ma non ne fa parte, fa ridere ma subito dopo può partire il servizio sul lavoro che non c’è più. Solo che invece che considerarlo felice eccezione lo si è preso a modello. E così eccoci qui, a cercare comici per strada come rabdomanti, convinti che risata e chiacchiera siano la panacea di ogni male, la soluzione a ogni problema dei talk show politici, il tratto di una contemporaneità che però fatica a essere contemporanea.

Certo, c’è comico e comico. E c’è comicità e comicità.

Un esempio interessante, un’evoluzione da considerare (sotto questo profilo) è quella di Gianluigi Paragone, che per i suoi programmi ha puntato sul servizio situazionista (quelli di Rosanna Sferrazza, per esempio) e su una figura “nuova”, o almeno con un nome nuovo per gli ingrigiti canoni italiani: lo stand up comedian. L’uso che ha fatto di Saverio Raimondo (già visto anche nel Tetris di Luca Telese), dotato e originale (a volte decisamente scorretto), mandato fuori dal parlamento non a schernire i politici (o non solo, almeno) ma a compiere veri e propri gesti folli è – quanto meno – una sperimentazione che evolve dal modello ienesco e prova a esplorare territori nuovi. Il teatro satirico che entra nel talk, quindi.

Ma non solo: alla ricerca disperata di qualcuno che strappi almeno una risata, un altro bacino cui subito si è preso a guardare è quello radiofonico, ignorando la regola aurea secondo cui se funziona in radio difficilmente funziona tale e quale in tv, a meno che non sia Fiorello. Non si contano le volte – in una delle infinite e annoiate riunioni di redazione che precedono la stagione di un talk show, di quelle “cosa ci inventiamo quest’anno” – in cui qualcuno, al momento del brainstorming sul comico da invitare, si sia alzato dicendo “Ma Dose e Presta?”. E anche Michele Santoro chiamò Francesca Fornario di Radiodue, mentre Lauro e soprattutto Sabelli Fioretti, che pure comici tout court non sono, sono ingestibili e tuttalpiù si chiamano come ospiti, ma nessuno si azzarderebbe mai a contrattualizzarli come comici residenti.

Poi ecco la moda del fumettista. Vauro, il pluricitato Vauro – che pure in tv fa le stesse cose che fa da una vita: le vignette con i politici – è impiegato da Michele Santoro e da Giulia Innocenzi a fine puntata, quasi sui titoli di coda: quello disegna tutta la puntata e alla fine è chiamato a mostrarle e recitarle. Per un periodo – piccola evoluzione in seguito abbandonata – animava anche i promo del programma. Ma un vignettista l’hanno chiamato anche Luca Telese per un periodo del suo Matrix e soprattutto – e che vignettista: Makkox – Diego “Zoro” Bianchi per Gazebo, facendone una colonna autoriale e stilistica.

“Ma come? Non avete un comico in trasmissione? Non pensate neanche di averlo? Ma non ve l’hanno detto che la politica ha stancato?”

Dalla cameretta alla telecamera

Capitolo a parte – ma come sempre accade in Italia capitolo a scoppio più che ritardato – quello infinito del web. Il principio, anche qui, è abbastanza semplice. E, diciamo così, non proprio scientifico. Sempre nella famosa riunione annoiata si alza uno e dice: “ma l’avete visto il video di tizio?”, dove tizio è uno sconosciuto che dalla scrivania di camera sua posta su YouTube. Siccome la maggior parte degli autori dei talk non è così attenta – sempre in tema di eufemismi – ai fenomeni della rete, la risposta è quasi sempre: no, non l’ho visto. Ed ecco che quello che l’ha proposto inizia a magnificarne le doti, le qualità (“Oh, ma – davvero – spacca! E sapete quanti like ha la sua pagina Facebook?”), a dire che sarebbe “un acchiappo”, che sarebbe bello arrivarci prima degli altri, che serve “aprirsi alla rete” (bum) e “ai nuovi pubblici” (come se i “nuovi pubblici” potessero prendere magicamente a guardare la tv generalista perché a un certo punto di una puntata sulla legge di stabilità o sulle lotte intestine del PD ci trovano i video di internet).

È un fomentarsi vicendevole, “magari sentilo, parlaci”, e a quello non pare vero, chiama gli amici (“mi hanno cercato dalla tv”), immagina contratti a quattro zeri, sogna il giorno prossimo futuro in cui entrerà in cucina e dirà a sua madre alle prese con la pasta al forno: “il mio video martedì va in onda nel talk tal dei tali. Mi hai rotto i coglioni una vita per la luce che filtrava da sotto la porta di camera mia anche a tarda notte ma io stavo creando, stavo – adesso sì, possiamo dirlo – lavorando, e ora raccolgo i frutti”. Così ecco che tizio, dalla scrivania di camera sua, passa alla televisione. Salvo poi venire tritato in qualche servizio dove non c’entra nulla, essere presto derubricato e nel giro di una puntata giubilato (“E tizio? Mah, adesso vediamo..”, che è la frase simbolo, la pietra tombale di qualunque idea tv).

Ovviamente non va sempre così (per fortuna). Nelle ultime stagioni – anche qui, con incredibile ritardo – si è preso a coinvolgere i collettivi come Terzo segreto di satira (a In Onda, su Sky, a Piazzapulita), The Jackal (Announo), The Pills (in Rai e sulle reti Mediaset), o a scrivere prodotti ad hoc (Il candidato con Filippo Timi nel Ballarò di Massimo Giannini). Questa sembra la nuova frontiera della satira politica e sociale: la parodia dell’elettore, del militante, del leader, con le nevrosi, le assurdità, le miserie in cui ognuno può riconoscersi e riconoscere. Il tutto normalmente con un’estetica un po’ hipster, tutta tagli in asse e lenti sofisticate. E va detto che, in effetti, “funziona”: la qualità dei prodotti (inizialmente non sempre tutti indovinati, perché non è facile trovare il passo della serialità se non l’hai mai fatto) è crescente, il linguaggio è fresco, il sorriso di chi è in studio e di chi è a casa abbastanza garantito, così come una supposta patente di contemporaneità. Semmai è interessante notare come questi video abbiano vita propria anche in rete, a prescindere dalla tv e dal programma in cui sono inseriti. E forse proprio qui sta il punto: il voler far parlare due stilemi sulla carta lontani (tv generalista e web), in un matrimonio non sempre felice (ah, le collocazioni in scaletta…).

Insomma, far ridere non è facile, e far ridere nei talk show lo è ancora di meno.

La verità, la chiave di lettura, forse sta più nel fatto che a essere anomala è la forma talk come la intendiamo in Italia: nella sua collocazione, intanto. Come noto, negli Stati Uniti i talk vanno in onda la domenica mattina, rendendo superflui elementi di varietà da prima serata come può essere appunto un comico. Poi la durata: è chiaro che se devi tirarla avanti per tre ore – perché i talk costano meno dell’intrattenimento e quindi hanno una resa maggiore e, in una spirale perversa, gli editori hanno convenienza a farli durare il più possibile per ammortizzare – un sorriso ai poverini che ti guardano lo devi e lo puoi anche concedere.

Ma qui il discorso si fa teorico, mentre nella realtà è tutto molto più artigianale. Forse la web serie andrebbe scritta sugli autori dei talk. E, ritornando al punto di partenza, il dialogo nel bar aziendale sarebbe sempre quello: “ma come? Non ce l’avete ancora? E prenditelo, ’sto comico, dai retta a me”.


Francesco Caldarola

Inizia all'ANSA, poi ha scritto per i giornali e soprattutto programmi per la tv: La7, Mediaset, Sky e ora Rai. Porta spesso la cravatta.

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