Cartoline dalla pandemia vol. 2

La grande persuasione

Giunto proprio alla fine dell’anno, il vaccino apre nuovi scenari: fatto il vaccino, bisogna ora fare i vaccinati.


immagine articolo La grande persuasione

Mentre la campagna vaccinale italiana ha mostrato da subito le prime inadeguatezze, ci si interroga sull’eventuale obbligatorietà del vaccino, come fosse un tema da esibizioni oratorie, cioè come se di dosi a disposizione ne avessimo già milioni e non poche decine. Ma, almeno per ora, chi tira le fila esclude l’ipotesi di forzare la vaccinazione (alcuni, dicono, giusto perché poi i tribunali gli darebbero torto) e parla di una grande opera di persuasione. Non è il primo grande progetto educativo di cui abbiamo sentito parlare in questi lunghi mesi di paternalismo in cui ogni risultato ottenuto era merito del “modello italiano” e appena la curva mostrava una risalita la colpa era delle discoteche o delle vacanze (e non dei bonus con cui si invitava alle vacanze, per esempio). A un certo punto si era parlato persino di un enorme bando per reclutare sessantamila “assistenti civici” che avrebbero dovuto aiutaregli italiani a rispettare le regole della “fase 2”. Doveva essere una questione di ore per la pubblicazione ufficiale, invece non sappiamo più neanche in che fase siamo e degli assistenti civici è scomparso pure il ricordo, svanito nella frenesia, nel disordine e nello sgomento. Per quanto riguarda l’opera di persuasione, invece, adesso si promette di puntare su “registi, direttori d’orchestra, letterati”. E Vincenzo De Luca, pure, s’è già fatto vaccinare sperando di essere imitato. Ma il dubbio delle grandi opere di persuasione è che molti si siano dimenticati come davvero si convincono gli altri. E non accade con un bello spot o un bel testimonial, già da diversi anni. Che dialogo può esserci tra qualcuno convinto che il Covid sia dovuto al 5G e il vaccino sia un modo per controllarci a distanza e qualcuno che prova a spiegarne seriamente efficacia e rischi? Forse un regista dovrebbe davvero organizzare e riprendere uno di questi dialoghi, vero. Ma tenerlo custodito, perché il vero timore è che mandandolo in onda da qualche parte sortisca l’effetto opposto. 


Cartoline dalla pandemia vol. 2

L’avariante

Nell’arco del 2020 siamo passati dal “virus cinese” alla “variante inglese”, e anche il nostro senso di colpa si è deteriorato.


immagine articolo L’avariante

Chiamarlo Chinavirus era volgare razzismo trumpiano, ai limiti del suprematismo bianco e perfino l’OMS si affrettò a dare un nome alla malattia che non coinvolgesse alcuna indicazione geografica per evitare ogni possibile “stigma” – questo il termine usato dal direttore generale. E, poco più di un anno fa, i social pullulavano di #abbracciauncinese, spesso pure corredati da foto. Tutto giusto, per carità. Doveroso. Solo che fa strano, adesso, non vedere all’opera la stessa acuta sensibilità con la “variante inglese”. Nessuno che vada al pub per mostrare il proprio coraggio e nessun attivista a cavalcare hasthag, puntigliosi poco attenti e OMS preoccupata più dallo studio della mutazione che dallo “stigma”. (Oltretutto sempre più corrispondenti riportano che i media cinesi stanno proprio riscrivendo la storia, non accontentandosi del nome, bensì proprio spostando l’origine della pandemia, per quanto involontaria, oltre i confini nazionali). Si può obiettare che questo accade perché a nessuno oggi viene in mente di boicottare il fish and chips, non c’è dubbio, o di dire che gli inglesi mangino male – o meglio, questo pure si può dire, ma non al punto che mangiano i topi come si è detto da noi, anche autorevolmente, dei cinesi. Ma, al solito, la differenza di pesi e misure e la discriminazione dicono più del senso di colpa di chi le mette in pratica che qualcosa di sostanziale su chi le subisce.  


Cartoline dalla pandemia vol. 2

Ogni maledetto vaccino

Oliver Stone, lo Sputnik V e la nascita degli accumulatori seriali di vaccini antisistema.


immagine articolo Ogni maledetto vaccino

“È un ottimo vaccino, non capisco perché venga ignorato in Occidente” ha detto alla tv russa il noto virologo Oliver Stone – che qualcuno sicuramente ricorda perché, in passato, ha vinto anche tre Oscar – del vaccino russo Sputnik V, avvisando contestualmente d’esserselo fatto inoculare. E nonostante gli stessi medici russi avvertano che il vaccino può essere rischioso superati i sessanta, e Stone ne abbia settantaquattro. Per carità, è vero che perfino gli improvvisati esperti di grafici ed epidemiologia di questi mesi hanno imparato a riconoscere la pagliuzza altrui e non la propria trave, ma qui Stone compie effettivamente un passo in più. Fa sorridere la semplicità con cui avverte che tornerà in Russia per la seconda dose, quella nonchalance una volta usata per spostamenti da un quartiere all’altro. Fa intenerire il suo tentativo di continuare a interpretare la parte del ragazzaccio che dice sempre la verità. Visto che non riesce più a farlo attraverso i film, ci prova da un po’ con le cattive compagnie, le dichiarazioni bizzarre e i comportamenti inappropriati, avendo purtroppo superato da un pezzo quel sottile confine per cui anche il più sagace bastian-contrario diventa una parodia. (È altresì noto che in un mondo che ama conciliare gli opposti gli stessi no-vax potrebbero apprezzare lo Sputnik come vaccino antisistema). Ma forse l’unico modo per apprezzare in pieno il suo gesto è valutarlo come il primo di una nuova visione: gli estremisti del sì-vax. Quelli che non solo non vedono l’ora che arrivino i vaccini da noi. Ma che sperano di provare tutti i vaccini. Anche quello cinese. Pure quello a spray. Con o senza modifica dell’RNA. Perfino se ne inventassero uno con la modifica del DNA. Il prima possibile. Anche da cavie. Basta mettersi alle spalle tutto questo. 


Cartoline dalla pandemia vol. 2

Anche i tedeschi piangono

Più che la voce rotta, colpisce il tono della Merkel, quello di chi sembra aver smarrito la fiducia che i solleciti sortiranno effetto.


immagine articolo Anche i tedeschi piangono

A un certo punto di questa crisi il “discorso di Angela Merkel” è diventato un elemento ricorrente: Angela Merkel spiega per bene cosa sia l’Rt, Angela Merkel spiega che autunno ci attende, Angela Merkel spiega la psicologia del lockdown, Angela Merkel fa il primo discorso alla tv (mentre il nostro termine di paragone erano le continue e ansiogene dirette Facebook del Presidente del Consiglio). Tutto portava a: Angela Merkel unica vera leader, oltretutto con una formazione scientifica. Così quando, in settimana, sono apparsi i titoli che parlavano dell’“appassionato discorso” o del “commovente discorso” o “emotivo”, mi sono sentito subito rassicurato. Oh, finalmente qualcuno che ci parla da adulti! Anche se, poi, io quel discorso non l’avevo ascoltato davvero, né ne avevo letto le parole. Però mi sentivo comunque gratificato e motivato: qualcuno che ha il coraggio di spiegarci perché è giusto quanto stiamo facendo. Che non mente dicendo di voler salvare il Natale sapendo perfettamente che il Natale ce lo siamo già giocati da un pezzo. E così, quando finalmente ho letto e sentito quanto diceva mi sono accorto che mi sbagliavo. Che c’era sì la novità della voce rotta dal pianto, quel meraviglioso particolare del vin brulé che ci faceva immaginare il Natale degli altri, ma forse la vera novità era la comparsa di una vena di rassegnazione che, qui da noi, abbiamo già introiettato da un pezzo. Non le accuse ai cittadini, per fortuna, però la sensazione di ineluttabilità, che qualsiasi spiegazione, materna o paterna che sia, non ce l’avrebbe fatta con una certa natura umana. Anche quella che ci fa sospirare, certo, se neppure i tedeschi ce l’hanno fatta, allora come potevamo sperare di farcela noi. 


Cartoline dalla pandemia vol. 2

Il fantasma del Natale futuro

Anche lo spirito natalizio è stato contaminato dall’ossessione per il Covid-19 e dai suoi corollari, a loro volta diventati tormentoni (e il Mes?).


immagine articolo Il fantasma del Natale futuro

Quando Donald Trump ha salutato tutti a un party di Natale alla Casa Bianca dicendo che non si sarebbero rivisti l’anno prossimo, ho pensato – forse perché ormai devastato mentalmente dal quattordicesimo giorno di indiscrezioni sul cenone della vigilia – che stesse parlando anche lui del fatto che questo Natale “andrà in onda in forma ridotta” e pensiamo direttamente al prossimo. Il Presidente dell’ISS, Brusaferro, l’ha definito “Natale Covid” con quel gusto per i due sinonimi affiancati che abbiamo importato dagli Stati Uniti, ma neanche lui è riuscito a evitare la domanda.

Perché nel discorso pubblico e, ancora meglio, in quello televisivo certe domande si insinuano spesso – in questo momento “lei userebbe il Mes?” oppure “come festeggerà questo Natale?” – e, per qualche mese, d’incanto, diventano imprescindibili. In qualsiasi intervista o conversazione. C’è la domanda sul Mes, su cui si è obbligati ad avere un’opinione (“spendiamoli per la sanità” è la preferita) e c’è l’ossessione feste. Fino all’anno scorso resisteva una curiosa petizione: stop alle decorazioni natalizie troppo anticipate, quest’anno sarebbe servita sulle conversazioni. Certo, tutti meritano di sapere che fanno sacrifici per qualcosa e non è giusto stabilire che il sacrificio di chi rispetta le regole per passare le feste col fratello sia meno dignitoso di chi rispetta le regole perché vuole tornare al ristorante la sera. Ma pochi giorni fa, il Corriere della Sera ha dedicato un’intera pagina (meravigliosa) a come avrebbero trascorso il 25 dicembre dieci tra i più noti virologi (che adesso, lo sappiamo, equivale a dire dieci tra i più noti influencer) e, allora, il dubbio è che perfino il più grande filosofo costretto ad affrontare un tema del genere apparirebbe come quel nostro zio che vediamo solo al pranzo di Natale. 


Cartoline dalla pandemia vol. 2

La tosse di Conte

Nello studio di Otto e mezzo Conte ha parlato senza copione, o quasi. Ma ha soprattutto tossito: come la mosca di Mike Pence, la colatura di mascara di Rudolph Giuliani, la tosse di Conte è quel particolare che si ruba la scena e la squarcia, lasciandoci di fronte al nostro stupore.


immagine articolo La tosse di Conte

Pochi giorni fa, ascoltavo una conferenza di Alessandro Barbero del 2017, quando la voce del professore è stata coperta da un colpo di tosse. Mi sono distratto, ma un paio di minuti dopo è arrivato un nuovo colpo di tosse. E da lì, colpi secchi, canini, hanno accompagnato tutta la conferenza. Mi sono chiesto se, non ci fosse stata la pandemia, me ne sarei accorto comunque. Se siamo tutti diventati misofoni (ovviamente esiste il nome ufficiale di ogni fobia) e se, quindi, non ci fosse stata la pandemia non ci saremmo neanche accorti che il Presidente del Consiglio ha tossito (e, secondo i più attenti, ha perfino tirato su col naso) durante tutta l’intervista di Otto e mezzo, lunedì 23 novembre. Talmente tanto spesso che, il giorno dopo, ha dovuto rendere pubblico il risultato di un tampone. Negativo, ovviamente. Forse ciò che ha stupito non è stata tanto la tosse – voglio sperare che persino i più diffidenti non abbiano realmente immaginare che Conte fosse andato in studio malato – quanto vedere, finalmente, qualcosa che non fosse edulcorato da uno spin. Tutti ormai capaci di riconoscere il trucco dietro la letterina del bambino che chiedeva la dispensa dal coprifuoco per Babbo Natale e capaci di leggere le risposte prima ancora che vengano date, ci siamo stupiti per qualcosa di vivo. Oserei dire sincero. Si dice spesso quanto fossero rassicuranti le vecchie tribune politiche con i giornalisti e i segretari di partito che fumavano in studio (e, chissà, tossivano per il fumo, ma non ci facevamo caso). Ma in questo caso, forse, abbiamo solo sentito la mancanza di quella rassicurante bottiglia verde di Ferrarelle che, una volta, troneggiava davanti a qualsiasi politico.


Cartoline dalla pandemia vol. 2

Ti ricordi di?

L’ex-Commissario alla Sanità in Calabria, Giuseppe Zuccatelli, spiega (sbraita?) in un video che “la mascherina non serve a un cazzo”.


immagine articolo Ti ricordi di?

Si dice sempre che non dimenticheremo e che certe cose dovremo sforzarci di non dimenticarle, ma poi è inevitabile che certe cose, invece, le dimenticheremo. E, per certi versi, è perfino salutare. Dimenticheremo l’attesa del bollettino quotidiano così come dimenticheremo tutte le volte in cui, dopo un attimo di scoramento, abbiamo ripreso a fare ciò che facevamo prima di scoprire la conta quotidiana dei decessi. A lavorare, a giocare coi bambini, a leggere, a scrollare gli aggiornamenti di un social. Dimenticheremo i nomi dei responsabili – fate un test: chi ricorda il nome del capo della Protezione Civile che ha tenuto la conferenza stampa delle 18 col bollettino dei contagi durante la prima ondata? – e dimenticheremo pure il nome di quelle figurine che con i loro piccoli scandali ci hanno tenuto compagnia mentre ci toccava restare in casa il più possibile. (E ci hanno pure costretti ad avere un’opinione sul Commissario alla Sanità in Calabria: chi avrebbe mai pensato di avere un’opinione su una cosa del genere?). D’altra parte, è quello che vogliono anche loro. Infatti, perché Zuccatelli, Cotticelli o Gaudio si sarebbero dimessi, uno dopo l’altro in dieci giorni, da Commissari alla Sanità in Calabria se non per essere dimenticati? Il commissario che non conosceva il numero dei posti in terapia intensiva, quello che pensava che il Covid si trasmettesse coi baci appassionati, che la mascherina non serve a niente e usava Imolaoggi per informarsi sulle ultime in fatto di Covid, e quell’altro ancora che aveva la moglie restia a trasferirsi a Catanzaro. A volte penso che questa sia l’unica vera, grande differenza tra chi resta a galla e chi scompare: non le capacità, l’abilità, le conoscenze, il fiuto, le relazioni, ma semplicemente saper accettare di essere al centro dello spettacolo.

Risposta: Angelo Borrelli